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Danilo Quinto

Il Natale che viviamo

Il Natale che viviamo

Per noi, occidentali scristianizzati, il Natale è divenuta una festa pagana, alla quale non attribuiamo più alcun significato spirituale e religioso. Sì, certo, rimane ancora un residuo tiepido di tradizione, una fiammella, ma che dobbiamo stare attenti ad esibire – mi riferisco, in particolare, alla Croce e al presepe – perchè lederebbe la suscettibilità altrui, di coloro che nei loro Paesi non si fanno scrupoli nel distruggere le chiese e nel perseguitare i cristiani. Guai! Sarebbe una lesa maestà. Una provocazione. Magari di stampo fascista, perchè va tanto di moda – ma tanto, tanto – proclamarsi antifascisti. Nel dopoguerra lo facevano anche quei politici che avevano fatto parte dei Balilla o della Gioventù fascista o quelli che avevano la tessera del Partito Nazionale Fascista o quelli che avevano scritto sui giornali fascisti. Di punto in bianco, rinnegavano la loro appartenenza ad un’ideologia, per accreditarsi presso quella che aveva vinto. Pusillanimi!

Mettendo da parte queste considerazioni – che lasciano in verità il tempo che trovano, considerata la drammatica situazione di degrado in cui versa la politica, nelle mani delle decisioni della magistratura e di un’ideologia, quella post-comunista, alla quale non si oppone un’elaborazione culturale adeguata e una visione del mondo di qui a qualche decennio, unico modo per tentare di batterla – tentiamo di rispondere alla domanda: qual è il senso vero del Natale?

La risposta la dà una delle opere più belle della produzione artistica mondiale di tutti i secoli: “La Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi” di Caravaggio. Un’opera datata 1600, che non si può più vedere dal vivo, perchè cinquant’anni fa, tra il 17 e il 18 ottobre 1969, fu trafugata dall'Oratorio di San Lorenzo a Palermo e non più trovata.

A far da contorno al centro della scena – vedremo presto qual è – ci sono l’Angelo, che vigila e testimonia la Gloria di Dio; a sinistra san Lorenzo; a destra san Francesco, con accanto un uomo (forse fra Leone) che dialoga con San Giuseppe. Tutte queste figure sono assorte – tranne quella di un San Giuseppe giovane, che è girato di spalle - con lo sguardo rivolto al Divin Bambino, che è sdraiato su un lenzuolo. Anche Sua Madre Lo guarda: questo il centro della scena. E’ triste, sofferente, addorata. Ella sa che la Sua creatura, concepita da Dio senza peccato nel Suo grembo immacolato, offrirà la Sua vita per la salvezza dell’umanità. Lei, che ha detto all’Angelo, senza esitazioni, di voler fare la volontà di Dio, perderà Suo Figlio, assistendo con infinito coraggio – come solo le donne sanno fare - alle prove a cui sarà sottoposto, alle frustate, al martirio, agli sputi, alle sevizie, alle derisioni, all’abbandono da parte di tutti I Suoi discepoli, tranne Giovanni e alla condanna a morte fatta decretare dal potere di allora da un’umanità, sobillata dalle autorità giudaiche, che lo odierà, mentre Lui, da quella Croce alla quale sarà inchiodato, prima dell’ultimo respiro chiederà a Suo Padre il perdono per i Suoi nemici, trasmettendo a coloro che intendono rimanere nella sua sequela uno dei Suoi più grandi insegnamenti.

Nel Natale, il genio di Caravaggio intravvede la Croce, la morte di Gesù. Nascita e morte, infatti, nel Cristianesimo sono un tutt’uno. Il grande artista l’ha compreso e lo fa vedere.
Il cristiano sa bene che Gesù ci salva con la morte, non con la Resurrezione. Il cammino su questa terra è un cammino di conversione, dal peccato alla vita di grazia, dall’offesa a Dio alla riconciliazione con Lui, resa possibile per la Sua iniziativa paternamente misericordiosa. La conversione nasce dal pentimento di aver offeso Dio, dalla partecipazione all’unica causa meritoria di ogni grazia, la passione espiatrice di Gesù. Il cristiano ha la convinzione che la salvezza eterna non dipende esclusivamente dalla misericordia di Dio, ma dalla libera cooperazione dell’uomo alla Sua grazia, per la quale, come giustamente premia la fedeltà dei buoni, così punisce la protervia dei peccatori impenitenti. La possibilità dell’Inferno, quindi, non è meno fondata di quella del Paradiso. Il cristiano, cibandosi delle specie del pane e del vino transustanziati, resta ineffabilmente assimilato a Gesù. Chi gli consente di poter partecipare a questo Sacramento è il Sacerdote ministeriale che lo assolve mediante la penitenza, lo accoglie e lo perdona nel nome e nella stessa persona di Gesù. Come scriveva padre Enrico Zoffoli, “il cristiano sa che non ha una mèta definitiva da raggiungere su questa terra: la vita della grazia quale vita di amore come non conosce misure, così esclude ogni limite. Per amore dei suoi fratelli, volendo imitare Gesù, unico, supremo e inesauribile modello di vita soprannaturale per tutti, il cristiano annuncia che solo Gesù è Via, Verità e Vita. Il falso ecumenismo propaganda l’opposto: una Religione dell’Amore e della solidarietà terrena che è semplicemente anticristica. La Religione dell’Amore lascia all’uomo la libertà di credere tutto quello che vuole: al difetto delle idee (con le quali si avrebbe la pretesa di cogliere l’essere in sé, la Trascendenza) supplisce l’impulso dell’amore del prossimo, che in definitiva sarebbe quello che l’uomo porta istintivamente a se stesso, irriducibilmente chiuso nell’orizzonte dell’immanenza, ove tutto per lui ha un senso e merita considerazione”.

Gesù è nato e non è mai andato via. Ha vinto la morte con la resurrezione e così ha raggiunto Suo Padre che è nei Cieli e per noi ha preparato sin d’ora “Terre e Cieli Nuovi”. Li scopriremo dopo questa notte che dobbiamo attraversare, nella certezza di averLo sempre accanto a noi, in ogni momento della nostra vita. Nelle sofferenze e nelle gioie. Egli ci guida e ci sostiene. Soffre e gioisce con noi e per noi. Ci protegge e ci dice di essere sempre pronti, vigili, obbedienti alle Sue parole che ci plasmano, “con la cintura ai fianchi e le lucerne accese”.

Dobbiamo attenderlo, senza stancarci, senza farci vincere dal sonno, come invece fecero i discepoli sul Getsemani, quando Cristo, nel momento più drammatico della Sua vita terrena, chiese loro di vegliare e di pregare e loro pensarono bene di dormire. Dobbiamo attenderlo come si deve attendere il proprio padrone, che è andato al banchetto nuziale e al suo ritorno non vuole essere accolto in una casa buia, ma in una casa piena di luce, in una casa dove si fa festa per Lui, qualunque siano le condizioni della vita dei Suoi servi. Dobbiamo essere servi fedeli, nella consapevolezza di essere Suoi “servi inutili”, ma se faremo quanto ci chiede, il Signore ci servirà, si farà servo dei Suoi inutili servi. Così saremo già beati nell’attenderlo, nel farci trovare pronti al Suo ritorno, certi del fatto che la nostra beatitudine non occuperà lo spazio di una notte, ma quello dell’eternità. I “servi inutili”, attraverso il sacrificio della Croce, sono già Santi, perché chiamati, giustificati, purificati e glorificati!

Il legame tra noi e il Signore è simile al legame sacramentale che riguarda due sposi. L’unione tra i due sposi vive per sempre, supererà qualsiasi ostacolo o limitatezza umana, perché è un’unione santificata. Così come due sposi sono una cosa sola per l’eternità e il loro legame si specchia nella bellezza di Dio nella Sua perfezione, il nostro legame con Gesù è indissolubile ed eterno. Per i Suoi meriti noi esistiamo e per i Suoi meriti potremo vivere in eterno con Lui, nel Paradiso, se nella nostra vita avremo coltivato e obbedito alla Sua Parola. Pensiamo a quello che diceva Padre Pio: «Questa vita dura poco. L’altra dura in eterno». Questo è il “confronto” che dobbiamo vivere, un confronto che fa tremare le vene dei polsi: da una parte, la pochezza e l’irrilevanza delle cose terrene, dall’altra il mistero delle cose che non conoscono una fine.

Con la Sua nascita, legata alla Sua Croce, è Gesù che ci chiede, in modo commovente e sublime, di vivere il legame con Lui nel dolore, fisico e spirituale. Quando nella propria carne o nel proprio spirito si prova e si condivide una parte infinitesima della sofferenza che Gesù ha dovuto subire nella Sua carne e si riesce ad offrire gratuitamente questa prova, si vive la gioia cristiana, una gioia vera, che conduce alla santificazione.

Come diceva San Giovanni della Croce: «Chi non cerca la Croce di Cristo, non cerca la gloria di Cristo». Scriveva Padre Pio: «Non vogliamo persuaderci che la sofferenza è necessaria all’anima nostra; che la Croce deve essere il nostro pane quotidiano. Come il corpo ha bisogno di nutrimento, così l’anima ha bisogno della Croce, giorno dopo giorno, per purificarsi e distaccarsi dalle creature. Non vogliamo comprendere che Dio non vuole, non può salvarci né santificarci senza la Croce e più Egli attira a sé un’anima, più la purifica per mezzo della Croce». Dice San Paolo: «Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, in favore del Suo corpo che è la Chiesa (…). Perciò sono lieto delle sofferenze che patisco per voi».

Questo – almeno per me – è il senso del Natale. E’ il grande mistero della storia umana, che concorre, grazie alla Croce che Gesù ha dovuto e voluto subire, al mistero ancora più grande ed eterno del senso salvifico della sofferenza.

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