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Tempi di Maria 1 1

Psicologia del peccato originale – E il Serpente disse alla donna: "RICORDA, EVA: DEVI FARE DISCERNIMENTO"...

La Tradizione della Chiesa insegna che il peccato delle origini fu “remote” (remotamente) di superbia e “proxime” (prossimamente) di disobbedienza, cioè il peccato dei progenitori fu un atto di disobbedienza al comando di Dio mosso ed alimentato da un previo moto di superbia dell'anima. A ben pensarci però, e per attualizzare l'evento delle origini da cui prende le mosse tutto il male del mondo e senza il quale non può spiegarsi nulla di ciò che vi avviene, il demonio ovvero il serpente propose alla donna una sola cosa, non più di una. Sapete qual è? La parola magica amata, usata, abusata e propinata in tutte le salse dalla neo- chiesa; vedete, è soltanto una parolina: DISCERNIMENTO (1)…

Parafrasando, così, i versetti della Genesi che ci narrano del peccato originale potremmo dire che il serpente accostandosi ad Eva in pratica è come se le avesse detto:

“Mah dai, non fare la bacchettona! ‘Dio ha detto…’, sì: ma noi però facciamo discernimento (2)… Insomma, valutiamo ‘caso per caso’, la tua situazione merita ponderazione, comprensione… Non essere esclusiva, sii ‘inclusiva’… vorrai mica fermarti alla lettera morta del comando? Vorrai mica scagliarmi contro la pietra della dottrina del tuo Dio, freddo e legalista? Mah dai, ragiona, rifletti, valuta bene. Le eccezioni si possono sempre fare”…

Qui, in pratica, sta tutto il dramma dell'uomo: riflettere, valutare non per scrutare filialmente e umilmente le ragioni della fede per obbedire con più lena, con più amore; no, ma per fare l’esatto contrario di ciò che Dio ha ordinato, per fare i propri comodi suggeriti dalle proprie voglie, dalle proprie passioni.

Bisogna invece ricordare che il comando non può mai essere totalmente comprensibile perché altrimenti non vi sarebbe merito per l’obbedienza; perché vi sia un vero atto di omaggio verso Dio è necessaria una certa oscurità così come è necessaria una certa oscurità per compiere l'atto di Fede che altrimenti diverrebbe puro esercizio del raziocinio. Ma non è un’oscurità che umilia ma eleva e unisce a Dio.

Anche solo a partire da questa semplice e breve riflessione è possibile rendersi conto di quanto tutto ciò che avviene nel mondo sia radicato in quel primordiale evento della storia dell'umanità da cui hanno la loro scaturigine tutte le aberrazioni, tutte le modulazioni dell’umana iniquità, comprese quelle che vediamo palesemente sprigionarsi nel nostro infelice tempo.
Va bene, allora, ritornare con la mente, con la meditazione su questo punto della nostra Fede. Lo facciamo brevemente con un’analisi stupenda in chiave psicologico-spirituale di don Dolindo Ruotolo.


***

La tentazione cominciò con una discussione sul comando di Dio, e quindi cominciò con il minare le basi stesse dell’atto di obbedienza che il Signore reclamava dalla sua creatura. L’obbedienza, infatti, è una virtù che non ammette discussioni, perché è la sottomissione della volontà al giudizio dei superiori. La nostra volontà che si determina per il nostro giudizio, quando obbedisce si determina per il giudizio di chi comanda; è questa l’essenza stessa dell’obbedienza. Dio, avendo imposto all’uomo un atto di obbedienza perché avesse meritato, logicamente fece in modo che egli non ne vedesse la ragione, affinché fosse stato un vero atto d’obbedienza. Il Signore minacciò solo la pena, una pena gravissima, per far intuire all’uomo che il precetto che gli dava era di grande importanza, e quindi per facilitargliene il compimento. La stessa minaccia della grave pena, poi, doveva indurre l’uomo a non discutere ma ad obbedire.

Il demonio, dopo aver distratto l’attenzione della donna con la singolare forma del serpente, le suscitò il desiderio di discutere sul comando divino, e stuzzicò il suo giudizio con il domandarle il motivo del precetto che le era stato imposto. Egli non domandò perché non dovesse mangiare il frutto dell’albero proibito, ma generalizzò maliziosamente la domanda, e disse: Per qual motivo Dio vi comandò che non mangiaste di tutte le piante del Paradiso? Voleva far notare alla donna che quel precetto le restringeva la libertà, voleva già presentarglielo come illogico, perché il frutto proibito era un frutto come gli altri, voleva già produrre in lei, inconsciamente, un giudizio sfavorevole a Dio. Se avesse fatto la domanda solo per l’albero proibito, la donna non avrebbe pensato agli altri, non avrebbe avuto un termine di paragone per giudicare, ed avrebbe risposto più facilmente che Dio così voleva.

Alla domanda più ampia di satana, la donna rispose portando la sua attenzione su tutti gli alberi del Paradiso terrestre: Del frutto delle piante che sono nel Paradiso noi ne mangiamo” e soggiunse: Ma del frutto dell’albero che è nel mezzo del Paradiso il Signore ci ordinò di non mangiarne e di non toccarlo, affinché per disgrazia non abbiamo a morirne. C’era già un certo rammarico in queste parole, poiché invece di ricordare prima di tutto al tentatore il precetto di Dio, la donna constatava che poteva mangiare di qualunque frutto, ma che solo di quello non poteva cibarsi. Inconsciamente il comando divino le appariva strano, la pena sproporzionata, l’effetto della pena discutibile. Avrebbe dovuto dire che non mangiava del frutto proibito per amore di Dio, per fare a Lui un ossequio, per obbedire alla sua volontà, ma poiché la sua coscienza era già scossa, ed il cuore non amava Dio come avrebbe dovuto, si contentò di citare servilmente il comando divino, con una certa esagerazione, perché Dio non aveva proibito di toccare il frutto, ma di mangiarne.

Il riportare dunque il comando di Dio non era nella donna un atto di ossequio, ma era come il declinare la responsabilità di un’affermazione che alla sua coscienza sconvolta appariva quasi paradossale. Essa si trovava spiritualmente in uno stato simile a quello dei peccatori decaduti dall’amore di Dio, illusi dalle passioni, sconvolti dal proprio giudizio, che non sanno più vedere la malizia del peccato, o che tutt’al più lo vedono come una proibizione positiva.

Fu questo il primo saggio del positivismo balordo che satana fece nel mondo per distaccare le creature da Dio, come facendo cadere Adamo per amore della donna con il miraggio di un’elevazione superiore, fece il primo saggio dell’idealismo. La donna e satana fecero il primo libero esame della Parola di Dio, interpretandola secondo il proprio tornaconto, come fanno oggi i protestanti e quelli che per ironia si chiamano liberi pensatori.

Il demonio notò che nella donna si era insensibilmente suscitato l’orgoglio; quella titubanza, quell’incertezza, quella discussione era orgoglio. Perciò, con una malignità serpentina, pose innanzi all’orgoglio un ideale capace d’ingigantirlo sino alla ribellione. Non era egli caduto dal Cielo per l’orgoglioso pensiero di essere simile a Dio? Questo dunque gli sembrò il motivo più forte per indurre la donna alla caduta; egli ne aveva in se stesso la tremenda e dolorosa esperienza. Ed allora, invidioso del bene dell’uomo, attribuì a Dio quell’invidia da cui era roso, e disse: Assolutamente voi non morirete. Anzi Dio sa che in qualunque tempo ne mangerete, si apriranno i vostri occhi e sarete come dèi, conoscitori del bene e del male.

In fondo satana raccoglieva ed ingrandiva quel pensiero che già passava nella mente della donna. Essa non credeva più di morire trasgredendo il precetto di Dio, non amava più il suo Creatore, perché questo amore era stato colpito come da una folata di vento agghiacciante quando essa aveva voluto discutere sul comando divino; perciò credé con facilità che veramente Dio avesse dato quel precetto per impedire in lei un’esaltazione.

È la perenne tentazione del mondo, che crede abbassarsi e diminuirsi seguendo la religione; è lo scellerato apprezzamento che gli empi fanno della mirabile rivelazione di Dio, quasi fosse un ostacolo e un’insidia al progresso umano!

La donna, alle parole di satana, si avvicinò all’albero fatale. Dal contesto si rileva che essa non era vicino all’albero quando fu tentata. Avendo già ceduto alla tentazione, desiderosa di conoscere il bene ed il male, sconvolta nel suo giudizio perché nelle parole di satana credeva di avere scoperta la ragione occulta del comando di Dio, concentrata nel suo stolto positivismo, per il quale non sapeva vedere che male ci fosse nel mangiare un frutto come gli altri, andò verso l’albero, e si confermò nel suo apprezzamento, perché lo trovò buono a mangiare, bello a vedere, appetibile per acquistare conoscenza.

Avrebbe dovuto trovarlo prima bello a vedere e poi buono a mangiare, ma anche in questa sottigliezza si rivela l’anima della donna: essa stava in contrasto con il giudizio di Dio, e Dio aveva detto: Non mangiate del frutto, non aveva detto: Non lo guardate. Essa dunque, nell’avvicinarsi all’albero, giudicò con tracotanza che quel frutto era buono a mangiare; fu la prima idea che le venne, dato il suo stato interiore; dopo vide che era anche bello di aspetto, e si confermò che veramente in quell’albero doveva esserci il segreto della conoscenza di tante nuove cose.

È il processo psicologico di ogni peccato; l’uomo, tratto dall’egoismo, giudica di suo vantaggio l’oggetto proibito. Non volendo confessare la propria degradazione, lo giudica eccellente e bello; volendo giustificare la sua caduta, lo giudica come un’attività di naturale progresso, come una galanteria, come un segno d’intelligenza e di sveltezza.

Sac. don Dolindo Ruotolo, commento al libro della Genesi

NOTE:

(1) Il "discernimento" nel linguaggio della neo-chiesa è una «parola determinante. Avviene sempre e comunque nell’ascolto e nel cammino di accompagnamento. Il discernimento sia responsabile e serio. Il suo processo avvenga all’interno di una pastorale non fredda. Il suo fine sia distinguere esaminando le circostanze attenuanti. Usarlo in sostituzione del concetto di verità. Contrapporre con decisione ad autorità e norma. Fa ritrovare il gusto della libertà. Il cattolico aggiornato sostanzialmente è uno che discerne»: Il vocabolario della... "Chiesa accogliente"! - (p.s.è solo un altro modo per dire "falsa chiesa") - di Aldo M. Valli.

(2) «Siamo di fronte ad una delle due parole chiave (insieme a sfide) utilizzate come cavallo di Troia in questo inizio di millennio per scardinare il cattolicesimo dall’interno. Discernimento suona bene, fa molto monastero, Enzo Bianchi vi ha intitolato anche un libro, e questo potrebbe già bastare. Il senso di questa parola, preso da un dizionario, è “la facoltà e l’esercizio del discernere, cioè del distinguere il bene e il male, e per estensione giudizio, criterio”. Ovviamente per un cristiano, come per una qualsiasi persona sana di mente, si distingue tra il bene e il male ai fini di poter scegliere il bene (poi riuscire ad attuarlo è tutt’altra cosa); ciononostante lo si sente sempre più frequentemente inteso come “la facoltà e l’esercizio di trovare una giustificazione, in un caso specifico, per fare ciò che ci pare, anche se va contro la legge di Dio, col benestare dei preti”. Un po’ come succedeva con coscienza, termine un po’ desueto che veniva invocato in modo erroneo, come insegnava il compianto Palmaro, in particolare dai politici cattolici per giustificare le più sbagliate ed eterodosse prese di posizione. Bastava rivendicare la libertà di coscienza, ed uno poteva votare ciò che gli pareva, o che il partito imponeva, per quanto aberrante fosse»: Le parole che ti "fregano"... [Mini-dizionario semiserio del pensiero ecclesialmente corretto ai tempi di Francesco] – di Marco Manfredini
Tempi di Maria ha menzionato questo post in Itapiranga, l'ultimo messaggio [pubblicato] è grave: "Il mondo passerà attraverso grandi sofferenze….
E' un'analisi psicologica certamente sottile e valida.Specialmete per un religioso,sottoposto a una regola di obbedienza piu' stretta di quanto sia di solito richiesto a molti laici.Certamente non nel senso che un laico possa permettersi di obbedire solo quando capisce tutto o quando e' d'accordo,a meno che l'ordine non vada contro la sua coscienza e contro l'insegnamento del Depositum Fidei,… Espandi