A te seminarista

I TRAGUARDI

Cari seminaristi, per la seconda volta mi rivolgo a voi con una lettera. Potrei parlare, ma lo scritto rimane ed è stimolo di riflessioni maggiormente protratte nel tempo.

Alcuni anni or sono vi ho rivolto una prima lettera, che voi conoscete, nella quale spiegavo come tutta la concezione e la disciplina di un seminario è determinata dallo scopo a cui tende, costituendo un allenamento a quello che dovrete fare «dopo».

Intendo riprendere quel discorso, nella stessa luce, con lo stesso criterio per specificare maggiormente gli scopi ai quali deve essere tempestivamente volto il vostro «allenamento». Infatti dire che ci si deve allenare al «dopo» è giusto, ma può restare un'affermazione teorica, se non si precisano gli ambienti ed i casi per i quali ora si richiede il,generoso allenamento.

Incontro con gli altri

Non abbiate ideali vaghi e teorici; nella vostra futura vita sacerdotale non avrete da incontrarvi con dei cartoni animati ed animati secondo il vostro gusto, bensì con una realtà di fatti e di uomini concreti.

Siete voi che dovete andare verso gli altri; mentre non è detto che gli altri vengano sempre verso di voi. Tutto ciò significa molto. È il pastore per le pecorelle, non sono le pecore per il pastore (cfr. Gv. 10, 1 sgg.). Per andare verso gli altri bisogna saper rompere in tempo certi diaframmi e bisogna possedere in modo sostanziale talune virtù.

Ecco i principali diaframmi da rompere.

a) La pigrizia. Bisogna muoversi e lavorare, non bisogna cercare quiete ed evasioni più di quanto sia calcolato necessario e utile al ricupero delle forze perdute ed all'accumulo delle forze da spendere. Non vale rifugiarsi in una forma di dolce e pio perbenismo, coprendo con gemiti sul male altrui la poca o nessun voglia di compiere il proprio dovere. Se non cominciate ora...

b) La diffidenza. Se non avrete la giusta fiducia, parlo di quella di un pastore (che è specifica), in tutti gli altri e non saprete opportunamente mostrarla, sarete incatenati. Parlo di «giusta fiducia» che è richiesta nella casa di nostro Signore «siate prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» (Mt. 10, 16). La giusta prudenza non presume mai il male negli altri, mentre tiene attiva la ragione per evitare l'inganno. Essa non lascia regolare tutto dall'istinto, ossia dalla simpatia o dalla antipatia. Essa crede che al fondo, tutti gli uomini, anche i peggiori, hanno qualcosa di buono e pertanto spera; è attenta più ai difetti propri che hanno la funzione di deformare quanto sta negli altri.

Non è facile comporre la fiducia vera nei fratelli con la giusta dose di prudenza e di riservatezza, ma è proprio nella ricerca del necessario equilibrio che entra lo spirito di orazione. Non solo, ma bisogna imparare ad amare i fratelli «per amore di Dio»; questa vera carità è illuminante. È meglio essere qualche volta stupidi che, con la scusa di una difesa, diventare abitualmente ingiusti verso gli altri.

Aggiungo che la fiducia bisogna dimostrarla. Nel dimostrarla possiamo mettere più libertà e generosità, perché la dimostrazione costa poco e non elimina affatto la giusta prudenza quando si tratta di venire al sodo.

La gente che è avara di sorriso, di serena accoglienza, di meritati elogi, di incoraggiamenti finisce con l'isolarsi. La diffidenza non va propagata ad altri, se non per certa ragione di giustizia o carità. La fiducia è figlia dell'amore.

c) La creduloneria. Vi è ben noto come la lingua riempia per gli uomini e le donne tutti gli spazi vuoti del cervello, supplisca a tutte le possibili ignoranze, costituisca il più facile e meno costoso divertimento per i tempi liberi da serio impegno. Ne viene fuori un mondo di falsità, di detrazioni, di calunnie, di insinuazioni malevoli. Non lasciatevi avviluppare e state attaccati alla massima: «Nemo praesumitur malus nisi probetur». Se non curate di correggere la disposizione alla chiacchiera, ci cascherete malamente dentro e diventerete, anche contro voglia, ingiusti. Ricordatevi che qualunque confronto interessato col prossimo, qualunque invidia (troppo facile), qualunque gelosia generano la più vile delle rivalse nella mormorazione e nella calunnia. È buona regola non riportare mai ad altri quanto si sa di male circa il prossimo, a meno che non ci sia una adeguata ragione di giustizia o di carità. Per voi le insinuazioni debbono sempre cadere nel dimenticatoio, a meno che non possano darvi una forma di dubbio, quale proviene dal vostro ufficio o da un dovere.

Solo se saprete emergere con la vostra robusta e decisa volontà da questo mondo di chiacchiere, sarete liberi, avrete una chiara, onesta faccia, avrete un decoroso prestigio e potrete più facilmente amare Dio e il prossimo.

d) 1 vostri difetti di temperamento. Questi difetti fungeranno sempre da respingente, è bene ficcarselo fortemente e stabilmente in testa. L'introversione, l'estroversione, l'ipersensibilità, l'emotività, 1'aggrovigliamento nervoso sui propri diritti e sui doveri altrui, la faciloneria, la lingua pendula, le reazioni colleriche, la eccessiva secchezza del tratto, la mania di giudicare e di aver sempre ragione, l'istinto di preminenza... la timidità diventeranno a titolo ben diverso dei diaframmi tra voi ed il vostro prossimo, soprattutto quello immediato. Se il vostro orgoglio non domato vi impedirà di perdonare sempre, subito e definitivamente, la vostra vita, qualunque sia, avrà dei tratti grami.

Ho citato per ultima la timidezza. Pare che almeno una metà del genere umano civilizzato ne patisca. Se la riscontrate in voi, dovete imporvi, aiutati da chi deve aiutarvi, una severa cura spirituale. Questo è di importanza massima, perché la timidezza, che è curabilissima, vi potrebbe fermare in molti passi giusti e doverosi e nella vita vi potrebbe consigliare vie oscure invece di quelle chiare, ipocrite invece che sincere, deformando anche di fronte agli altri la vostra figura morale.

e) La vita sacerdotale scolorita. La gente può essere pessima, ma in genere mantiene il gusto sano nell'esigere che il prete sia prete e non sia mai in discordanza con la propria Fede, con le proprie obbligazioni, con la serietà del suo ministero; non tollera sia invece libero pensatore, facile nei costumi, millantatore, damerino...

La gente comincerà a giudicarvi dal vostro vestito e perderà fiducia in voi se vi vedrà vestiti come non dovete vestire, se vi coglierà linguacciuti impenitenti come non potete essere, arroccati su posizioni di potere e cercatori di danaro.

Non ho detto tutto, ma ritengo sufficiente questo campionario. Di quello che ho scritto, la parte maggiore dovrei scriverla per tutti i giovani che si preparano alla vita. Non crediate quindi che tutto questo sia un fardello del seminario, è semplicemente una grande cambiale comune, che se uno non sconta subito, la paga duramente con interessi composti e con peggio per tutta la vita. Beati voi, se queste cose qualcuno ve le dice o ve le dirà per tempo; disgraziati tanti giovani i quali marciano in avanti spavaldi senza accorgersi di camminare sopra un terreno minato. La storia, anche quella spicciola, vendica sempre l'ordinamento stabilito da Dio.

Ma da questo primo argomento scende limpida una conclusione. Diventa chiaro perché il seminario debba dare un'educazione, debba abituare ad una regola, debba costruire col sacrificio vite interiori così robuste da poter resistere a tutte le vicende umane depressive. Chi ha intelligenza capirà probabilmente perché esista una severità, una donazione, un limite in molte cose: si tratta infatti di formare degli uomini che siamo talmente liberi da se stessi da poter veramente servire Dio e i fratelli. Dio li ha chiamati per questo.

Per l'incontro con gli altri, evangelizzatore e santificatore, non basta togliere i diaframmi; occorrono positivamente delle doti.

Naturalmente occorrono tutte le virtù che sono richieste dalla legge del Signore e dalla dignità soprannaturale conferita ai suoi sacerdoti. Ma tra tutte le virtù occorre sottolinearne alcune. Questo non significa che tutte le altre possano essere disattese, significa solo che talune debbono essere tratte dalla zona d'ombra, nella quali sono relegate. Se ne parla qualche volta, ma più per fare della retorica, che per ottenere impegni seri. Sono le così dette «virtù di relazione». Il nome è dovuto al fatto che innervano e sostengono i rapporti con gli altri.

Qualche volta si chiamano virtù umane, il che è erroneo, perché qualunque virtù esercitata in un battezzato è sempre attratta nell'ordine soprannaturale. Questo è certo: che la media degli uomini le stima più di altre virtù obiettivamente più importanti.

Resta in ogni caso che sono importanti e dirimenti di situazioni. Eccole: la sincerità, la lealtà, la costanza, la fedeltà, la coerenza, il coraggio, la generosità sono le virtù di relazione.

Costa l'acquisirle, ma la remunerazione che danno nel sacro ministero è talmente grande da essere difficilmente valutabili. Esse non fanno da sole un uomo, ma davanti a tutti dimostrano ad evidenza che è uno veramente «uomo» nel senso morale.

Le porte si aprono, i pregiudizi cadono, la solidarietà si stabilizza, il giusto prestigio si concreta, la faccia è presentabile a chiunque quando ci sono le virtù di relazione. La fiducia diventa facile nei fedeli, la confidenza è spontanea nei penitenti, la correttezza è legge anche tra persone di diverso sentire, quando ci sono le virtù di relazione.

Non averle, o averle deboli o scolorite, porta il giudizio delle parti avverse a qualificarci: baciapile, tartufi, imbroglioni, etc. La vita di seminario. che vi mette gomito a gomito tra condiscepoli per tutto il giorno e vi obbliga pertanto ad una vita di relazione continua, è la incomparabile arena nella quale si fanno gli esercizi giornalieri, senza posa, per anni ed anni, allo scopo di esser «uomini prima di essere preti».

L'argomento convincente lo avete in voi stessi: quale è la stima per quelli che trovate insinceri, quelli che hanno più facce, quelli che non sanno assumersi chiaramente le proprie responsabilità, quegli amici che vi abbandonano al primo vostro insuccesso, che cambiano parere e compagnie ogni momento, che sono tirchi nelle faccende materiali ed in quelle spirituali, che trapelano una viltà? Non vi dico affatto di giudicarli e di disprezzarli, se siete cristiani, ma rilevate che voi dovete essere tutto quello che vi aspettate sempre dagli altri.

Tutte queste cose non vi saranno elargite gratuitamente il giorno della vostra ordinazione, salvo intervento speciale di Dio; dovrete acquistarvele pazientemente attraverso anni di disciplina, di accettazione, di obbedienza, di fatica. Il prezzo certo è alto, la resa altissima.

Capite allora, perché il seminario non è una pensione, capite perché dovete accettare con gratitudine le riprensioni e quelle pacate messe a punto che si fanno da parte di qualunque superiore di seminario. Capite perché dovete permettere , senza resistenza, che altri vi coltivi. Siete fiori destinati all'Altare di Dio: fiori che, per essere presentati tali e degni, debbono accettare la coltivazione entro la serra. Se odierete la serra, non avrete capito niente. Se la sopporterete soltanto, esaminatevi bene: il vostro prezzo davanti al futuro che vi attende resterebbe molto basso.

La polivalenza del ministero

I ministeri proprio del sacerdote sono molti. Non basta: i molti identici ministeri debbono esercitarsi in ambienti, condizioni, stati d'animo diversi. Questa è la polivalenza. Voi seminaristi dovete allenarvi a questa polivalenza.

In genere è difficile pensare nei seminari ad una preparazione verso questo o quel ministero, questo o quell'ambiente. Ciò per una ragione molto semplice: il seminario non può sapere che cosa toccherà a questo o a quello tra i sacerdoti novelli, salvo qualche eccezione per settori ristrettissimi di studio. Se il seminario non può, è inutile addurre ragioni in contrario. Creare specializzazioni di un indirizzo nuocerebbe gravemente al clima di un'unità amica, di fraterna comprensione che debbono mantenere invece caldo e favorevole l'ambiente del seminario stesso. Infatti alcuni tentativi in questo sensó,fatti circa trent'anni innanzi, hanno fallito.

Non rimane in via di fatto che una soluzione: coltivare la polivalenza che, mantenendo viva una comprensione multipla, possa avere innestata al tempo giusto la indicazione, l'allenamento necessario, il proficuo noviziato.

È necessario io spieghi bene questo discorso.

La polivalenza la si attua creando una conoscenza verso i diversi settori della pastorale e una simpatia per le diverse esperienze apostoliche, acquistando in tal modo una multipla disponibilità nelle mani del superiore secondo le esigenze della Chiesa.

Anzitutto bisogna trasportare il discorso dal generico e dal teorico allo specifico e al pratico. Se si ipotizzano davanti solo delle «anime» alle quali dare la propria opera faticosa, si centrano solo dei fantasmi aerei. E la cosa finisce così, quando si arriva davanti ad un ministero specifico di ambiente si resta perplessi, si geme, si chiedono consigli a quelli che sanno meno e non mettono pertanto in vergogna, ci si dibatte e si debbono attendere mesi e anni, per ritrovare la quiete del proprio lavoro. Conoscenza adunque dei vari tipi di ambiente e di ministero. Voglio spiegarmi meglio venendo subito a presentare diversi campioni.

Ci sono ambienti operai. I lavoratori, tutto il mondo del lavoro ha caratteristiche sue ed esige diete spirituali non meno specifiche. Si apre per la Chiesa la necessità di pensare al mondo del lavoro in modo specifico. Il mondo specifico lo si troverà solo dopo aver acquisito personalmente una esperienza concreta di quell'ambiente. Ecco l'imperativo di conoscerlo. È ora, dopo aver opportunamente elaborato dottrine sociali per novant'anni, rendersi conto che la elaborazione meravigliosa non è ancora interamente giunta al mondo del lavoro. Di questo mondo è viva la preoccupazione e soprattutto la paura. Memorie sbiadite ormai, ma tuttavia vive e oralmente trasmesse, circa l'anticlericalismo che ha afflitto la fine del secolo precedente e l'inizio del nostro secolo ispirano un movimento di fuga e di quasi terrore. E invece si tratta della parte maggiore dei nostri fedeli. Mondo del lavoro sono tutte le persone, aziende, istituzioni, associazioni che ruotano in esso. È chiaro che fuori ne restano pochi, anche se i lavoratori etichettati tali sono, nel nostro Paese, solamente diciotto milioni.

Non mi sono affatto meravigliato che pochi tra voi abbiano risposto al mio invito di partecipare ad attività dell'ONARMO, perché il modo col quale avrete sentito parlare da molti del «mondo del lavorò» penso che non vi abbia affatto incoraggiati. Nulla quindi di negativo. Ma è assolutamente necessario per la vostra preparazione all'intero ministero che voi prendiate conoscenza del mondo del lavoro. Vi posso garantire, per la mia lunga e personale.esperienza, che, quando quel mondo l'avrete conosciuto, cambierete parere ed avrete trovato l'ambiente dove alligna la onestà, la fedeltà e generosità, più che in altri ambienti.

Ci sono degli ambienti di Azione Cattolica. Questa è garantita dal fatto del suo collegamento diretto e collaborativo con la sacra Gerarchia. Là si forgiano veramente gli uomini che oggi e domani aiuteranno e completeranno l'opera del sacerdote, senza dei quali il pastore d'anime può essere destinato ad un penoso e sterile isolamento. L'Azione Cattolica ha dovuto passare negli ultimi lustri una dolorosa crisi, può essere che gli echi di questa vi abbiano raggiunto e vi abbiano messo in uno stato di neutralità prudente. La crisi c'è stata, ma oggi si sta pienamente, anche se gradualmente, risolvendo e voi dovrete, per obbedienza alla Chiesa, lavorare molto in essa. Essa forgia i collaboratori e voi di collaboratori avrete estremo bisogno. E necessario pertanto che fin da ora vi volgiate verso di essa ed evitiate di arrivare alla Ordinazione, ossia al dovere di occuparvene, con l'animo paralizzato da riserve ed antipatie infondate.

Può essere incontriate, Dio non voglia, chi vi consigli di entrare in ghetti personali. State attenti. Agite sempre in campo aperto, sapendo che chiese e chiesette servono solo a Dio, non a scopi personali.

Ci sono gli ambienti di carità e di assistenza. Per essi saranno più facili e conoscenza e accostamento e iniziali esperimenti. Infatti tutto il mondo di oggi, anche se in parte notevole fa i propri comodi, esalta la solidarietà (così dicono, per paura di impegolarsi con la «carità» evangelica), ed i suoi veri o presunti eroi. Non si accorge affatto di qualche nuova santa Teresina, nascosta tra l'erba dei conventi (ce ne sono), ma fa correre tre o quattro nomi che sembrano soli passeggiare per le vie della dedizione ai propri simili. Ciò porta, per lo meno, che vi sarà facile, più facile, dichiararvi maggiormente disponibili ai servizi ed opere di carità. Ma vi debbo mettere sulla chiara avvertenza che in più d'un caso tale foga è semplicemente sostitutiva di altri doveri, è evasiva da una disciplina ecclesiastica, è giustificata per rivolte o prese di posizioni o giudizi contro la legittima Autorità eccelsiastica, è subdola ricerca di pubblicazioni e di rinomanza. Di quanti peccati è colpevole la voglia di essere citato!

Voi dovete amare l'ambiente dei poveri perché Cristo lo ha amato e perché - escluso la pubblicità, che vi consiglio di fuggire nella maggior parte dei casi - non vi darà soddisfazioni d'orgoglio e piaceri evasivi, ma la reale possibilità di agire solo e completamente per amore di Dio. Quando le mode solidarizzanti saranno passate, come passano tutte le mode, è necessario che voi continuiate ad amare i poveri. Perché li ama il Signore! Questo è l'argomento che vale e vi sostiene.

E se non ho da spendere molte parole per rivolgere la attenzione verso il mondo sofferente, dato che il vento spira per ora da quella parte, ritengo di dovervi raccomandare lo spirito e il motivo al tutto soprannaturali, dai quali dovrete essere mossi in soccorso dei fratelli. Dato che le mode non insegnano questo. Come sempre!

Ci sono le tante forme con le quali gli uomini si mettono insieme (pare proprio abbiano paura di essere soli e sentire dentro il perenne richiamo di Dio!): iniziative, fondazioni, clubs, ritrovi, indefinite complicazioni burocratiche nella pubblica amministrazione... È una colluvie a non finire, che ha precise sorgenti (da non trattarsi qui), ma che per noi, ministri del Signore, ha un aspetto solo: dobbiamo salvare anche quelli! Non posso esattamente specificare, ma si tratta di una ebollizione che assilla il nostro tempo di evoluzione, quartieri, consultori, comitati scolastici, etc... Che fare? Si deve avere la faccia pulita da qualunque imputazione per poter, senza esitare, guardare tutti negli occhi. Questo apre delle porte. Abituatevici, come se chiunque incontriate sia in grado di leggervi nell'anima pensieri e intenzioni.

Assolvere ogni dovere, per poter tappare la bocca a chiunque. È un argomento che anche gli avversari capiscono. Essere così umili da esporvi anche a rischi calcolati, a doveri dall'esito incerto, pronti al sacrificio, anche se nessuno sul momento lo scopre.

Perdonare sempre, perché sul perdono cammina la grazia di Dio. Ricordo sempre quanto, molti anni innanzi, mi fu raccontato da un buon sacerdote. Era stato perseguitato per anni da un maggiorente della sua parrocchia, lui aveva sempre perdonato e taciuto. Quando il tristo personaggio arrivò vicino alla morte, chiamò quel prete per ricevere i Sacramenti, dai quali prima era ben lontano. Il prete accorse e, tutto concluso, disse al moribondo ancora in sensi: « come mai avete chiamato me?». Risposta: «perché, avendone tutti i motivi per farlo, non avete mai detto una sola parola contro di me».

Mostrarvi aperti all'incontro sul piano umano, onesti; salutare anche chi non saluta; esser seri e fedeli nella amicizia. Tenetevi informati e sempre collegati alle indicazioni dei Superiori. Gli avversari hanno sempre, almeno segreta, stima di coloro che trovano giusti, onesti e rispettosi delle persone, attenti al dovere, anche se di opposta estrazione.

Esiste tutto un apostolato verso questo mondo intricato, che ho ora chiamato in causa, che non può essere escluso dalla nostra carità e dal nostro servizio ed 'al quale dobbiamo mirare sempre. Vi spinge l'anima missionaria della Chiesa, che mentre cura i frequentatori dei suoi templi non cessa di avere lo sguardo amoroso a quanti ne stanno fuori. Ecco lo spirito missionario: guardare sempre alla conquista spirituale per il completamento del regno di Dio. Questa intima tensione deve far parte dello spirito in cui vi formate. E quando si ha questo, quante sciocchezze cadono da sé, quante viltà si dissolvono, quante preoccupazioni ridicole scompaiono, dal momento che nell'anima è entrato qualcosa di grande: l'ansito redentore di Gesù Cristo!

C'è il mondo della cultura. Può essere che taluno, molti di voi, vi si sentano attratti. Volete prepararvi a quello, nella forma che sarà delineata dai vostri futuri doveri? Seguite i vostri corsi istituzionali e non perdete tempo in libri che farciscono e non formano. Sono i corsi istituzionali che fanno un «uomo» di cultura. Quando sarà forte in questi, il resto gli sarà facile e, forse, innocuo.

Tutti siete chiamati ad agire con gente che ha studiato; qualunque pigrizia del vostro studio rappresenta qualcosa di non concluso nel vostro futuro ministero.

Non esiste il mondo della educazione. Ma esiste la educazione, che è dote dell'anima più del contegno esterno o formale. Tuttavia anche la educazione formale è necessaria. Ed è necessaria perché esiste un mondo «formale» al quale dobbiamo pure evangelizzazione e santificazione. Ci si bada poco. Ma la educazione apre molte porte, salva da tante complicazioni, dona un certo prestigio e qualche volta riesce persino a supplire ai vuoti che si trovano in noi. Penso che anche questa entri nell'allenamento per il vostro domani.

Vi sono delle situazioni, che paiono ovvie e per le quali si direbbe non occorra né precipitarsi né allenarsi: qualche complimento con più o meno sorriso ed è tutto sistemato. Non credo questo sia vero soprattutto se si pensa che spesso abbiamo bisogno degli altri e la espressione che invoca un soccorso per sé, per le proprie opere, per gli altri, ha sempre da guadagnare da una introduzione tanto sincera quanto educata. Vorrei che il discorso sulla educazione formale non cadesse mai tanto facilmente tra voi. Ho conosciuto tanta gente la cui buona reputazione poggiava solo sulla loro buona educazione formale. Anche questa serve.

L'allenamento alla santità

Tutti siamo chiamati da Dio ad essere santi. Lo scopo immediato del sacerdozio è la santificazione dopo aver evangelizzato, il che significa aver noi per primi il dovere di mirare ad essere «santi». Il nostro traguardo non è certo un equilibrio morale, il perbenismo, la frequenza della Chiesa: è la santità. Non ci fermi la constatazione che molti né sono santi, né mirano a fare dei santi, né riescono a fare dei santi. Per ottenere dieci bisogna mirare a cento. Per salvare la parte si deve tendere al tutto. Se ci provassimo a calmierare questo essenziale dovere finiremmo col perdere ogni incentivo per la vita anche semplicemente onesta.

Questo fine del sacerdozio deve splendere alto, perché voi riusciate a fare almeno il possibile. Qualora questa luce si spegnesse, la vostra vita diventerebbe sciatta ed incolore.

Voler la santità è certamente ardito; ma è questo ardimento che accende il fuoco degli entusiasmi e sostiene nelle depressioni morali. È necessario volere la santità. Non confondete la santità coi carismi dei quali parla san Paolo e dei quali si tratta nei testi di teologia mistica. La santità vive anche senza quegli straordinari carismi, anche se talvolta piace a Dio decorare di carismi straordinari delle anime, perché sante. Guardatevi dal confondere le cose.

La santità sta nell'amore di Dio vissuto nella Sua santa grazia e l'amore di Dio consiste nel fare la Sua volontà. Dal grado di diligenza e di sacrificio, di pura intenzione col quale si fa la volontà di Dio si hanno i gradi della santità. A questi Dio può aggiungere ben altro, ma questo «altro» non appartiene alla via ordinaria della Provvidenza. La vostra santità consiste nell'obbedire sempre, anche quando obbedire è estremamente duro.

Al fondo dell'iter preparatorio del seminario ci sta questo meraviglioso trattare le anime per condurle in alto. Si tratta di un ricamo che impegnerà tutta la vostra attenzione e tutta la vostra preghiera, ma è un impegno che supera tutti gli altri. La finezza di spirito, la flessibilità dei vostri gusti al bene spirituale altrui, la stupenda rinuncia a non vedere voi il ricamo che uscirà anche dalle vostre mani, per non riceverne alcuna soddisfazione umana e per non aumentare il vostro corteggio, renderanno tutto questo stupendamente squisito e bastante da solo ad impegnare una vita nell'amore di Dio.

Che la azione santificatrice non renda a voi, non vi prodighi amici . plagiati, ammiratori, che non abbia ad arenarsi in intrighi umani, stupidamente rivestiti di ascetica falsa e di azioni insincere!

Allenatevi a lasciare sempre tutto il posto a Dio. Se ne resterà per voi sarà indice che «copiosa è la vostra mercede nei Cieli» (Mt. 5, 12).

Conclusione

La mia lettera finisce qui, anche se ho in programma una terza lettera per voi. Spero vi abbia dimostrato che il seminario, non solo è il sito del vostro preciso e concreto allenamento, ma che esso appartiene ad una storia viva, che è ben diversa da quella della terra.

GUARDATE AL «DOPO» PER ALLENARVI BENE «ORA»

Cari seminaristi, scrivo per aiutarvi nella vostra ascesa. Intendo fare con voi un discorso cordiale, ma logico. Forse si tratta di un discorso necessario.

Per fare un discorso logico bisogna partire da un principio certo che enuncio subito ed eccolo: voi siete in seminario unicamente perché volete diventare sacerdoti, ministri di Dio. In seminario non ci si sta per alcun altro motivo.

Certo, può accadere ed accade che taluni di voi non siano ancora perfettamente certi della loro vocazione al sacerdozio, che in altri, ad uno stato di tranquilla certezza, sia subentrato un dubbio penoso e sofferto. Ciò richiederà da voi e dagli altri - che vi aiutano - uno studio e l'impiego di tutti i mezzi per arrivare ad una capacità decisionale maturata, qualunque essa sia. Però, in seminario ci rimanete proprio per la parte, che il dubbio non estingue, di tendenza al sacerdozio. Se questa parte positiva mancasse, sarebbe vostro dovere uscire. Se non manca e rimanete per risolvere il dubbio, dovete essere leali verso l'Istituto che vi ospita e comportarvi, in forza di questa umana lealtà e dignità, nei suoi confronti come se foste certi e sicuri del vostro libero orientamento. Chi - in dubbio - rimane in seminario per trovare una certezza e non si diporta da seminarista, sarebbe semplicemente disonesto. Il dubbio riguarda lui, la certezza riguarda lui e la Chiesa; tutto questo esige il rispetto ai seminari, ai propri compagni, all'ordinamento interno, alla spiritualità propria di un aspirante al sacerdozio, a chi in seminario guida e istruisce.

Il principio enunciato non è completo; esso va integrato da un secondo principio logico: il seminario vi deve preparare a quello che dovrete fare domani nel sacerdozio. Dovrete, insomma, allenarvi. Questa parola «allenarvi» è il vero tema della mia lettera.

1. Allenarsi ad obbedire ai bisogni spirituali e materiali di tutti

I doveri del sacerdote riguardano i fedeli commessi dall'ufficio, tutti gli altri fedeli, il recupero di quelli che si sono resi praticamente infedeli, la conversione di tutti gli uomini. C'è una gradazione, naturalmente, ma il dovere del sacerdozio è verso tutti. Domani dovrete obbedire alle leggi ed ai Superiori legittimi, non a tutti (ci mancherebbe!), ma dovrete obbedire alle necessità spirituali e spesso materiali, di tutti.

Guardate bene questa obbedienza alle necessità degli altri: occorre fare quello che non piace, che non si desidera, che scomoda, che ripugna, farlo quando e come noi non vorremmo. Occorrerà piegarsi, dimenticarsi, non fare questioni di dignità, di personalità, di onore. E questo ad ogni passo. Bisognerà farlo con i nemici, con gli avversari, con i concorrenti e non sarà virtù sovrabbondante, sarà solo il nostro dovere. Più avrete autorità, responsabilità e più si aggraverà questo peso. Sarà necessario diventare flessibili, pazienti, umili, perché per servire ci si inginocchia.

Naturalmente potrete anche scansare tutto questo, ritirandovi in una torre d'avorio, rifiutandovi, evitando fatiche, gettando tutto sulle altrui spalle; ma credo che nessuno di voi coltivi una simile caricatura del sacerdozio.

Per fare quella obbedienza dovrete lasciare molti vostri punti di vista. Il mondo, che nel suo seno quasi non trova più questa dedizione, ha sete di questa dedizione.

Credete di allenarvi ora a questa obbedienza connaturata col servizio del sacerdozio, disobbedendo, ribellandovi, anche solo nell'istinto dell'anima? È chiaro che l'allenamento alla obbedienza imposta dal proprio servizio, lo farete con la obbedienza.

Credete di fare l'allenamento, convincendovi che ora la obbedienza è una minorazione, prendendo per regola voi stessi, aspirando sempre ad una autentica indipendenza? L'allenamento di questo genere vi porterebbe alla spavalderia, alla tracotanza, al continuo tentativo di dominare e questo vi preparerebbe una vita infernale in un sacerdozio che gioverebbe forse a nessuno e che attirerebbe sulla Chiesa tutte le trite accuse di interesse e di volontà di dominio. Sarebbe meglio cambiare subito. Solo la profonda, convinta abitudine acquisita oggi potrebbe salvarvi domani.

Non parliamo delle reazioni, che si leverebbero contro di voi e della probabile solitudine esasperata, alla quale sareste condannati. Potrei illuminare quanto dico con una infinità di racconti, personalmente raccolti e constatati nel mio episcopato di ormai quasi trent'anni, ma mi riferisco solo ad uno.

Ero in sacra visita, molti anni innanzi, nei monti. Il convisitatore mi riferì segretamente che il parroco temeva una reprimenda da me. «Perché?» chiesi. Mi rispose: «In una famiglia di contadini i due soli abili al lavoro si erano uno rotto una gamba, l'altro ammalato di tifo

all'inizio della primavera. Ciò significava la perdita del raccolto e la la miseria per un anno, se non di peggio. Il parroco andò lui ogni giorno per tre mesi a lavorare per due e così aggiustò tutto. Ora teme un rimprovero». Risposi: «Ce ne fosse di gente che sa fare questo». Il servizio di poi lo si prepara con la obbedienza di oggi.

2. Il senso del sacro domani è preparato oggi

Tutto nel sacerdote è sacro. Egli non viene consacrato o votato in parte, bensì tutto. La sua elezione è totale. Poiché è «sacro» quello che è riservato a Dio, tutto nel sacerdote è riservato al Signore. Questo carattere viene difeso dalla Tradizione e dalla legge ecclesiastica col celibato, con la preparazione nei seminari, con le abitudini del tutto estranee alle abitudini mondane, con la ascetica propria dello stato, con la pratica della orazione, con i mezzi soprannaturali e sacramentali.

Il carattere sacro è voluto dal popolo, che non lesina mormorazioni e condanne ai preti nei quali scopre a torto o a ragione qualche contaminazione mondana, qualche debolezza. Perdere il carattere sacro costa generalmente al sacerdote perdere la stima dei buoni fedeli; forse gli resteranno gli amiconi (supplizio dei successori!), non sempre raccomandabili.

Il carattere sacro mette dei limiti a tutte le manifestazioni ed esuberanze, impone a suo tempo dignità e riserbo, obbliga ad uno stile caratteristico di vita anche nelle azioni comuni e civili. Il vestito e il contegno, ispirato (senza recitazione od affettazione) dall'intimo, «presentano» il sacerdote e ne rendono efficace per tutti anche la sola presenza. Questo non significa esigere musoneria, introversione, durezza, fare scostante, stranezza; significa solo limite e controllo (magari costosi) al temperamento, che natura ci ha dato, e spiritualità capace di elevare qualunque tipo o carattere.

Il sacro lo si salva con abitudini esteriori sostenute da una Fede interiore. Abbandonarlo è depravare il sacerdozio.

Non credete di allenarvi a questa parte delicata e grande, che dovrà qualificarvi per la intera vita, facendo ora tutto l'opposto, disprezzando e negligendo i mezzi e gli atti che inducono in noi lo stile delle cose sacre. Come domani l'Altare sarà il vostro vero sito, così oggi l'Altare e quanto rappresenta è l'orientamento della vostra educazione.

Non lasciatevi trarre in inganno credendo che la mondanità, comunque espressa, vi avvicini agli uomini. Vi avvicinerà ai loro difetti e taluni ne sarebbero anche lieti, ma solo perché diventereste un argomento per coprire i loro peccati. Sarebbe un tradimento. A voi toccherà fare qualcosa di più di quello che è toccato a noi, perché il senso del sacro è distrutto ogni giorno, anche da chi non dovrebbe. Facilmente il vostro avvenire sarà più scomodo, ma anche più meritorio. Il tentativo di distruggere o per lo meno celare quanto è sacro va di pari passo con la disattenzione pigra nella quale, nonostante le declamazioni e le denunce, si va giorno per giorno demolendo l'ambiente naturale e quello morale dell'uomo. Pensateci a tempo!

Passiamo, anzi, innalziamoci dal sacro al soprannaturale. Domani tutto dovrà essere soprannaturale per voi, tutto lo dovrà esprimere, dovrete portare tutti a quello. Perché?

Il vero clima del vero cristiano è soprannaturale. La grazia santificante eleva tutta la natura umana a partecipare alla grazia divina, ogni atto libero nostro sarà preceduto e accompagnato dalla grazia attuale, anche nel caso in cui la nostra cattiva volontà, declinando al male, ne frustrasse l'effetto. Il vero respiro dell'anima, che è l'orazione, porta al colloquio con Dio. La vera azione del cristiano, con la sola intenzione e obiettiva moralità, meglio se con sacrificio e dono, si colloca nella infinita scala delle ascesi verso Dio.

Solo quando ci sarà in atto tutto questo soprannaturale, noi sacerdoti renderemo la piena testimonianza a Dio. Ci sarà chi andrà più su e chi resterà più giù; ma il combattimento spirituale nostro sarà per salire questa scala del Cielo.

Credete di prepararvi a tutto questo, oggi, senza orazione personale, senza sforzo di ascesi, senza sacrificio delle intemperanze di carattere, senza ordine nella mente, nel cuore, nella vita? Credete di realizzare tanto dispregiando o addirittura odiando un ordine esterno, che si chiama «Regola»? La Regola non è un ingrediente per imbalsamarvi, è solo una impalcatura per sostenervi mentre crescete.

La elezione del sacro vi farà moralmente dei sacerdoti, come ontologicamente vi costituirà tali la sacra ordinazione. Non ne potete fare a meno. Non potete rassegnarvi fin d'ora a starnazzare come le galline, sarebbe un cedimento troppo prematuro; Dio solo sa se spiritualmente volerete come le aquile, ma per non ridurvi a starnazzare, voi dovete puntare al volo dell'aquila.

Sacro e soprannaturale non ammettono in voi compromessi con i sensi, con i miti mondani tanto intellettuali che di costume, con le piccinerie, con qualunque comportamento menzognero.

3. L'uomo di Dio di domani non è preparato dal bellimbusto di oggi

L'uomo di Dio è quello che prega, che agisce sempre alla presenza di Dio, che serve il Signore e i fratelli per portali a Dio.

È inganno affermare che per essere uomini di Dio si debba perdere il sorriso, la umanità del tratto, la serenità gaudiosa dello spirito; rivestendosi invece di una compostezza e durezza meramente artificiali o riducendosi addirittura soltanto a recitare una parte.

Basta tale affermazione per fare intendere quanto delicata, fine e complessa deve essere l'opera della vostra formazione. Quando il popolo intuisce l'uomo di Dio, non solo lo ama; lo segue e lo venera. Forse l'uomo di Dio riesce a dare un vero e duraturo ideale agli altri uomini.

Infatti - e ve ne accorgerete con gli anni - tutti i creduti ideali umani, col tempo - non lungo -, si annebbiano e svaniscono! Credete di poter essere passabilmente uomini di Dio (almeno questo!) domani, se oggi non si avrà sufficientemente compenetrato lo spirito di orazione?

Non si fa un pieno, sommando dei vuoti. La orazione è comunitaria. Questa ha un valore che si basa su un noto discorso del Salvatore. Ma la orazione in cui la azione meritoria personale raggiunge il massimo è quella privata. La sovrabbondanza, la devozione, lo slancio sono impostati e sorretti da questa ultima.

Il domani vi sarà ben duro, quando incontrerete le variazioni e le contraddizioni della vita, se non avrete l'abitudine dell'immediato sfogo dell'anima davanti a Dio, davanti al Tabernacolo. Ma a questo salutare e pronto rimedio ci si abitua oggi.

La divina liturgia, se ne vorrete beneficato il popolo, chiederà a voi il gusto profondo, la soddisfazione intima, che l'atteggiamento spontaneamente rivela.

Credete ciò sia facile se non avrete oggi il senso della liturgia, fatto di desiderio, di entusiasmo, di amore a tutti i particolari del culto divino, del canto veramente sacro, della sacra solennità? La liturgia è bisognosa di dignità, di compostezza, di raccoglimento, di attenzione interna. Credete che queste cose vi vengano spontanee dopo averle dimenticate nel periodo di vostra formazione?

Non rimandate le soluzioni ad un tempo in cui le, soluzioni diventano per lo meno difficili.

Domani, dal modo con cui vi vestirete, dalla eventuale voluttà di togliervi di dosso quello che vi mostrerà a tutti palesemente sacerdoti, dalla acconciatura dei capelli, dalle esteriorità tributarie di povere mode, vi giudicheranno, vi condanneranno, vi fuggiranno o vi cercheranno.

Credete di potervi preparare a questo giudizio, che durerà tutta la vita, che potrebbe dare oblio o solitudine nera ai vostri ultimi anni, se oggi lasciate insinuare in voi la vocazione del bellimbusto? Che questo accada, con le arie che tirano, è cosa facilissima e troverete anche chi vi potrebbe aiutare in questa «costruzione di personalità creatrice»; ma è mio dovere dirvi chiaro che questa gramigna non può toccare l'Altare e che è sacrosanto dovere di chi deve «imporre le mani» guardarsi dalla invasione della gramigna.

Domani dovrete celebrare la santa Messa. Sarebbe triste per tutti vedervela celebrare in modo abitudinario senza quella attenzione, raccoglimento e fervore, che testimonierebbero la vostra Fede. I fedeli accetteranno soprattutto la vostra testimonianza.

Ma come potrete domani diportarvi degnamente in questo divino, altissimo ministero, se oggi la santa Messa, non attesa, forse sopportata, non desiderata come accade al sitibondo di desiderare la fonte, entrasse invece come il peso morto di una morta abitudine nel piatto grigiore della routine?

Domani ogni atto sacerdotale che elargisca sacramenti o sacramentali porterà con sé un esercizio divino, una realtà nascosta che confonde e che ci supera; la devozione costante, la preoccupazione serena ed insistente vi permetterà di non essere dei materiali e svogliati distributori di cose divine. Come sarà possibile questo se oggi, nell'allenamento, non coltiverete la costante attenzione alle cose di Dio? In tal caso svaniranno da sé tutte le ipoteche mondane che ancora potrebbero gravare su di voi.

Vedete quanto sia necessario che squarciate ogni giorno il velo con l'esercizio della Fede, per creare l'abitudine dell'anima a sentirsi strumento di una salvezza eterna, canale di un dono divino, braccio del Signore per l'amplesso di carità verso quanti anche incosciamente Lo attendono. Squarciato quel velo è per voi la luminosità perenne. Il mondo esterno non regge al paragone di questo realissimo mondo interiore, nel quale la vocazione appare sovranamente bella, ma gioiosamente incapace di compromessi, di esitazioni, di restrizioni.

4. Domani dovrete lavorare per Dio; non vi si addice oggi la pígrizia

Il sacerdozio non è solo sacrificale, ma anche essenzialmente ministeriale. Ciò indica che non esaurisce il suo dovere solo nel culto pubblico, ma deve essere di natura sua apostolico. Significa: lavoro. Il sacerdote dovrà uscire di Chiesa e di sacrestia, percorrere le vie del mondo, senza mai assorbirne la malizia, portarsi ovunque ci sono uomini per invitarli, istruirli nella Fede, santificarli dopo averli convinti. Si tratta di un lavoro multiforme, attento ai segni dei tempi per cambiare ed adattare i suoi strumenti, condotto spesso nella contraddizione, nella sofferenza, tra la ingratitudine di molti.

Non è soltanto questione di «fatica»; sarà questione di umiltà per capire a tempo, di forza d'animo per non lasciarsi abbattere dalle difficoltà. Solo in parte domanderà dispendio di energie fisiche; sarà più greve la sua richiesta di energie morali. Potrà avere immense consolazioni, ma queste potranno anche mancare, pertanto il computo deve tener conto della usura.

Accettate voi di essere dei preti comodi? Inutili? Penso di no e allora allenatevi. Le cose che ora non vi piacciono, rispetto alle quali la passione troppo umana reclamerebbe ozio e indipendenza sono quelle che ora vi allenano. Enumeratele bene e ringraziate Dio di averne.

Date ancora un breve sguardo al vostro lavoro di domani. Il mondo che vi attende è fortemente segnato dalle conseguenze del secolo scorso, voi porterete le conseguenze ben peggiori di questo nostro secolo. Di giorno in giorno appare più chiaro che la modernità, tradotta in termini ministeriali, significa maggiore disponibilità e pertanto maggiore sacrificio. Fate i vostri conti per tempo.

Nessuno può credere che il domani chieda ai sacerdoti le spavalderie del demagogo, le aberrazioni del libertino, le gesticolazioni del mimo. Il domani vi chiederà più virtù e più sacrificio; se questo non avrete, non temete, raccoglierete più ampia messe di dileggi e di canzonature. Come già talvolta accade di vedere.

La stampa galeotta ha sedotto molti, può giungere anche a voi; difendetevene, giacché non tutti vi difendono, e mirate giusto. Le cose comode generalmente ingannano. Il succo di molti scritti, porti anche da ecclesiastici, è questo: fatevi degli alibi, per il resto quietate. Se scrivessi per far polemica e non per amore verso di voi, qui di alibi in uso per scaricare responsabilità e fatiche ne potrei enunciare un lungo elenco.

5. Acquistare le abitudini per tempo

Si tratta di un argomento di estrema importanza per voi. Cominciamo da alcune chiare idee.

- Si chiama «abitudine» la «facilità a compiere un atto, acquisita attraverso la ripetizione dell'atto stesso». Ripetendo gli atti necessari alla maleducazione, con le mani e con le braccia e coi denti e con la deglutizione, noi abbiamo acquisito la «abitudine di mangiare» in modo tale che mentre mangiamo possiamo fare altre cose, parlare, cantare, leggere...

Per capire la importanza della abitudine bisogna chiarire il concetto della «facilità» che essa, con la ripetizione dell'atto, induce. È in questa facilità la importanza della abitudine. Infatti -la «abitudine» man mano che rafforza la facilità, gradatamente dispensa dalla attenzione, dallo sforzo, dalla diligenza. Risultato: ad un certo punto l'abitudine ci dona di compiere un atto, qualunque esso sia, senza richieder impegno di attenzione o dispendio di energia. La abitudine fa sì che l'atto costi poco o nulla.

- A questo punto si capisce che è la abitudine a permetterci, nonché facilitarci, tutto nella vita. Noi parliamo, camminiamo, compiamo moltissimi atti del nostro impegno e del nostro dovere, senza essere impegnati in un intervento attivo o in un erogazione di energia. Pensate quale complicata operazione di ossa o di muscoli, quale commensurazione di sforzo muscolare adatto al raggio visivo, sia la semplice operazione di sederci sopra di una sedia. Se non esistessero tutte le inerenti abitudini, noi forse impiegheremmo un giorno per sederci una volta sola. In grazia della «abitudine» noi ci sediamo con la massima indifferenza.

- In conclusione: la grandissima parte delle azioni della nostra vita sono compiute dalla abitudine. Dobbiamo essere riconoscenti a Dio che ce l'ha data. E non è a credere che ci'soccorrano solo abitudini materiali, muscolari, visive, uditive, etc.; noi abbiamo anche l'aiuto di abitudini spirituali, il cui numero è difficile enumerare.

- Anche se uno non conosce la teoria delle abitudini (e quale bambino la conosce?) acquista ugualmente, spinto dall'istinto, dalla necessità, dal piacere e dalla conoscenza albeggiante, le abitudini necessarie alla vita vegetativa, sensitiva, di relazione. Pertanto anche il più disattento e distratto degli uomini vive e campa sulle abitudini bene o male acquisite.

Perché le «abitudini» si acquisiscano «buone», vigila ed opera la «educazione». Essa si inserisce a questo punto e non solo a questo punto, ma a questo punto siamo in grado di riconoscerne la insostituibilità.

Con l'intervento della «educazione» (che deve cominciare subito), poi, dell'intelletto e della volontà del soggetto, si acquistano le abitudini buone e le abitudini cattive. Le prime renderanno facile la bontà e moralità della vita; le seconde renderanno scorrevolissimi il disordine e la immoralità. Ecco perché la «educazione» deve durare assai.

- Ma siamo ad un punto veramente cruciale, che logicamente consegue da quanto detto fin qui. Chi acquista abitudini consone al tipo di vita, di impiego, di missione, di livello che ha scelto compirà il suo dovere con una notevole facilità, soccorrendogli la abitudine stessa. Questo sia che miri a cose buone, sia che miri a cose cattive. In altri termini qualunque ragazzo o giovane che è attento ad acquistare per tempo le abitudini omogenee al suo ideale avrà in gran parte acquisito la facilità della propria vita.

- Applichiamo dunque. Voi volete essere sacerdoti e, penso, nessuno tra voi si rassegna ad essere un pessimo prete. Tutti volete servire Dio decorosamente. Avrete, per questo, bisogno di facilitazioni continue nel vostro operato e queste, al di sotto della grazia di Dio, vi saranno fornite dalle abitudini omogenee acquistate in seminario. Oggi decidete per allora. Siete nella situazione di scalatori, che debbono preparare minuziosamente se stessi, gli strumenti, i sussidi eventuali, i rifornimenti, mentre stanno al campo base ed attendono il tempo stabilito per l'ordine di partenza. Voi siete ora al campo base e la vostra scalata verso il Cielo la preparate ora. Guai allo scalatore, il quale aspetti, per acquistare la somma di abitudini muscolari, sensorie, di riflessi, di volontà per affrontare un sesto grado, quando :.la prima volta si trova a sormontare un sesto grado.

Basterebbe aver detto questo: siete intelligenti. Mi sia concesso qualche riferimento pratico.

- Vi necessiterà un contegno da ecclesiastico, né untuoso, né introverso, sereno e controllato, secondo il tipo del vostro temperamento. Guai se gli «altri» vi dovessero giudicare un laico vestito da prete (come quelli che si vedono nei films e sono generalmente sgraziati). Le abitudini del contegno, della modestia ecclesiastica, della edificazione si acquistano ora.

Dovrete celebrare gli uffizi divini. Non sarà solo questione di rubriche, che da sole fanno soltanto rappresentazione, ma di animo, di convinzione, di fede, di dominio su se stessi. Le abitudini inerenti acquistatele ora.

Dovrete trattare con gente intrattabile, senza mettervi al livello della maleducazione e della volgarità. È ora il momento di pensarci. Dovrete essere pronti a rinunce anche penose, ad atti di pazienza non.comune, dovrete entrare nei contatti sociali con semplicità, ma sempre irradiando uno spirito sacerdotale. Pensateci oggi; domani sarebbe troppo tardi. Si potrebbe esemplificare all'infinito. Mi basta di aver chiarito il principio.

Non dimenticate che la «abitudine» e il «subcosciente» faranno in gran parte il vostro domani, benedetto o disgraziato. E, quanto al subcosciente, del quale non intendo parlare qui, ritenete che le abitudini ve le acquista anche a vostra insaputa. Ragion per cui in tutto dovete esercitare la virtù della prudenza. Ne parleremo un'altra volta.

6. Domani dovrete «fare» la comunità; provatevici ora, senza indugi!

Non parlo di convivenze sacerdotali, per quanto le desideri; parlo della comunità dei fedeli, di quella grande, di quella piccola che è generalmente la parrocchia.

La comunità è tale quando ci sono legami spirituali; un carcere , un ospedale, un riformatorio, un albergo difficilmente si potranno chiamare «comunità». La comunità si lega, si fonde quando i membri esercitano le cosiddette virtù di «relazione» e sanno evitare i difetti direttamente contrari ad un sano vivere comune.

Questo significa più cose, che vi attendono al varco. Significa anzitutto dominio e riduzione in limiti ragionevoli del proprio temperamento. Questione difficile, che fuori del seminario raramente viene risolta, che voi avete tutto l'agio e tutti gli aiuti per risolvere. Significa avere in larga misura la pazienza, la sincerità, l'educazione, la generosità.

Ritengo difficile che voi possiate risolvere tali questioni dopo. Infatti in quasi trent'anni di episcopato raramente ho visto superare i difetti che già si vedevano in seminario.

Significa ancora tagliare recisamente e senza tentennamenti: la invidia, la gelosia, la lingua lunga e malevola. Questi tre difetti fanno fare ai loro detentori un purgatorio poco utile, vita naturale durante. Talvolta creano addirittura un inferno.

Voi più grandi avete certamente acquisita la visione del tempo che occorre per liberarsi da gravi difetti. Per questo vi si inculca l'uso dell'esame particolare. L'idea di uscire dal seminario con questi difetti non corretti deve farvi profondamente riflettere, perché, se così fosse, una cosa è certa: tutto vi sarà più difficile, più amaro, più greve; si aumenteranno con essi i contrasti e le contradddizioni.

Dovrete avere molta umanità. Questa, ad onta del termine che parrebbe indicare il contrario, risulta dalla somma di notevoli virtù soprannaturali. Per averla dovrete perdonare sempre, pur compiendo le parti anche dure del vostro compito od ufficio; dovrete sorridere quando non ne avrete voglia; dovrete vivere di Fede e di fiducia in Dio quando foste scoraggiati e depressi; dovrete rimandare indietro tutti i giudizi negativi che la fretta volesse introdurre con reazioni immediate nel vostro sentimento; dovrete anche rinnegarvi, se occorresse.

La mancanza di queste doti rende bruttissima la vita anche a quanti restano fuori del sacerdozio, perché il mondo lo si conquista con la bontà e difatti gli uomini nella parte maggiore - passati gli splendori della illusoria giovinezza - non fanno che lamentarsi, immaginate voi!

La humanitas di domani dipende dalla vostra profonda serietà di oggi nel vivere completamente i valori del seminario.

Conclusione

Cari figlioli forse qualcuno leggerà malvolentieri questa mia lettera. Sappiate - lo ripeto - che l'ho scritta per amore.

L'ho scritta perché, se diventerete sacerdoti, il vostro sacerdozio non sia inutilmente doloroso, solcato da crisi e da depressioni, ridotto a crearsi delle illusioni ogni giorno privo della gioia che accompagna sempre chi è a posto nell'anima, anche se sta in croce.

L'ho scritta perchè - se qualcuno non diventerà sacerdote - abbia ad abbandonare questa nostra via con la coscienza di averne ben misurato prima l'ampiezza e perché, quanto è detto qui, può fare in gran parte figura in un discorso di un padre che licenziasse suo figlio per le diverse strade del mondo.

Non ho scritto questa lettera per spaventarvi, perché il suo naturale epilogo sarebbe il discorrere della gioia di una vita sacerdotale: questo argomento lo tratterò, se Dio me ne darà il modo, un'altra volta. Ho parlato solo per mettervi di fronte alla realtà, od almeno ad una parte della realtà. Vi ho trattato da uomini, perché vi ritengo tali e sono convinto che vogliate essere tali. Nessuno di voi certamente aspira ad essere un illuso, un povero travicello, un leggero bambolotto.

Vorrei che - fatte le proporzioni - si potesse dire di voi quello che afferma il salmista: «Exultavit ut gigas ad currendam viam» (Sal. 18, 6). Tra la parte del somarello rassegnato e quella dell'umile gigante, vi conviene eleggervi la parte del gigante.

E, finalmente, ricordiamoci della santità! Voi dovrete aspirare a quella. La vostra linea nella vita sarà producente e orientata solo se avrete come punto di riferimento la santità!

Viceversa rischiate di fare il gioco di quelli che vi vogliono perdere: essi parlano di «testimonianza» (cosa ottima, ma insufficiente), di personalità (non distinguendo, in modo da fare della personalità una infelice esaltazione dell'orgoglio personale), coscienza personale (che non è tribunale ed organo direttivo se non riceve la Legge dall'esterno di sé), di virtù umane (quasi che nei battezzati possano esistere virtù che non siano soprannaturali!), di autenticità (con tutta l'aria di cercare alibi, per non fare le cose che costano).

Parlate di santità! Con un mondo in decomposizione non abbiamo bisogno degli eroi di Cervantes, ma di Santi!

Che Dio ce li conceda tra voi! Ne Lo supplichiamo tutti i giorni.

LA GIOIA

Cari seminaristi, il Signore nel Suo ultimo discorso disse ai discepoli questa parola: «La vostra gioia sia piena» (Gv. 16, 24). Poco dopo, nella grande orazione sacerdotale, pregò così: «Ma ora vengo a Te (Padre) e questo dico nel mondo, affinché abbiano la pienezza della mia gioia in se stessi» (Gv. 17, 13).

Il discorso era certamente rivolto agli Apostoli, ma, per la nostra partecipazione alla loro dignità soprannaturale e al loro mandato apostolico, era rivolto anche a tutti noi, a voi.

Gesù vuole la gioia. Egli stesso, per il mistero sublime della unione ipostatica, la ebbe nel momento della Sua passione.

Perché vi scrivo sulla gioia Ecco le ragioni:

- Anzitutto mantengo una promessa. Quando scrissi a voi la mia prima lettera pastorale, dissi che, dopo avere indicato i motivi del vostro allenamento alla vita sacrificata del sacerdote, vi avrei scritto sul rovescio della medaglia.

- In secondo luogo perché dovete ora allenarvi anche alla gioia. - La gioia vi renderà più facile tutto e vi aprirà nel ministero tante porte, che diversamente sarebbero per voi chiuse.

- Essa vi permetterà di rendere testimonianza obiettiva che nella Casa del Signore, comunque vadano le cose, si sta sempre bene. - La vostra gioia aiuterà le vocazioni. Forse, sul piano comune, nulla aiuta i germi di vocazione posti dal Signore come il frequentare sacerdoti gioiosi del proprio stato, ossia del servizio di Dio e dei fratelli.

- Tra le «illuminazioni radiose», che possono cambiare col loro splendore la «giornata della nostra vita», c'è la gioia.

- La vita di un sacerdote può conoscere, avere e godere la soprannaturale gioia in tutte le sue età, ben più che lo stato laicale. Che cosa è la gioia

Cominciamo col dire quello che «non è».

1. La gioia non è l'allegria; anche se può con questa coesistere, ed anzi ne è la più genuina fonte, l'allegria indica più un fatto esterno. La gioia è essenzialmente un fatto interiore.

Per lo stesso motivo ed a maggior ragione la gioia non è il «ridere», il divertimento, il chiasso, la capacità di scherzare, anche se può entrare in tutto questo, per dare a tutto un fondamento autentico, genuino e moderatore contro ogni eccesso.

Ecco ora quello che è. Si tenga ben presente che intendo parlare della gioia cristiana, pertanto soprannaturale, la sola - penso - che possa resistere a tutte le stagioni e a tutte le inevitabili prove.

2. La gioia è uno stato dell'anima in pace con Dio, con se stessa, con gli altri. Non è solo «pace», essa ha un altro elemento fondamentale: fruisce di una luce della quale gode e che spande su tutto l'ambiente, al quale (anche se repellente in se stesso) dà una imperturbabile festosità. È dunque certamente un fatto interno, sottratto di sua natura - quando è vera - ai conturbanti movimenti esterni. Ma di che «luce» si parla? Si tratta della «luce» di Fede, che riflette costantemente su tutto il suo illuminante splendore, rendendo bello il sacrificio e il dolore per il loro valore redentorio; rende moderate ed anche contenute le attrattive umane; dà il valore di messaggio paterno divino a tutto il cosmo ed a tutte le vicende contenute; trasforma la esistenza in una sorta di grande «antifona» del cantico eterno. Parlo della luce, che tra le ostinate nubi erranti nel nostro cielo arriva, anche a sole lame, sulla nostra terra. Parlo del riflesso indistruttibile che, con la Fede, ha l'Eternità sul pellegrinaggio terreno. È uno sfondo che può diventare costante quando si adoperano gli strumenti per rendere sempre attivamente presente all'anima la nostra Fede.

Tale gioia coesiste benissimo con la serietà dell'aspetto, con la espressione del dolore e della preoccupazione, ma arriva sempre più facilmente al sorriso, quando il rapporto con gli altri, sciogliendo i legami, chiama al tratto esterno, al contatto, alla azione.

Come si fa ad averla?

Meglio sarebbe dire «come si fa a conquistarla». Perché la gioia, nelle vie ordinarie della ascesi, è una grande conquista. Costa piuttosto caro.

Ecco alcuni pratici consigli per averla e farne una irresistibile forza. Sì, una irresistibile forza. Essa è il mistero della attrazione soave e del fascino che emana da talune persone. Tutti ne incontriamo. Dio ve ne faccia incontrare molte, soprattutto nei momenti di prova!

1. La vivezza della Fede, sentita e vissuta è il primo elemento, generatore di gioia, questo mi pare risulti chiaro da quanto detto e da quanto ancora dirò. Parlo della Fede custodita dai dubbi con lo studio, alimentata soprattutto dalla orazione, dall'esercizio della volontà di Dio e della presenza di Dio, difesa da un indomito attaccamento alla Chiesa. Non si può disgiungere una vita di Fede da una vita di orazione. La Fede dona alla orazione la coralità di tutta la Comunione dei Santi. Ricordo una persona, molti anni fa, che quando si ritirava alla sera nella sua stanza diceva: «me ne vado coi miei Santi». Era vero,, perché il divino ufficio lo recitava come se la alternativa corale fosse la Comunione dei Santi. Proprio questo meraviglioso dogma, fuori di ogni fantasia e suggestione sentimentale, può illuminare e cambiare aspetto a tutta la vita. E non solo ...

2. L'anima pulita in grazia di Dio. Ogni peccato è un ingombro, ogni cedimento ai sensi scompiglia, ogni cattiveria avvelena. Se la bellezza affascina, bisogna ricordare il «bello infinito» al quale siamo chiamati ed avviati, dopo il fugace momento di attesa, che è la nostra vita. Se il più ignobile tenta avvinghiare, non si dimentichi che Esaù ha venduto la primogenitura per un piatto, di lenticchie. Le cose mondane illudono per qualche momento, ma poi non diventano altro che povere lenticchie e ghiande (come nella parabola del figliol prodigo, cfr. Lc. 15, 11).

Il mondo dei sensi, donde molti traggono vergogna e depressione, è invece la palestra nella quale con la rinuncia si diventa forti, dispositori di se stessi, nobilissimi sovrani.

Tutto ciò che vien dalla materia, se non è filtrato attraverso la severa volontà, uccide la pace interiore e vela ogni gioia profonda e duratura.

3. Saper perdonare: sempre, subito, in modo definitivo e irripetibile. Il perdono non è il rimedio delle grandi offese soltanto. Esso è per tutto quello che nel prossimo eccita, infastidisce, contraria, anche se il prossimo non si accorge di questo. Il perdono bisogna esercitarlo ad ogni ora del giorno, perché ad ogni ora del giorno si presenta alla nostra esperienza qualcosa, appunto, che eccita, infastidisce, contraria. E se su queste cose ci si arena, è finita la pace e la gioia. La legge del perdono bisogna accoglierla in tutte le sue versioni. Infatti, significa arrivare alla capacità di non offendersi mai; e tale capacità è utilissima nella vita a tutti gli effetti, salvaguardia la pace e la gioia. Saper perdonare vuol dire non fare questioni giuridiche, di giustizia, di prestigio per coprire la propria incapacità di donare. Il perdono è sempre un dono, che rasserena tutti, toglie le asprezze, tronca le sequele della miseria umana.

Quando si vive in una comunità, con gli altri, questa legittima versione della legge del perdono bisogna applicarla da mane a sera. Ma dopo esser perdonati da Dio e dopo aver perdonato tutti, alla sera, stanchi, si chiudono gli occhi in pace.

Una gran parte della gioia è legata all'osservanza di questo precetto evangelico. Il quale non solo ha, come si è visto, diverse versioni; ma ha anche diverse conseguenze. Questa, per esempio: elimina decisamente il malanimo contro chiunque e per qualunque ragione; brucia l'invidia e la gelosia, le quali aduggiano in tutti i moti del nostro orgoglio.

L'invidioso, il geloso non hanno pace e non conoscono la gioia. Perché si fanno esami di coscienza, se non per togliere continuamente dall'anima questo ciarpame che la tiene prigioniera? Che razza di vita spirituale abbiamo, quando essa non è in grado di togliere queste complicazioni onerose ed inutili? Come possiamo piacere a Dio se gli diciamo in modo bugiardo nel Pater Noster: «rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Lc. 11, 4)?

Purezza, libera volontà, umiltà, frutto di serena luce, perdono, epilogo della capacità di «donare», sono guardiani della nostra gioia. 4. L'umiltà risolve tutto. La più grande responsabilità delle nostre agitazioni burrascose è la nostra superbia. Se non la si contiene entro severe dighe, essa alluviona tutto e ci rende tutto amaro. Chi è umile risparmia la parte più grande dei dolori inutili. L'umiltà (bisogna intenderlo bene) costituisce la più grande furbizia.

5. « È più beato il dare che il ricevere» (At. 20, 35). È parola del Signore. Essa dà un tono di meravigliosa munificenza a tutta la vita cristiana. Essa costituisce la via di una particolare rassomiglianza con Dio (cfr. Mt. 5, 48). La generosità, né interessata, né spavalda, né in chiave di pubblicità o - peggio - di populismo, tanto più sincera quanto meno esibita, è come un sole che illumina.

Il «dare» evangelico non è soltanto una questione di borsa, ma involve tutta la persona, le sue capacità, le sue energie; diventando, senza sforzo, servizio, completamento, supplenza, pazienza, amicizia, amore. Può essere paragonato ad una aureola: allora è la gioia.

Molti altri mezzi potrebbero essere recensiti come generatori di gioia, ma quelli esposti sono sufficienti. È facile concludere che la gioia diventa un «contenitore» di tutta la vita spirituale. Essa è facilmente comunicativa, perché ha ragioni profonde, tutte arricchite dalla grazia del Signore.

Appare chiaro anche il motivo per cui la vera gioia cristiana può esistere e resistere nelle più grandi prove dei dolori.

I motivi particolari di gioia di un seminarista

Ritengo che, non per ragione di dignità, ma per un motivo didattico, la prima verità gaudiosa da tener presente sia la seguente: con la grazia del Signore ogni dolore può essere trasformato in gioia, senza nulla togliere al merito della nostra sofferenza. Come?

l. Cominciando a ringraziare Dio che ce lo ha mandato o che lo ha permesso. È incredibile quello che può trasformare della nostra vita l'abitudine di esser grati a Dio per quello che non ci piace. E non perché in realtà questo stato d'animo serva a diminuire notevolmente la sofferenza umana nostra, ma perché è questa la via direttissima per essere uniti a Cristo sofferente e la via direttissima per giovare a tutti i nostri fratelli. Ci sono momenti nei quali, con umiltà, si possono chiedere a Dio le più grandi grazie, la salvezza di altri, la manifestazione della Sua gloria.

Tutto ciò richiede un allenamento che dovete iniziare ora. Esso sarà la vostra salvezza, perché, imprimendo una inclinazione quasi connaturata ad amare piuttosto quello che non piace che quello che piace, avrete in mano il talento della forza per muovervi verso la perfezione.

2. I sacerdoti che fanno tutti i giorni decorosamente la loro meditazione od orazione mentale e, per merito di questa, si mettono in grado di compiere meglio gli altri sacerdotali doveri, hanno in mano il talento per arrivare a tanto. Non se lo lascino sfuggire e godano della tranquilla fiducia di poter resistere ad ogni crisi e tentazione, stringendo bene nella mano quello stesso talento.

Tutto questo discorso può valere per qualunque fedele; ne ho conosciuti molti che questo discorso intendevano e santamente sfruttavano. Ma per voi ha una forza ed un valore speciale: voi sarete sempre (per forza dei sacri misteri che celebrerete, della orazione tipica sacerdotale) più vicini a Dio! Qui sta la formula per operare il meglio in ordine alla perseveranza nel proprio sacerdozio.

3. Cercate di capire le particolarità della vostra orazione. Prepara il vostro domani. La orazione del sacerdote prende forza dal suo «carattere» impresso dall'Ordine sacro. Per questo egli è «deputato» alle «cose sacre». Se prenderà coscienza di questo particolare valore, tanto più lo accrescerà e ne trarrà efficacia.

Questo accade soprattutto nella recita delle «Ore». In esse, in modo speciale se ex Officio, non è lui che prega, ma in lui prega la Chiesa intera, perché si tratta di un atto ufficiale.

Se la sua Fede lo soccorrerà, potrà sentire la sua preghiera delle Ore, le alternanze dei suoi versetti, la sua eco, come il coro della Gerusalemme celeste e della Comunione dei Santi. Non è questa una fantasia, è una realtà nella quale ci si può serenamente e dolcemente adagiare. Nella storia dei Santi si sa che qualcuno di loro, recitando o cantando il divino uffizio, si trovò in compagnia della Vergine e degli Angeli. Vide e fu fortunato; ma tutti possono, se sanno elevare la propria anima fino a quel livello, credere di entrare ad accompagnare in qualche modo il cantico della eternità.

Chi è deputato alle cose superne dal sacramento dell'Ordine è deputato a fruire una speciale presenza nelle realtà eterne. Nell'Ufficio della Dedicazione delle chiese, il vecchio Breviario faceva cantare per secoli tutta la Chiesa: «Sed illa sedes Coelitum / semper resultat laudibus / illi canentes jungimur / àlmae Sionis aemuli». E tutto questo lo porterà, con gioia e senza rimpianti di esperienze terrene, ben lontano da ogni mondanità e da ogni espressione della medesima.

Chi vive così la sua orazione rende a poco a poco inoperanti tutte le pericolose attrazioni mondane. Inquadra la propria vita ad un livello nel quale il Sole splende sempre.

4. Avrete la divina presenza della Eucarestia. Tale presenza darà frutti in voi quanto più la vostra Fede in essa sarà non solo attuale e viva, ma da voi continuamente tenuta accesa con i piccoli espedienti della pietà, adatti a noi piccoli esseri e che la vita del seminario vi deve insegnare. Le frequenti visite, anche brevissime, al Santissimo Sacramento a poco a poco vi daranno, quasi fisicamente, il senso di una santa fortezza resistente a tutti gli attacchi e contraddizioni della vita. Non permettete che l'abitudine sciatta vi renda atoni alla presenza di Colui che vi è sempre vicino e che nel santo sacrificio stringerete nelle vostre mani. Avete ben più che un talismano a favore!

5. Avrete la grazia dello stato. È una realtà gigantesca, che domanda a noi di essere sempre consci e di trarne fiducia. Essa vi renderà capaci di quella polivalenza nell'apostolato, che vi sarà domandata dalla obbedienza e dall'ufficio assegnato. Vi può rendere capaci di quello che non avrete mai stimato possibile alle vostri doti, vi renderà non spavaldi, ma arditi ad ogni impresa difficile.

6. Purché vi teniate ad un livello di Fede vissuta, avrete con voi il Cielo. Esperimenterete che Madre amabile e provvida sarà per voi la Santissima Vergine, vi saranno vicini gli Angeli, i Santi. Soprattutto la Santissima Vergine: vi terrà per mano. Sentirete lo stile dolcissimo e pronto della Sua materna protezione. Accanto, anzi sopra questo mondo visibile, se ne dischiuderà per voi un altro,, dandovi il senso di una forza, di una dignità e di una indipendenza invidiabili. Non è questione di fantasia, e non è necessario per questo che si arrivi alla vita mistica; Dio è Signore e vi chiede solo Fede attuale e coerenza con la Fede nel contegno.

7. Avrete sempre la tranquillità del frutto della vostra azione sacerdotale, certi che la «Parola di Dio non ritornerà a voi vuota» (Is. 55, 11).

Sarà necessario che non pretendiate di vedere voi i frutti: è sufficiente che li veda Dio e ve ne custodisca il merito per la vita eterna: «altri semina ed altri miete» (Gv. 4, 37).

8. Avrete intorno la famiglia delle anime. Questa è ben più grande, costante e duratura che la famiglia del sangue. Conosce un affetto che è puro perché nascerà dall'apostolato, dal sacrificio, insomma dalla erogazione dei beni di Dio.

Certo, questa famiglia non deve nascere da simpatie insulse, da plagi, da sentimenti troppo umani; non dovrà essere curata in funzione di una vostra corte o di un appannaggio di vanità (guardatevene bene!), ma sorgerà naturalmente nel misterioso lavorio che la grazia del Signore farà attraverso la vostra opera. Le vostre sofferenze, le contraddizioni subite ne scalderanno l'effetto. Il discorso su questa «grande famiglia» è serio e grave.

Dovrete curare i difetti del vostro temperamento, perché possono diventare le cause di un isolamento penoso; dovrete non chiudervi in una torre d'avorio; dovrete avere ampiezza di perdono, di pazienza e di servizio; dovrete dare al vostro sacerdozio un volto umano e soprannaturale insieme. Dovrete essere attenti a nulla sacrificare agli idoli della moda corrente, per piacere, per avere pubblicità e risalto. Questi costituiscono tentazioni perniciose e talvolta fatali. Lasciate nei piccoli la sincera impressione di sollecitudine affettuosa e vedrete, almeno in molti di loro, brillare la luce degli occhi che esprimono riconoscenza quando saranno grandi. Gli spettatori della vostra cura per i poveri, i diseredati, gli ammalati, i vecchi avranno prima ammirazione, poi salutare riflessione e finalmente affetto per voi.

Per decenni e decenni ho fatto caso a questo o a quello che succedeva all'Ospedale Galliera quando c'era degente qualche buon prete, qualche degno parroco. Nessuno aveva tanti visitatori come loro, nessuno aveva tanta gente che si interessasse all'andamento della malattia e della cura. Ricordo che qualche volta si sono dovuti prendere provvedimenti per arginare questo flusso invadente. Ma era una testimonianza.

Siate pazienti, generosi, di retta e purissima intenzione: non vi mancheranno amici seri.

La vita del buon prete prende addirittura una dimensione diversa dalla vita degli altri uomini. Non saranno sempre rose e fiori di questo mondo, ma quando la terra si facesse per voi arida ci sarebbe sempre per voi, ed anche in modi inauditi, la rugiada del Cielo. Questo vale tanto più perché potreste avere momenti di desolazione e depressione legati a qualunque esperienza di vita non sacerdotale; allora potrete capire quanto siano preziosi per voi il Cielo, del quale ho parlato, e la terra con il calore della riconoscenza da voi suscitata. La grande famiglia della terra potrà qualche volta apparirvi anche un po' assente, perché esistono stati d'animo che, chiedendo troppo, pensano di avere nulla; non temete. Non chiudete mai le porte a nessun confratello, anche se colpevole verso di voi; il perdono e la carità disinteressata ve lo potrà restituire nei momenti per voi amari.

Vi possono essere momenti in cui dovrete camminare da soli, per difendere la verità, la giustizia, la sacra disciplina. Non abbiate paura: in quei momenti, se manterrete il livello della vostra Fede, Dio stesso camminerà avanti a voi, accanto a voi. E la grande famiglia, se il vostro sacerdozio l'avrà creata, nulla cercando per sé, si farà sempre sentire.

Mi sono chiesto molte volte nella mia vita perché tanta gente abbia una tale acrimonia verso i preti. Ho sempre dovuto darmi questa risposta: nessuno, in qualunque situazione, riesce ad amalgamare tanta gente intorno a sé quanto un buon prete. L'ho visto negli ospedali, nelle scuole, soprattutto negli ambienti di lavoro, nelle caserme; questo «imbattibile», sempre che sia con la testa e con il cuore a posto, vince in concorrenza, quanto più non lavora per sé e lavora per amore di Dio.

La storia della «grande famiglia» è una storia lunga, assai lunga, ma è anche la storia della vostra vita. Essa resiste, anche se può avere eclissi. Cambia completamente la prospettiva: insieme nell'amore di Dio, è una storia che con volontà potete sctivere ora. È non tutta, ma una grande contropartita del dono di una castità perfetta, di una inalterata obbedienza e di un distacco del cuore dalle cose umane.

Nessuno come il sacerdote ha davanti un simile cammino. È per questo che ho potuto parlare di gioia, anche se questa non è, come ho scritto, l'unica sorgente della letizia sacerdotale. Altre ve ne sono e sono tante, a seconda della virtù acquisita, che la fantasia non basta ad enumerarle.

9. Ho assistito al tramonto, anzi al crepuscolo di tanti preti. La mia conclusione è questa: talis vita finis ita.

Quelli che possono dire di avere speso la vita solo per Dio e per i fratelli portano con sé una inesprimibile letizia, perché allora vale solo quello ed è quello che si porta con sé. È triste aver finito una vita senza orizzonti superni: è solo gioia avere accumulato, per una vita, merito al servizio di Dio.

Questo ho scritto perché sappiate già quale sarà il vostro avvenire, sappiate che è nelle mani vostre, sappiate che dipenderà dalla disciplina austera e senza tristezze, che oggi vi saprete imporre!

Nel mondo

Tocco l'argomento perché fa parte del mio assunto principale. Entrateci a testa alta: se vi sarete allenati ad essere sempre con Cristo, sarete i più forti.

Non abbiate bisogno di nascondervi, mai. L'abito ecclesiastico sarà la prima testimonianza, ma allenatevi ora a sentirne il valore e ad assimilarlo come una seconda natura. Voi sapete che esiste un abito ecclesiastico «tollerato» (e questo lo si deduce dal testo di concessione della CEI) ed uno «proprio». La scelta deve essere operata dalla vostra generosità e questa guarda al meglio. Sentirete la gioia di testimoniare così meglio il vostro Signore, vi sentirete alfieri suoi, netti e coraggiosi, con la onesta baldanza che la giovane età può sempre dare a tutto ciò che è più nobile.

La vostra figura, così, non passerà mai occultata tra la anonima folla. E questa vi accoglierà sempre, forse con un moto di interna reazione, il quale però è sempre il primo passo verso l'interessamento, la ricerca, l'amore. Meglio l'odio sopra di noi che la indifferenza; ma, se vi nasconderete, opterete necessariamente e forse colpevolmente per la indifferenza. La quale non recepisce bene la testimonianza a Cristo. Siate in questo generosi, coscienti: avrete la gioia di essere «qualcosa».

Il mondo nel quale entrerete è malato, ha bisogno di voi. Non condannate, servite. Il servizio, con lo stile della generosità, vi riempirà di gioia.

Il mondo spesso è impazzito: ha bisogno di voi. Il vostro equilibrio, la vostra incondizionata obbedienza alla Chiesa vi faranno maestri di saggezza. Anche questa è gioia esaltante, quando è dono fatto umilmente ai nostri fratelli, nelle più disparate circostanze.

Il mondo sta per fare delle nuove grandi e forse dolorose esperienze. Sono le circostanze in cui il sacerdozio diventa prezioso sul piano storico, come lo è sempre stato. Allenatevi per 1'aignoto». Con la grazia del Signore non lo temerete e sarete pronti ad affrontare tutti i compiti. È un tocco di avventura esaltante. Non sarà la gioia di una avventura umana; ma la gioia di essere strumenti di cose grandi nella perfetta disponibilità ed obbedienza a Dio nostro Signore!

Il sacerdozio, veramente vissuto e ardentemente preparato, ha sempre la sua inesauribile risorsa di gioia, che nessuno potrà togliervi. Avanti!

La gioia del seminario

Tutto quello che ho scritto porta ad un conclusione: poiché la sostanza del discorso è situata in seminario e conduce alla gioia di essere in seminario. Ve la auguro e vi incito ad averla. Ogni esperimento di questo mondo porta con sé, anche incolpevolmente, dei difetti; a questa legge non si sottrae il seminario. Voler cercare soprattutto i difetti è opera di un complesso deformante, che prego Dio non vi investa.

Questa gioia potete averla. Quando in futuro aveste a trovarvi isolati, imparerete la preziosità della comunità. Quando potreste essere attanagliati da responsabilità, avreste la nostalgia del tempo in cui, bastando obbedire a dei superiori e ad una regola, tutte le responsabilità si scaricavano naturalmente. Quando vi perseguitasse la aridità di ogni sentimento ed aveste a sentirvi come alberi d'autunno che perdono le foglie, intendereste che cosa sia quella serena, placida, innocente fraternità ed amicizia che avrete goduto in seminario. Quando la esperienza delle ignobilità, delle torture, delle deformazioni fosse per appesantirsi sopra di voi spingendovi al gemito desolato del pessimismo, allora sareste in grado di valutare che cosa sia stato per voi incontrare tra mura sempre severe, uomini, compagni, superiori, professori della cui statura morale avete goduto ammirando, ed ammirando con la infinita generosità della primavera. Quando risorgeranno alla memoria momenti felici, dolci esperimentazioni di vita liturgica, amabilità di trattenimenti, lepidezze innocenti, gioiosità di vittorie interiori, volti cari, affetti incoraggianti, allora sarà chiaro per voi il bene che avete avuto.

Quando troverete in voi stessi sedimenti antichi di sacra dottrina lucidamente certa, facilità di soluzioni nella direzione spirituale, soddisfazioni nel riconoscimento tributato da onesti superiori e non sarà spento il caldo di quella dolce famiglia di anime, allora avrete la nozione del seminario.

Quando foste in grado di ricordare che con la vostra pazienza generosa avete mantenuto con i compagni di studio anche fastidiosi una inalterata serenità sorridente; quando foste in grado di dire a voi stessi che non avete giudicato nessuno, non menomato la fama di nessuno raggiungendo un pieno controllo di voi; quando vi ritornasse alla mente quanto conforto avete dato a seminaristi pari vostri bisognosi di comprensione, sorreggendoli con la vostra limpida carità ed esercitando prima del sacerdozio le virtù necessarie al ministero, l'onda della gioia pacata e soddisfatta vi raggiungerebbe ad ogni ora della vita. E il seminario manterrebbe per voi i colori dell'alba.

Perché non avere ora una tale gioia? Perché permettere prevalga in questo momento della vostra primavera la nebbia portata dalle piccole noie quotidiane, dalle inevitabili differenze di gusti e di temperamenti, dagli insignificanti smacchi, sulla realtà di una vocazione divina, di una chiamata a cooperare con Dio, di una predestinazione alla salvezza altrui?

Un giorno il ricordo di questa casa paterna vi farà tenerezza; perché non permettere sia essa oggi la casa della gioia? Guardate oltre e vedrete giusto. Nella vita vi sarà utile vedere oltre!

Che la Santa Vergine vi conduca per mano, sempre!

Cardinale Giuseppe Siri