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lacroce

DCXIV. Il giorno del Sabato Santo. DCXV. La notte del Sabato Santo.

30 marzo 1945.
1 L'alba viene avanti stenta, a fatica. E l'aurora tarda stranamente, per quanto non ci siano nuvoli in cielo. Ma sembra che gli astri abbiano perso ogni vigore. E come era pallida la notturna luna, così è pallido il sole che appare. Opachi… Hanno forse pianto anche essi, da avere questo aspetto appannato, come lo hanno gli occhi dei buoni che hanno pianto e piangono per la morte del Signore?
Appena Giovanni comprende che le porte sono riaperte, esce, sordo alle suppliche materne. Le donne si asserragliano in casa, ancora più intimorite ora che anche l'apostolo se ne è andato.
Maria, sempre nella sua stanza, con le mani prosciolte nel grembo, guarda fisso fuori dalla finestra, che si apre su un giardino non vastissimo ma abbastanza ampio e tutto pieno di rose in fiore lungo le alte muraglie e le aiuole capricciose. I ciuffi dei gigli, invece, sono ancora senza lo stelo del futuro fiore: folti, belli, ma solo a foglie. Guarda, guarda, ed io credo non veda niente. Ma solo veda ciò che è nel suo povero cervello stanco: l'agonia del Figlio.
Le donne vanno e vengono. Le si accostano, la carezzano, la pregano di prendere un ristoro… e ogni volta, col loro venire, viene un'ondata di un profumo pesante, composto, sbalordente.
Maria ne ha un brivido ogni volta. Ma non ha altro. Non parole. Non atti. Niente. È esausta. Attende. È solo un'attesa. È Colei che attende.
2 Un picchio all'uscio… Le donne corrono ad aprire. Maria si volge sul suo sedile, senza alzarsi, e fissa l'uscio socchiuso.
Entra la Maddalena. «C'è Mannaen… Vorrebbe essere usato per qualche cosa».
«Mannaen… Fàllo entrare. Fu sempre buono. Ma credevo non fosse lui…».
«Chi credevi, Madre?…».
«Dopo… dopo. Fa' passare».
Entra Mannaen. Non è pomposo come di solito. Ha una veste comunissima, di un marrone quasi nero, e un mantello uguale. Nessun gioiello e non la spada. Nulla. Sembra un uomo benestante ma del popolo. Si curva a salutare, prima con le mani incrociate sul petto, e poi si inginocchia come davanti ad un altare.
«Alzati. E perdona se non rispondo all'inchino. Non posso…».
«Non devi. Non lo permetterei. Chi sono lo sai. Perciò ti prego calcolarmi tuo servo. Hai bisogno di me? Vedo che non hai un uomo d'intorno. So da Nicodemo che tutti sono fuggiti. Non c'era nulla da fare. È vero. Ma almeno dargli il conforto di vederci. Io… io l'ho salutato al Sisto. E poi non ho più potuto, perché… Ma è inutile dirlo. Anche questo fu voluto da Satana. Ora sono libero e vengo a mettermi al tuo servizio. Ordina, Donna».
«Vorrei sapere e far sapere a Lazzaro… Le sorelle sono in pena, e mia cognata e l'altra Maria pure. Vorremmo sapere se Lazzaro, Giacomo, Giuda e l'altro Giacomo sono salvi».
«Giuda? L'Iscariota? Ma lo ha tradito!».
«Giuda, figlio del fratello dello sposo mio».
«Ah! vado», e si alza. 614.3Ma nel farlo ha un movimento di dolore.
«Ma sei ferito?».
«Uhm… sì. Roba da nulla. Un braccio che duole un poco».
«Per causa nostra, forse? Per questo non c'eri lassù?».
«Sì. Per questo. E solo per questo mi dolgo. Non per la ferita. Il resto di fariseismo, di ebraismo, di satanismo che era in me, perché satanismo è divenuto il culto d'Israele, è tutto uscito con quel sangue. Sono come un pargolo che, dopo la recisione del sacro ombelico, non ha più contatti col sangue materno, e le poche stille che ancora restano nel cordone reciso non vanno in lui, strozzate come sono dal laccio di lino. Ma cadono… Inutili ormai. Il neonato vive col suo cuore e il suo sangue. Così io. Fino ad ora ero ancora non formato del tutto. Ora sono giunto al termine, e vengo, e sono stato dato alla Luce. Ieri sono nato. Mia madre è Gesù di Nazaret. E mi ha partorito quando ha dato l'ultimo grido. So… Perché sono fuggito nella casa di Nicodemo questa notte. Solo vorrei vederlo. Oh! quando andrete al Sepolcro, ditemelo. Verrò… Il suo Volto di Redentore io lo ignoro!».
«Ti guarda, Mannaen. Volgiti».
L'uomo, che era entrato tanto a capo chino e che aveva avuto poi occhi solo per Maria, si volta quasi spaventato e vede il Sudario. Si getta bocconi, adorando… E piange.
Poi si leva. Si inchina a Maria e dice: «Vado».
«Ma è sabato. Lo sai. Già ci accusano di violare la Legge per sua istigazione».
«Pari siamo, perché essi violano la legge dell'Amore. La prima e più grande. Egli lo diceva. Il Signore ti conforti». Esce.
4 E le ore passano. Come sono lente per chi attende…
Maria si alza e appoggiandosi ai mobili si fa sull'uscio. Cerca di traversare il vasto vestibolo d'ingresso. Ma quando non ha più appoggio vacilla come fosse ebbra.
Marta, che vede dal cortile che è oltre l'uscio, aperto all'estremità del vestibolo, accorre. «Dove vuoi andare?».
«Là dentro. Me lo avete promesso».
«Aspetta Giovanni».
«Basta aspettare. Vedete che sono quieta. Andate, poi che avete fatto chiudere dall'interno, e fate aprire. Io aspetto qui».
Susanna, poiché tutte sono accorse, parte per chiamare il padrone con le chiavi. Intanto Maria si appoggia alla porticina come volesse aprirla con la forza del suo volere.
Ecco l'uomo. Pauroso, avvilito, apre e si ritira. E Maria, a braccio di Marta e Maria d'Alfeo, entra nel Cenacolo.
Tutto è ancora come era alla fine della Cena. Il susseguirsi delle cose e l'ordine dato da Gesù hanno impedito manomissioni. Soltanto sono stati riportati i sedili al loro posto. E Maria, che pure non è stata nel Cenacolo, va diritta al posto dove era seduto il suo Gesù. Pare che la guidi una mano. E sembra quasi sonnambula, tanto è irrigidita nello sforzo di andare… Va. Gira intorno al letto sedile, si insinua fra questo e la tavola… resta ritta un momento e poi si abbatte attraverso al tavolo in un nuovo scoppio di pianto. Poi si calma. Si inginocchia e prega con la testa appoggiata all'orlo della tavola. Carezza la tovaglia, il sedile, le stoviglie, l'orlo del grande vassoio dove era l'agnello, il grande coltello usato a scalcare, l'anfora posata davanti a quel posto. Non sa di toccare ciò che ha toccato anche l'Iscariota. Poi resta come inebetita, con la testa appoggiata sulle braccia conserte messe sul tavolo.
Tacciono tutte. Finché la cognata dice: «Vieni, Maria. Temiamo i giudei. Vorresti che entrassero qui?».
«No. No. È luogo santo. Andiamo. Aiutatemi… Avete fatto bene a dirmelo. Vorrei anche un cofano, bello, grande, chiuso. Per chiudervi dentro tutti i miei tesori».
«Domani te lo faccio portare dal palazzo. È il più bello della casa. È robusto e sicuro. Te lo dono con gioia», promette la Maddalena.
Escono. Maria è proprio esausta. Vacilla nel fare i pochi scalini. E, se è meno drammatico il suo dolore, è perché non ha più forza di essere tale. Ma nella sua pacatezza è ancora più tragico.
Rientrano nella stanza di prima. E prima di tornare al suo posto Maria accarezza, come fosse un viso di carne, il santo Volto del Sudario.
5 Un altro busso al portone. Le donne si affrettano ad uscire e a socchiudere l'uscio.
Con la sua voce stanca Maria dice: «Se fossero i discepoli, e specie Simon Pietro e Giuda, che vengano subito a me».
Ma è il pastore Isacco. Entra piangendo dopo qualche minuto e subito si prostra al Sudario e poi alla Madre, e non sa che dire. È Lei che dice: «Grazie. Ti ha visto e ti ho visto. Lo so. Vi guardava finché ha potuto».
Isacco piange ancora più forte. Può parlare solo quando ha finito il suo pianto. «Non volevamo andare via. Ma Gionata ce ne ha pregato. I giudei minacciavano le donne… e dopo non abbiamo più potuto venire. Era… era tutto finito… Dove dovevamo andare allora? Ci siamo sparsi per la campagna e a notte fatta ci siamo riuniti a mezza via fra Gerusalemme e Betlemme. Ci pareva di allontanare la sua Morte andando verso la sua Grotta… Ma poi abbiamo sentito che non era giusto andare là… Era egoismo, e siamo tornati verso la Città… E ci siamo trovati, senza sapere come, a Betania…».
«I miei figli!».
«Lazzaro!».
«Giacomo!».
«Sono tutti là. I campi di Lazzaro all'aurora erano sparsi di vaganti che piangevano… I suoi inutili amici e discepoli!… Io… sono andato da Lazzaro e credevo di essere il primo… Invece là erano già i tuoi due figli, donna, e il tuo, insieme ad Andrea, Bartolomeo, Matteo. Li aveva persuasi ad andare là Simone Zelote. E Massimino, uscito per la campagna fin dal primo mattino, ne aveva trovati altri. E Lazzaro li ha soccorsi tutti. E ancora lo sta facendo. Dice che il Maestro gliene aveva dato ordine. E così dice lo Zelote».
«Ma Simone e Giuseppe, gli altri miei figli, dove sono?».
«Non so, donna. Eravamo stati insieme fino al terremoto. Poi… non so più nulla di esatto. Fra le tenebre e i fulmini e i morti risorti e il tremore del suolo e il turbine dell'aria, ho perduto la ragione. Io mi trovai nel Tempio. E ancora mi chiedo come potei essere là dentro, oltre il limite sacro. Pensa che fra me e l'altare dei profumi c'era solo un cubito… Pensa! Io dove pongono i piedi solo i sacerdoti di turno!… E… e ho visto il Santo dei Santi!… Sì. Perché il Velo del Santo è lacerato da cima a fondo, come l'avesse strappato il volere di un gigante… Se mi vedevano là dentro, mi lapidavano. Ma nessuno vedeva più. Non ho incontrato che spettri di morti e spettri di viventi. Perché spettri parevamo alla luce dei fulmini, al chiarore degli incendi e col terrore nei volti…».
«Oh! il mio Simone! il mio Giuseppe!».
«E Simon Pietro? E Giuda di Keriot? E Tommaso e Filippo?».
«Non so, Madre… Lazzaro mi ha mandato a vedere, perché gli avevano detto che… che vi avevano uccisi».
«Vai subito, allora, a tranquillizzarlo. Ho già mandato Mannaen. Ma va' tu pure e di'… di' che solo Lui è l'Ucciso. Ed io con Lui. E se vedi degli altri discepoli, portali con te là. Ma l'Iscariota e Simon Pietro li voglio io».
«Madre… perdonaci se di più non abbiamo fatto».
«Tutto perdono… Vai».
Isacco esce. E Marta e Maria, Salome e Maria d'Alfeo lo soffocano di preghiere, di raccomandazioni, di ordini. Susanna piange piano perché nessuno le parla dello sposo. È allora che Salome si ricorda del suo. E piange anche lei.
6 Silenzio di nuovo. Sino ad un nuovo picchiare al portone.
Posto che la città è quieta, le donne sono meno paurose. Ma, quando dall'uscio socchiuso vedono spuntare il volto glabro di Longino, fuggono tutte come avessero visto un morto nel suo lenzuolo funebre o il Demonio in persona. Il padrone di casa, che per curiosità ciondola nel vestibolo, è il primo a scappare.
Accorre la Maddalena, che era con Maria. Longino, con un involontario sorrisetto canzonatorio sulle labbra, è entrato ed ha chiuso da sé il pesante portone. Non è in divisa. Ma ha una veste grigia e corta sotto un mantello pure oscuro.
Maria Maddalena lo guarda e lui guarda lei. Poi, rimanendo sempre addossato alla porta, Longino chiede: «Posso entrare senza contaminare nessuno? E senza fare terrore a nessuno? Ho visto stamane all'aurora il cittadino Giuseppe e mi ha detto del desiderio della Madre. Chiedo perdono se non giunsi di mio a pensarlo. Ecco la lancia. L'avevo tenuta per ricordo di un… del Santo dei Santi. Oh! questo sì che lo è! Ma è giusto l'abbia la Madre. Per le vesti… è più difficile. Non glielo dite… ma forse sono già state vendute per pochi denari… È diritto dei soldati. Ma cercherò di trovarle…».
«Vieni. Ella è là».
«Ma io sono pagano!».
«Non importa. Glielo vado a dire. Se lo desideri».
«Oh! non… non pensavo di meritarlo».
7 Maria Maddalena va dalla Vergine. «Madre, Longino è lì fuori… Ti offre la lancia».
«Fàllo passare».
Il padrone di casa, che è sull'uscio, brontola: «Ma è un pagano».
«Sono Madre di tutti, uomo. Come Egli di tutti è il Redentore».
Longino entra e sulla soglia saluta romanamente col gesto, col braccio (si è levato il mantello) e poi con la voce: «Ave, Domina. Un romano ti saluta: Madre dell'umano genere. La vera Madre. Non avrei voluto essere io a… a… a quella cosa. Ma era ordine. Però, se servo a darti quanto desideri, perdono al destino di avermi scelto per quella orrenda cosa. Ecco», e le dà la lancia avvolta in un drappo rosso. Il solo ferro. Non l'asta.
Maria la prende divenendo ancora più pallida. Si annullano persino le labbra nel pallore. Pare che la lancia la sveni. E trema fin con le labbra mentre dice: «Egli ti conduca a Sé. Per la tua bontà».
«Era l'unico Giusto che io abbia incontrato nel vasto impero di Roma. Mi pento di non averlo conosciuto che per le parole dei compagni. Ora… è tardi!».
«No, figlio. Egli ha finito l'evangelizzare. Ma il suo Vangelo resta. Nella sua Chiesa».
«Dove è la sua Chiesa?». Longino è lievemente ironico.
«Qui è. Oggi è percossa e dispersa. Ma domani si riunirà come un albero che ravvia la chioma dopo la tempesta. E, anche non ci fosse più alcuno, io ci sono. E il Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio e mio, è tutto scritto nel mio cuore. Non ho che guardarmi il cuore per potervelo ripetere».
«Verrò. Una religione che ha per capo un tale eroe non può essere che divina. Ave, Domina!».
E anche Longino se ne va.
Maria bacia la lancia, dove ancora è il Sangue del Figlio… Né vuole levarlo quel Sangue. Ma lo lascia, «rubino di Dio, sulla lancia crudele», dice…
8 La giornata, fra schiarite di nuvole e cupezze di temporale, passa così.
Giovanni torna solo quando il sole a perpendicolo dice che è il mezzogiorno. «Madre. Io non ho trovato nessuno, fuorché… Giuda di Keriot».
«Dove è?».
«Oh! Madre! Che orrore! Egli pende da un ulivo, gonfio e nero quasi fosse morto da settimane. Putrido. Orrendo… Su lui gli avvoltoi, i corvi, che so, urlano in risse atroci… È stato il loro clamore che mi ha chiamato in quel senso. Ero sulla via del monte Uliveto, e su un poggio ho visto ruote e ruote di uccellacci neri. Sono andato… Perché? Non lo so. E ho visto. Che orrore!…».
«Che orrore! Dici bene. Ma sopra la Bontà fu la Giustizia. Infatti la Bontà è assente, ora… Ma Pietro! Ma Pietro!… Giovanni, ho la lancia. Ma le vesti… Longino non ne ha parlato».
«Madre, voglio andare al Getsamni. Egli è stato preso senza mantello. Forse è là ancora. Poi andrò a Betania».
«Vai. Per il mantello, vai… Gli altri sono da Lazzaro. Non andare perciò da Lazzaro. Non occorre. Va' e torna qui».
Giovanni parte di corsa. Senza prendere ristoro. Come senza ristoro sta Maria. Le donne hanno mangiato in piedi pane e ulive, sempre lavorando ai loro balsami.
9 E viene, con Gionata, Giovanna di Cusa. È una maschera dal gran pianto. E appena vede Maria dice: «Mi ha salvata! Mi ha salvata e Lui è morto. Ora non vorrei più essere stata salvata!».
È la Madre Dolorosa che deve consolare questa creatura guarita, ma rimasta di una sensibilità morbosa. E la consola e la fortifica dicendole: «Non lo avresti conosciuto e amato e non lo potresti servire ora. Quanto ci sarà da fare, in futuro! E noi dovremo fare perché, lo vedi… Noi siamo rimaste, e gli uomini sono fuggiti. È sempre la donna la generatrice vera. Nel Bene. Nel Male. Noi genereremo la nuova Fede. Di essa siamo ripiene, deposta in noi dallo Sposo Iddio. Ed essa genereremo alla Terra. Per il bene del mondo. Guardalo come è bello! Come sorride e mendica questo nostro santo lavoro! Giovanna, io ti amo, lo sai. Non piangere più».
«Ma Egli è morto! Sì. Lì sopra è ancora simile ad un vivo. Ma ora vivo non è più. Che è il mondo privo di Lui?».
«Egli tornerà. Va'. Prega. Attendi. Più crederai, più presto risorgerà. È la mia forza questo credere… E solo io, Dio e Satana sappiamo quanti assalti sono dati a questa mia fede nella sua Risurrezione».
Anche Giovanna va via, esile e piegata come un giglio troppo saturo d'acqua.
Ma, uscita lei, Maria ricade nel tormento. «A tutti! A tutti devo dare la forza. E a me chi la dà?». E piange, accarezzando il Volto dell'effigie, perché ora si è seduta presso il cofano su cui il Sudario è steso.
10Vengono Giuseppe e Nicodemo. Ed evitano alle donne di uscire per comperare mirra e aloe, perché ne portano dei sacchetti. Ma la loro forza cede davanti al Viso impresso nel lino e al viso devastato della Madre. Si siedono in un angolo dopo averla salutata e tacciono. Seri, funebri… Poi vanno.
Né Lei ha più forza di parlare. Ma, più scende la sera, precoce per la nuvolaglia afosa, e più diviene una povera creatura straziata. Le ombre della sera sono anche per Lei, come per tutti i dolenti, fonte di maggior dolore.
Anche le altre si fanno più tristi. E specie Salome, Maria d'Alfeo e Susanna. Ma per loro infine viene il ristoro, perché in gruppo giungono Zebedeo, lo sposo di Susanna e Simone e Giuseppe d'Alfeo. I due primi restano nel vestibolo, mentre spiegano che li ha trovati Giovanni mentre passava per il sobborgo di Ofel. I due altri invece sono stati trovati da Isacco erranti per la campagna, incerti se tornare in città o andare dai fratelli, che supponevano a Betania.
11Simone dice: «Dove è Maria? La voglio vedere», e preceduto dalla madre entra e bacia la parente straziata.
«Sei solo? Perché non è con te Giuseppe? Perché vi siete lasciati? Ancora in urto fra voi? Non dovete. Vedete? La ragione dell'attrito è morta!». E accenna al Volto del Sudario.
Simone lo guarda e piange. Dice: «Non ci siamo più lasciati. E non ci lasceremo. Sì, la ragione dell'attrito è morta. Ma non come tu credi. È morta perché Giuseppe, ora, ha compreso… È lì fuori Giuseppe… e non osa venire…».
«Oh! no. Io non faccio mai paura. E non sono che pietà. Avrei perdonato anche al Traditore. Ma non posso più. Si è ucciso».
E si alza. Cammina curva chiamando: «Giuseppe! Giuseppe!». Ma Giuseppe, affogato nel pianto, non risponde.
Ella si fa sulla porta, come era per parlare a Giuda, e sostenendosi allo stipite stende l'altra mano e la posa sulla testa del più anziano e tenace dei nipoti. Lo carezza e dice: «Lascia che io mi appoggi ad un Giuseppe! Tutto era pace e serenità finché avevo quel nome come re nella mia casa. Poi il mio santo mi è morto… E tutto il bene umano della povera Maria è stato morto esso pure. È rimasto il bene soprannaturale del mio Dio e Figlio… Ora sono la Derelitta… Ma se posso essere fra il cerchio delle braccia di un Giuseppe che amo, e tu lo sai se ti amo, io mi sentirò meno derelitta. Mi parrà di tornare indietro. Di poter dire: "Gesù è assente. Ma non morto. È a Cana, a Naim per lavori, ma ora torna…". Vieni, Giuseppe. Entriamo insieme dove Egli ti aspetta per sorriderti. Ci ha lasciato il suo sorriso per dirci che non ha rancore».
Giuseppe entra, tenuto per mano da Lei, e come la vede seduta le si inginocchia davanti con la testa nel grembo e singhiozza: «Perdono! Perdono!».
«Non a me. A Lui lo devi chiedere».
«Non me lo può dare. Sul Calvario ho cercato di attirare il suo sguardo. Tutti ha guardato. Ma non me… Ha ragione… L'ho conosciuto e amato, come Maestro, troppo tardi. Ora è finito».
«Ora incomincia. Tu andrai a Nazaret e dirai: "Io credo". Il tuo credere avrà un valore infinito. Lo amerai con la perfezione degli apostoli futuri, che avranno il merito di amare il Gesù conosciuto solo dallo spirito. Lo farai?».
«Sì! Sì! Per riparare. Ma vorrei sentire da Lui una parola. E non la sentirò mai più…».
«Il terzo giorno Egli risorgerà e parlerà a coloro che ama. Tutto il mondo attende la sua Voce».
«Te benedetta che puoi credere…».
«Giuseppe! Giuseppe! Il mio sposo ti era zio. E credette ad una cosa che è ancora più difficile a credere di questa. Ha saputo credere che la povera Maria di Nazaret fosse la Sposa e Madre di Dio. Perché tu, nipote di questo Giusto e portatore del suo nome, non puoi credere che un Dio possa dire alla Morte: "Basta!" e alla Vita: "Torna!"?».
«Io non merito questa fede, perché sono stato cattivo. Ingiusto fui con Lui. Ma tu… tu sei la Madre. Benedicimi. Perdonami… Dammi pace…».
«Sì… Pace… Perdono… Oh! Dio! Una volta ho detto: "Come è difficile essere i 'redentori'". Ora dico: "Come è difficile essere la Madre del Redentore!". Pietà, mio Dio! Pietà!…
12Va', Giuseppe. Tua madre ha tanto sofferto in queste ore. Confortala… Io resto qui… Con tutto quanto ho del mio Bambino… E le mie lacrime solitarie ti otterranno la Fede. Addio, nipote mio. Di' a tutti che voglio tacere… pensare… pregare… Sono… Sono una povera donna tenuta sospesa su un abisso da un filo… Il filo è la mia Fede… E la vostra non-fede, perché nessuno sa credere totalmente e santamente, urta continuamente questo mio filo… E non sapete quale fatica mi imponete… Non sapete di aiutare Satana a tormentarmi. Va'…».
E Maria resta sola… Si inginocchia davanti al Sudario. Bacia la fronte, gli occhi, la bocca del Figlio e dice: «Così! Così! Per avere forza…Devo credere. Devo credere. Per tutti».
La notte è calata. Senza stelle. Buia. Afosa. Maria resta nell'ombra col suo dolore.
Il giorno del Sabato è finito.
31 marzo 1945.
1 Entra guardinga Maria di Alfeo e ascolta. Forse pensa che la Vergine si sia assopita. Si accosta, si curva. E la vede in ginocchio, col volto a terra contro il Sudario. Mormora: «O sventurata! Così è rimasta!». Deve pensare che si è addormentata o svenuta così.
Ma Maria, uscendo dalla sua orazione, dice: «No, pregavo».
«Ma in ginocchio! Al buio! Al freddo! La finestra aperta! Senti? Sei di gelo».
«Ma sto tanto meglio, Maria. Mentre pregavo — e solo l'Eterno sa come ero sfinita dopo avere sostenuto tante fedi che vacillano, illuminato tante menti che neppure la sua morte ha rischiarato — mi è parso di sentire un profumo angelico, una freschezza di Cielo, una carezza d'ala… Un attimo… Non di più. Ma mi è sembrato che, nel mare di mirra che infuriato mi sommerge da tre giorni ormai, si infondesse una stilla di pacificante dolcezza. Mi è sembrato che la volta serrata dei Cieli si socchiudesse e un filo di luminoso amore scendesse sulla Abbandonata. Mi è sembrato che, venendo da lontananze infinite, un murmure incorporeo dicesse: "È realmente terminato". La mia preghiera, sino a quel momento desolata, si è fatta più quieta. Si è tinta della luminosa pace — oh! appena una sfumatura! — della luminosa pace che erano i miei contatti con Dio nell'orazione…
2 Le mie orazioni!… Maria, hai amato molto, tu, il tuo Alfeo quando eri la vergine sposata?».
«Oh! Maria!… Giubilavo all'aurora dicendo: "È passata una notte. Una di meno d'attesa". Giubilavo al tramonto dicendo: "Un altro giorno è finito. Più prossima la mia entrata sotto il suo tetto". E come calava il sole, io cantavo come un'allodola pensando: "Fra poco viene". E quando lo vedevo venire, bello nel volto come il mio Giuda — è per quello che Giuda è il mio prediletto — ma dall'occhio di cervo innamorato come è Giacomo mio, oh! allora io non sapevo più dove ero! E quando mi salutava dicendo: "Dolce sposa!" e io gli potevo dire: "Mio signore", allora io… io credo che, se fossi stata stritolata in quel momento da un pesante carro o colpita da una freccia, non avrei sentito dolore. E dopo!… Quando fui la moglie sua… Ah!…». Maria si perde nell'estasi dei ricordi. Poi chiede: «Ma perché questa domanda?».
«Per spiegarti cosa erano per me le orazioni. Centuplica i tuoi sentimenti, aumentali per mille e mille potenze, e comprenderai cosa è sempre stata per me l'orazione, l'attesa di quell'ora… Già, io credo che, se anche non oravo nella pace della grotta o della stanza mia, ma lavoravo alle opere della donna, l'anima mia orasse senza pausa… Ma quando potevo dire: "Ecco, l'ora di raccogliermi in Dio viene", io avevo il cuore che ardeva palpitando veloce. E quando in Lui mi perdevo… allora… No… Questo non te lo posso spiegare. Quando sarai nella luce di Dio lo comprenderai…
3 Tutto questo da tre giorni era perduto… Ed era ancora più straziante del non avere più Figlio… E Satana lavorava su queste due piaghe sovrapposte della morte della mia Creatura e dell'abbandono di Dio, creando la terza piaga del terrore della non fede. Maria, ti voglio bene e mi sei parente. Lo dirai, poi, ai tuoi figli apostoli, perché sappiano resistere nell'apostolato e trionfare su Satana. Io sono certa che, se io avessi accettato il dubbio, se avessi ceduto alla tentazione di Satana e avessi detto: "Non è possibile che Egli sorga" negando Dio — perché dire ciò era negare Dio con la sua Verità e Potenza — nel nulla sarebbe ricaduta tanta Redenzione. Io, nuova Eva, avrei morso da capo al pomo della superbia e del senso spirituale, e avrei disfatto l'opera del mio Redentore. Gli apostoli continuamente saranno tentati così: dal mondo, dalla carne, dal potere, da Satana. Restino fermi. Contro tutte le torture, e le corporali saranno le più lievi, per non distruggere ciò che Gesù ha fatto».
«Dillo tu, Maria, ai miei figli… Che vuoi che sappia dire la tua povera cognata?!
4 Oh! però! Se fossero venuti! Pazienza, fuggire nella prima ora! Ma poi!».
«Vedi che Lazzaro e Simone avevano ordine di condurli a Betania. Gesù sa tutto…».
«Sì… Ma… Oh! quando li vedrò, li rimprovererò acerbamente. Sono stati dei vili. Che tutti lo fossero! Ma non loro. I miei figli! Non lo perdonerò loro mai…».
«Perdona, perdona… È stato un momento di smarrimento… Non credevano che Egli potesse essere preso. Egli lo aveva detto…».
«Bene apposta che non li perdono. Lo sapevano. Erano perciò già preparati. Quando una cosa si sa, e si crede a chi la dice, niente fa più stupore!».
«Maria, anche a voi ha detto: "Io risorgerò". Eppure… Potessi aprirvi il petto e il capo, sul cuore e sul cervello vedrei scritto: "Non può essere"».
«Ma almeno… Sì… È difficile credere… Ma noi siamo rimaste però sul Calvario».
«Per grazia gratuita di Dio. Altrimenti saremmo fuggite noi pure. Longino, lo hai sentito? Ha detto: "orrenda cosa". Ed è un guerriero. Noi, donne, sole con un ragazzo, abbiamo resistito per aiuto diretto di Dio. Non te ne gloriare, perciò. Non è merito nostro».
«E perché non a loro?».
«Perché essi saranno i sacerdoti di domani. Devono perciò sapere. Sapere, per averlo provato, come è facile al fedele di un Credo cadere in abiura. Gesù non vuole dei sacerdoti come quelli che lo sono tanto poco da essere stati i suoi più tenaci nemici…».
«Parli di Gesù come già fosse tornato, tu».
«Lo vedi? Tu pure confessi di non credere. Come puoi dunque rimproverare i tuoi figli?».
Maria d'Alfeo non sa che ribattere. Resta a capo chino, muove macchinalmente degli oggetti. Trova la lucernetta ed esce con quella, per tornare dopo con la stessa accesa, che posa al solito posto.
Maria si è seduta di nuovo presso il Sudario disteso. Il Sudario che, alla luce gialla del lume ad olio, alla fiammella tremolante di esso, acquista una particolare vivezza e pare muoversi nella bocca e negli occhi.
«Non prendi niente?», chiede, un poco mortificata, la cognata.
«Un poco d'acqua. Ho sete».
Maria va e torna… con del latte.
«Non insistere. Non posso. Acqua sì. Non ho più acqua in me… Credo non avere più neppure sangue. Ma…».
5 Bussano al portone. Maria d'Alfeo esce. Un parlottio nel vestibolo e poi Giovanni mette dentro il capo.
«Giovanni. Sei tornato? Ancora nulla?».
«Sì. Simon Pietro… e il mantello di Gesù… insieme… Nel Get-Samnì. Il mantello…». Giovanni scivola in ginocchio e dice: «Eccolo… Ma è tutto lacerato e insanguinato. Le impronte delle mani sono di Gesù. Solo Lui le aveva lunghe e sottili così. Ma le lacerazioni sono di denti, si vede netto che è bocca d'uomo questa. Penso sia stato… sia stato Giuda Iscariota, perché presso al posto dove Simon Pietro trovò il mantello era un pezzo della veste gialla di Giuda. È tornato là… dopo… prima di uccidersi. Guarda, Madre».
Maria non ha fatto che carezzare e baciare il pesante mantello rosso del Figlio, ma premuta da Giovanni lo apre e vede le impronte sanguinose, scure sul rosso del Sangue, e le lacerazioni dei denti. Trema e mormora: «Quanto sangue!». Pare che non veda che quello.
«Madre… la terra ne è rossa. Simone, che è corso lassù nelle prime ore del mattino, dice che l'erba era ancor col sangue fresco sulle foglie… Gesù… Io non so… Non mi pareva ferito… Da dove tanto sangue?».
«Dal suo Corpo. Nell'angoscia… Oh! Gesù-Vittima totale! Oh! mio Gesù!». Maria piange così angosciosamente, con un lamento esausto, che le donne si affacciano alla porta e guardano e poi si ritirano. «Questo, questo mentre tutti ti abbandonavano… Che facevate, voi, mentre Egli pativa la sua prima agonia?».
«Dormivamo, Madre…». Giovanni piange.
6 «Là era Simone? Racconta».
«Ero andato per cercare il mantello. Avevo pensato di chiederlo a Giona e a Marco… Ma sono fuggiti. La casa è chiusa e tutto è in abbandono. Allora sono sceso alle mura, per fare tutta la strada fatta giovedì… Ero così stanco quella sera, e addolorato, che non potevo, ora, ricordare dove Gesù si era levato il mantello. Mi pareva che lo avesse e poi non lo avesse… Sul posto della cattura, nulla… Dove eravamo noi tre, nulla… Sono andato per il sentiero preso dal Maestro… E ho creduto fosse morto anche Simon Pietro, perché l'ho visto là, tutto rannicchiato contro un masso. Ho gridato. Ha alzato la testa… e l'ho creduto pazzo, tanto era cambiato. Ha avuto un urlo e ha cercato fuggire. Ma traballava, acciecato dal piangere fatto, ed io l'ho afferrato. Mi ha detto: "Lasciami. Sono un demonio. L'ho rinnegato. Come Lui diceva… e il gallo ha cantato e Lui mi ha guardato. Sono fuggito… ho corso su e giù per la campagna, e poi mi sono trovato qui. E, vedi? Qui Jeovè mi ha fatto trovare il suo Sangue ad accusarmi. Tutto sangue. Tutto sangue! Sulla roccia, sulla terra, sull'erba. Io l'ho fatto spargere. Come te, come tutti. Ma io quel Sangue l'ho rinnegato". Ma pareva in delirio. Ho cercato di calmarlo e di portarlo via. Ma non voleva. Diceva: "Qui. Qui. A fare la guardia a questo Sangue e al suo mantello. E con le lacrime lo voglio lavare. Quando non ci sarà più sangue sulla stoffa, forse allora tornerò fra i vivi battendomi il petto e dicendo: 'Io ho rinnegato il Signore!'". Gli ho detto che tu lo volevi. Che mi avevi mandato a cercarlo. Ma non lo voleva credere. Allora gli ho detto che volevi anche Giuda, per perdonarlo, e che soffrivi di non poterlo più fare per il suo suicidio. Allora ha pianto più calmo. Ha voluto sapere. Tutto. E mi ha raccontato che l'erba era ancora col Sangue fresco e che il mantello era tutto malmenato da Giuda, di cui egli aveva trovato un pezzo di veste. L'ho lasciato parlare e parlare, e poi ho detto: "Vieni dalla Madre". Oh! quanto ho dovuto pregare per persuaderlo! E quando mi pareva di essere riuscito a persuaderlo e mi alzavo per venire, egli non voleva più. Solo verso sera è venuto. Ma giunto oltre la porta si è nascosto da capo in un'ortaglia deserta, dicendo: "Non voglio che la gente mi veda. Porto scritto sulla fronte la parola: Rinnegatore di Dio". Ora, a buio fondo, sono riuscito a strascinarlo fin qui».
7 «Dove è?».
«Dietro a quella porta».
«Fallo entrare».
«Madre…».
«Giovanni…».
«Non lo rimproverare. È pentito».
«Mi conosci così poco ancora? Fallo entrare».
Giovanni esce. Ritorna. Solo. Dice: «Non osa. Prova a chiamarlo tu».
E Maria dolcemente: «Simone di Giona, vieni». Niente. «Simon Pietro, vieni». Niente. «Pietro di Gesù e di Maria, vieni». Uno scoppio aspro di pianto. Ma non entra. Maria si alza. Lascia il mantello sulla tavola e va alla porta.
Pietro è accovacciato lì fuori. Come un cane senza padrone. Piange tanto forte, e tutto in un gomitolo, che non sente il rumore della porta che si apre cigolando né lo struscio dei sandali di Maria. Si accorge che Ella è lì quando Ella si china fino a prendergli una mano, premuta sugli occhi, e lo obbliga ad alzarsi. Entra nella stanza tirandoselo dietro come un bambino. Chiude la porta a maniglia e chiavistello e, curva per il dolore come egli per la vergogna, torna al suo posto.
Pietro le va ai piedi, in ginocchio, e piange senza freno. Maria lo carezza sui capelli brizzolati, sudati dal dolore. Non altro che questa carezza, finché egli è più calmo.
8 Poi, quando infine Pietro dice: «Tu non mi puoi perdonare. Non mi accarezzare dunque. Perché io l'ho rinnegato», Maria dice:
«Pietro, tu lo hai rinnegato. È vero. Hai avuto il coraggio di rinnegarlo in pubblico. Il coraggio codardo di farlo. Gli altri… Tutti, meno i pastori, Mannaen, Nicodemo e Giuseppe e Giovanni, hanno avuto la codardia solo. Lo hanno rinnegato tutti: uomini e donne di Israele, meno poche donne… Non nomino i nipoti ed Alfeo di Sara. Essi erano parenti e amici. Ma gli altri!… E neppure hanno avuto il coraggio satanico di mentire per salvarsi, né il coraggio spirituale di pentirsene e piangere, né quello ancor più alto di riconoscere pubblicamente l'errore. Sei un povero uomo. Lo eri, anzi. Finché presumesti di te. Ora sei un uomo. Domani sarai un santo. Ma, anche non fossi qual sei, io ti avrei perdonato lo stesso. Avrei perdonato a Giuda, pure di salvargli lo spirito. Perché il valore di uno spirito, anche di uno solo, merita ogni sforzo per superare ripugnanze e risentimenti, sino ad esserne spezzati. Ricòrdatelo, Pietro. Te lo ripeto: Il valore di un'anima è tale che, a costo di morirne per lo sforzo di subirla vicino, bisogna tenerla così, fra le braccia, come io tengo la tua testa canuta, se si capisce che, tenendola così, la si può salvare. Così. Come una madre che, dopo il castigo paterno, prende sul cuore il capo del figlio colpevole, e più colle parole del suo cuore straziato che batte, che batte d'amore e dolore, che con le percosse paterne, ravvede ed ottiene. Pietro del mio Figlio, povero Pietro che sei stato, come tutti, in mano di Satana in quest'ora di tenebre, e non te ne sei accorto, e credi di avere fatto tutto da te, vieni, vieni qui, sul cuore della Madre dei figli del mio Figlio. Qui non può Satana farti più male. Qui si calmano le tempeste e in attesa del sole — Gesù mio che risusciterà per dirti: "Pace, Pietro mio" — sorge la stella del mattino. Pura, bella, e facente puro e bello tutto ciò che essa bacia, come avviene sulle chiare acque del nostro mare nelle fresche mattine di primavera. Per questo ti ho tanto desiderato. Ai piedi della Croce io ero martirizzata per Lui e per voi e — come non lo hai sentito? — e chiamavo i vostri spiriti così forte che io credo che essi vennero realmente a me. E, chiusi nel mio cuore, anzi, deposti sul mio cuore, come i pani della proposizione, io li ho tenuti sotto il lavacro del suo Sangue e del suo pianto. Io potevo, perché Egli, in Giovanni, mi ha fatta Madre di tutta la sua prole… Quanto ti ho desiderato!… In quella mattina, in quel pomeriggio, e notte e nuovo giorno… Perché tanto hai fatto attendere una madre, povero Pietro ferito e calpestato dal Demonio? Non sai che è compito delle madri ravviare, guarire, perdonare, condurre? Io ti conduco a Lui.
9 Lo vorresti vedere? Vorresti vedere il suo sorriso per persuaderti che ti ama ancora? Sì? Oh! allora staccati dal mio povero seno di donna e posa la fronte sulla sua fronte coronata, la tua bocca sulla sua bocca ferita, e bacialo il tuo Signore».
«È morto… Non potrò mai più».
«Pietro. Rispondi a me. Quale credi sia l'ultimo miracolo del tuo Signore?».
«Quello dell'Eucarestia. Anzi, no. Quello del soldato guarito là… là… Oh! non mi fare ricordare!…».
«Una donna, fedele, amorosa, forte, lo ha raggiunto sul Calvario e gli ha asciugato il Volto. Ed Egli, per dire quanto può l'amore, ha fissato il suo Volto sul lino. Eccolo, Pietro. Questo ha ottenuto una donna, in ora di tenebre infernali e di corruccio divino. Solo perché amò. Ricòrdatelo questo, Pietro. Per le ore in cui ti sembrerà che il Demonio sia più forte di Dio. Dio era prigioniero degli uomini, già oppresso, condannato, flagellato, già morente… Eppure, poiché anche fra le più dure persecuzioni Dio è sempre Dio e, se sarà colpita l'Idea, intoccabile è Dio che la suscita, ecco che Dio, ai negatori, agli increduli, agli uomini degli stolti "perché", dei colpevoli "non può essere", dei sacrileghi "ciò che io non comprendo non è vero", risponde, senza parole, con questo lino. Guardalo.
10Un giorno, tu me lo hai detto, tu dicesti ad Andrea: "Il Messia manifestarsi a te? Non può essere vero!", e poi la tua ragione umana dovette piegare alla forza dello spirito, che vedeva il Messia là dove la ragione non lo vedeva. Un'altra volta, sul mare in tempesta, tu chiedesti: "Vengo, Maestro?", e poi, a mezza via, sull'acqua sconvolta, dubitasti dicendo: "L'acqua non mi può reggere" e, col dubbio per zavorra, per poco non affogavi. Solo quando contro la ragione umana prevalse lo spirito che seppe credere, potesti trovare l'aiuto di Dio. Un'altra dicesti: "Se Lazzaro è morto già da quattro giorni, a che siamo venuti? Per morire inutilmente". Perché non potevi, con la tua ragione umana, ammettere altra soluzione. E la tua ragione fu smentita dallo spirito che, indicandoti col risorto la gloria del Risuscitatore, ti mostrò che non inutilmente eravate andati. Un'altra, anzi più altre, dicesti, udendo il tuo Signore parlare di morte, e morte atroce: "Ciò non ti accadrà mai!". E tu vedi che smentita ha avuto la tua ragione. Io attendo, ora, di udire la parola del tuo spirito in quest'ultimo caso…».
«Perdono».
«Non questo. Un'altra parola».
«Credo».
«Un'altra».
«Non so…».
«Amo. Pietro, ama. Sarai perdonato. Crederai. Sarai forte. Sarai il Sacerdote e non il fariseo che opprime e non ha che formalismi e non fede attiva.
11Guardalo. Osa guardarlo. Tutti lo hanno guardato e venerato. Anche Longino… E tu non sapresti? Hai pure saputo rinnegarlo! Se non lo riconosci ora, attraverso il fuoco del mio materno, amoroso dolore che vi unisce, che vi rappacifica, non potrai più. Egli risorge. Come potrai guardarlo nel suo nuovo fulgore se non sai il suo Volto nel trapasso dal Maestro che conosci al Trionfatore che non conosci? Perché il dolore, tutto il Dolore dei secoli e del mondo, lo ha lavorato con scalpello e mazzuolo in quelle ore che vanno dal vespero del Giovedì all'ora di nona del Venerdì. E hanno mutato il suo Volto. Prima era solo il Maestro e l'Amico. Ora è il Giudice e Re. È salito sul suo seggio per giudicare. E si è cinto il serto. Così resterà. Solo che, dopo la gloriosa Risurrezione, sarà non più l'Uomo Giudice e Re. Ma il Dio Giudice e Re. Guardalo. Guardalo, mentre l'Umanità e il Dolore lo velano, per poterlo guardare quando trionferà nella Divinità sua».
Pietro alza finalmente il capo dal grembo di Maria e guarda Lei, col suo occhio arrossato di pianto in un volto di vecchio bambino, desolato e stupito del male fatto e del tanto bene che trova.
Maria lo forza a guardare il suo Signore. E allora, mentre Pietro, come davanti ad un volto vivo, geme: «Perdono, perdono! Non so come fu. Che fu. Non ero io. Era qualcosa che mi faceva non essere io. Ma io ti amo, Gesù! Ti amo, Maestro mio! Torna! Torna! Non andartene così, senza dirmi che mi hai capito!», Maria ripete l'atto già fatto nella camera sepolcrale. Con le braccia prostese, in piedi, pare la sacerdotessa nell'attimo dell'offerta. E come là ha offerto l'Ostia senza macchia, qui offre il peccatore pentito. È ben la Madre dei santi e dei peccatori!
12E poi alza Pietro. Lo consola ancora. E gli dice: «Ora sono più contenta. Ti so qui. Adesso tu vai. Di là. Con le donne e Giovanni. Avete bisogno di riposo e di cibo. Vai. E sii buono…», come ad un bambino.
E mentre poi, nella casa che, più calma in questa notte seconda dalla sua morte, tende a tornare alle umane abitudini del sonno e del cibo, e mostra l'aspetto stanco e rassegnato delle abitazioni dove i superstiti rinvengono piano dal colpo della morte, Maria sola vuole restare in piedi. Ferma al suo posto. Nella sua attesa. Nella sua preghiera. Sempre. Sempre. Sempre. Per i vivi e per i morti. Per i giusti e i colpevoli. Per il ritorno. Il ritorno. Il ritorno del Figlio.
La cognata ha voluto stare con Lei. Ma ora dorme pesantemente, seduta in un angolo, con la testa riversa contro il muro. Marta e Maria vengono due volte, ma poi, assonnate, si ritirano in una stanza vicina e dopo qualche parola piombano loro pure nel sonno… E più oltre, in una cameretta piccola come un gingillo, dorme Salome con Susanna, mentre, su due stuoie gettate al suolo, dormono rumorosamente Pietro e Giovanni. Il primo con ancora un meccanico singhiozzo sperso nel suo russare. Il secondo con un sorriso di bambino che sogna qualche lieta visione.
La vita riprende i suoi atti e la carne i suoi diritti… Solo la Stella del Mattino splende insonne, col suo amore che veglia presso l'effigie del Figlio.
E la notte del Sabato Santo passa così. Finché il canto del gallo, alla prima schiarita dell'alba, non fa sorgere in piedi con un grido Pietro. E il suo grido spaurito e doloroso sveglia gli altri dormenti.
È finita la tregua per essi. E rincomincia la pena. Mentre per Maria non fa che accrescersi l'ansia dell'attesa.
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