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Istruzione Cattolica

Riflessioni sull’amor di Dio

Estrapoliamo dalla miniera d’oro dei suoi scritti, alcuni insegnamenti caratteristici di san Francesco di Sales, che illuminano alcuni aspetti particolari della vita devota del cristiano.

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Nella sua opera principale, il Trattato dell’amor di Dio, san Francesco di Sales espone la genesi dell’amore di Dio verso di noi. In maniera molto significativa, il primo capitolo di quest’opera altro non è se non un elogio della bellezza dell’amor divino che fa trasalire l’anima umana di gioia ineffabile. Sin dall’eternità, Dio nutriva per noi pensieri di benedizione e di amore di tal sorta da determinare l’Incarnazione. San Francesco di Sales, avendo ricevuto lumi speciali sul mistero del Natale, scrive: «L’amore dell’uomo ha talmente rapito Dio da farlo andare in estasi».
L’amore di Dio per l’uomo è così intenso da creare un duplice movimento che il Vescovo di Ginevra così riassume: «Egli ci ha fatto a sua immagine e somiglianza nella creazione; Egli si è fatto nostra immagine e somiglianza mediante l’Incarnazione».
Il culmine di questa “filantropia” di Dio è raggiunto sulla croce, quando «il Salvatore che ci conosce tutti per nome e cognome, ha offerto il suo sangue e la sua vita per tutti e ha lanciato per voi i suoi pensieri di dilezione: Padre mio, io mi faccio carico di tutti i peccati di Teotimo... Che io muoia, purché lui viva».

Fare tutto per amore e niente per forza

L’amor di Dio è, dunque, l’intuizione fondamentale di san Francesco di Sales. Con queste parole si riassume la sua dottrina: «Tutto grida alle orecchie del nostro cuore: amore, amore!».
Quando a 17 anni scoprì il Cantico dei cantici, comprese che la vita spirituale non è altro che una storia d’amore, la più meravigliosa delle storie di amore: «Io sono per il mio diletto e il mio diletto è per me» (Ct 6,2). Certa d’esser amata d’amore infinito, l’anima si conforma alla volontà amante di Dio. Da qui l’esortazione del santo Vescovo: «Fare tutto per amore e niente per forza».

Siamo quello che siamo e siamolo bene

La risposta dell’uomo all’amore infinito di Dio si manifesta attraverso la fedele corrispondenza alla propria vocazione, qualunque essa sia. «Dio ama la nostra vocazione – scrive alla signora Brulart –, amiamola perciò anche noi». L’invito del Vangelo è di vivere non malgrado la nostra condizione sociale, ma attraverso di essa. Ancora alla Brulart rivolge questo invito: «Siamo ciò che siamo e siamolo bene, per fare onore al maestro operaio di cui noi siamo l’occupazione».
Francesco di Sales esorta di continuo a vivere con gioia e fedeltà la nostra vocazione, accettandoci col nostro temperamento e i nostri difetti, nelle diverse circostanze della vita: la salute, la malattia, il carattere di coloro che ci circondano, gli avvenimenti di ogni giorno.
Queste esortazioni, così tipiche del nostro Santo, meritano qualche citazione: «Bisogna che lei sia ciò che è: madre di famiglia... e lo sia di buon cuore». «Dio vuole che lei lo serva così com’è... e che ami teneramente il suo stato. Ma, vede, non bisogna pensare a queste cose solo di sfuggita: bisogna che ponga questo pensiero nel profondo del suo cuore... e renda questa verità gradevole e accetta al suo spirito». «Desideri essere fortemente ciò che è... Poche persone amano in conformità con il loro dovere e il gusto di nostro Signore. A che cosa serve costruire dei castelli in Spagna se poi dobbiamo vivere in Francia? È la mia vecchia lezione». Infine, riferito a se stesso: «Non bisogna soltanto voler fare la volontà di Dio, bisogna farla gioiosamente». Alcuni – non senza fondamento – attribuiscono a san Francesco di Sales la celebre espressione: «Bisogna fiorire dove Dio ci ha piantato».

Tra Gerusalemme e Gerico

San Francesco di Sales non si lascia rattristare dallo sconsolante spettacolo che troppo spesso offre l’essere umano, perché creato «a immagine e somiglianza di Dio». Se è vero che il peccato «insudicia e imbratta» l’immagine di Dio che l’uomo dovrebbe essere, è tuttavia ancora possibile scorgere le tracce di quell’immagine e ridargli tutto il suo splendore. «Il peccatore – scrive nel suo Trattato – non è nella condizione dei demoni, la cui volontà è talmente imbevuta e pervasa dal male che non può volere alcun bene. No, Teotimo, il peccatore in questo mondo non è così: egli è a metà strada tra Gerusalemme e Gerico, ferito a morte, ma non ancora morto; infatti il Vangelo dice che era mezzo vivo; e siccome è mezzo vivo, può ancora compiere delle opere mezze vive».
Alla luce di questo aureo principio il santo Vescovo poteva affermare: «Chi può assicurare che colui che ieri era peccatore e malvagio lo sia ancora oggi?». La peccatrice pubblica Maria Maddalena deve essere chiamata «arci-vergine» tanto ha compensato la sua cattiva condotta con l’amore a Gesù. Il Santo, allora, redarguisce coloro che cercano sempre ciò che non va: «Mi obbligate a dire che cercate le cloache e le immondizie anziché i giardini e i frutteti!».

«Un santo triste è un triste santo»

È la risposta che Francesco di Sales avrebbe dato a chi gli parlava di un uomo di vita santa ma con un’aria triste. Egli riprende con severità «i volti tristi, le facce piangenti e le persone che sospirano». Ritenendo la tristezza uno stato terribilmente pernicioso, dedica numerose pagine al modo con cui combatterla. Affermava: «Bisogna lasciare che le afflizioni passino dentro il cuore, ma non bisogna mai permettere loro di soggiornarvi».
Compatendo «la tristezza naturale che ha più bisogno di medici che di teologi», la distingue dalla cattiva tristezza che viene dal maligno, il quale «siccome è triste e malinconico, e lo sarà eternamente, vorrebbe che tutti fossero come lui», dando così ragione al «mondo che diffama quanto più può la santa devozione, dipingendo le persone devote con un volto depresso, triste e dimesso e affermando che la devozione provoca umori melanconici e insopportabili». Ma la vita devota non ha nulla a che vedere con la vita bigotta! «Risvegliate spesso in voi lo spirito di gioia e di soavità – ammoniva – e credete fermamente che è il vero spirito di devozione». Vivetelo nelle incombenze quotidiane: «Rallegratevi quanto più potete facendo bene, poiché è una duplice grazia della buona opera, di essere fatta bene e di essere fatta gioiosamente». Vivendo gioiosamente, coloro che avviciniamo avranno la grazia di «sentire un po’ di profumo del Vangelo».

Musica scritta e musica cantata

Quando un giovane vescovo lo interrogò sull’arte della predicazione, Francesco di Sales consigliò, tra l’altro, di ricorrere agli esempi tratti dalle vite dei santi, poiché – affermava – «il Vangelo è come una musica scritta, mentre la vita dei santi è questa musica cantata». Non sono certo pochi coloro che, non conoscendo le note, non possono leggere lo spartito divino del Vangelo. Ma i Santi – e, tra di essi, il Nostro – l’eseguono, e nella loro perfetta esecuzione rendono intellegibile il Vangelo al cuore d’ogni uomo.
Da qui l’amabile rimprovero rivolto dal santo Vescovo agli israeliti i quali «non poterono cantare a Babilonia perché pensavano al loro paese. Io – dice san Francesco di Sales – vorrei che cantassimo dappertutto».