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Appello ai cattolici tedeschi contro la Kirchensteuer

Roberto de Mattei, Acies Ordinata, Monaco di Baviera (18 gennaio)

Rivolgo un appello ai cattolici tedeschi, perché cessino di pagare la cosiddetta Kirchensteuer, il prelievo di una quota di reddito, a seconda della propria appartenenza religiosa. E’ inammissibile che l’unica possibilità di sottrarsi a questo prelievo f


orzato sia una dichiarazione obbligata di abbandono della Chiesa (Kirchenaustritt) a cui segue automaticamente una scomunica de facto.

La Conferenza Episcopale Tedesca ha decretato infatti che coloro che sottoscrivono la Kirchenaustritt non possono più confessarsi, fare la comunione o la cresima e, al momento della morte, non potranno ricevere un funerale cattolico. Senza pronunciare esplicitamente la parola scomunica, la Conferenza episcopale tedesca colpisce coloro che escono dalla Chiesa per ragioni fiscali con l’esclusione dalla vita sacramentale, che costituisce l’essenza della scomunica (can. 1331 § 1). Essi possono essere riammessi ai sacramenti solo dopo aver ritirato la loro dichiarazione ed essersi impegnati a far fronte ai loro obblighi finanziari.

Secondo il Synodaler Weg, i cattolici divorziati e risposati che pagano la Kirchensteuer possono accedere ai sacramenti, mentre i cattolici osservanti che rifiutano il pagamento di questa tassa sono rigorosamente esclusi dalla vita sacramentale della Chiesa. Eretici e scismatici notori, tra cui anche sacerdoti e vescovi, non vengono sanzionati, mentre la scomunica viene applicata ad un atto che, nel peggiore dei casi, può essere qualificato di disobbedienza di laici, contro cui il diritto canonico non prevede alcuna pena.

E’ vero che il dovere di aiutare materialmente la Chiesa fa parte della tradizione cattolica ed è recepito dal nuovo Codice di Diritto Canonico nei canoni 222, §1 e 1260, però la tradizione della Chiesa non ha mai considerato la violazione di questo dovere come un delitto punibile in sé e il Codice non commina nessuna pena contro chi lo trasgredisce.

A meno che non si sostenga che ciò che è sanzionato non è il rifiuto di pagare le tasse, ma l’atto di dimissione dalla Chiesa cattolica, assimilato al delitto di scisma o apostasia, che il codice punisce con la scomunica latae sententiae(can. 1364 § 1). Ma la Kirchenaustritt, per avere rilevanza canonica, deve essere una scelta libera e consapevole e non un atto a cui viene costretto chi, per motivi diversi, vuole evitare il pagamento di una tassa ingiusta.

Da parte sua, lo Stato tedesco entra in contraddizione con la sua Costituzione (Grundgesetz) che assicura la non-discriminazione dei cittadini a causa della loro religione. Uno Stato non confessionale non ha il diritto di ingerirsi nella sfera privata dei cittadini, sapendo che la conseguenza della segnalazione all’autorità ecclesiastica della loro fede religiosa sarà o l’imposizione di un prelievo fiscale o severe sanzioni canoniche. L’autorità civile funge in questo caso da braccio secolare della Chiesa.

La Chiesa, a sua volta, sacrifica il diritto fondamentale del cristiano di non subire ingerenze dello Stato nelle questioni che concernono la fede e la morale e viola la libertà religiosa dei propri fedeli costringendoli a emettere una pubblica dichiarazione di rinuncia alla loro appartenenza alla Chiesa per ragioni meramente economiche.

Il criterio di appartenenza alla Chiesa cattolica si fonda sulla fede che ogni cattolico riceve con il battesimo e non può essere ridotto al pagamento di una tassa. Solo un’istituzione profondamente secolarizzata può stabilire un’equazione tra l’appartenenza alla Chiesa e il pagamento di una quota del proprio reddito. La Chiesa tedesca, economicamente ricca, ma spiritualmente sempre più povera, appare agli occhi del cristiano, come un apparato aziendale e burocratico sottomesso all’opinione pubblica e alle autorità civili. Inoltre chi subordina la vita sacramentale al pagamento di un’imposta cade nel peccato di simonia (Atti 8, 5-24), quella vendita di beni spirituali che ha caratterizzato tutte le epoche di grave crisi nella Chiesa.

Il nome di Kulturkampf è entrato nella storia per indicare la persecuzione contro i cattolici operata dal cancelliere Bismarck nell’ultimo trentennio dell’Ottocento. Il teorico comunista Antonio Gramsci reclamò a sua volta un nuovo Kulturkampf contro la Chiesa cattolica, senza immaginare che il suo piano di secolarizzazione della società lo avrebbero realizzato i vescovi. La domanda cruciale che si pone è questa: può un cattolico essere complice del processo di decattolicizzazione del proprio paese?

Comprendiamo il doloroso problema di coscienza. Tuttavia, pagare la Kirchensteuer significa cooperare direttamente a quel processo di secolarizzazione della Chiesa in Germania e nel mondo che i vescovi tedeschi promuovono sul piano ideologico e sostengono sul piano finanziario. Pagare la Kirchensteuer significa, in questo momento, sostenere il Synodalen Weg.

Per questo, il rifiuto di finanziare la Conferenza Episcopale tedesca non significa voltare le spalle alla Chiesa e tantomeno abbandonare la fede cattolica, ma anzi difenderla. E’ il bene, non solo della Chiesa in Germania, ma della Chiesa universale, che ci spinge a rivolgere un appello ai cattolici tedeschi: cessate di pagare la Kirchensteuer! Deponiamo questo appello ai piedi di Maria, Patrona Bavariae, protettrice invincibile della Germania e Madre della Chiesa.