Il recente annuncio della FSSPX
che ci informa della decisione di procedere a nuove consacrazioni episcopali, mi ha portato a riflettere ancora sull’opera e la figura di Mons. Marcel François Lefebvre (1905-1991). C’è chi lo vede come un eretico scismatico; chi, con indifferenza, pensa che non ha portato nulla alla Chiesa e alla società; chi, invece, lo vede come un santo, un profeta.
La Chiesa istituzionale vorrebbe che la FIGURA e L’OPERA profetica di Mons. Lefebvre cadesse nell’oblio e non se ne parlasse più, tanto è ingombrante e accusatoria la sua eredità.
Oggi, se pensiamo ai profeti, vediamo delle figure bibliche annebbiate, irreali, mitiche, perse nella storia dell’umanità. La loro opera scandalosa è vista con gli occhi dell’ abitudine e ci perdiamo quel senso di stupore e scandalo che il loro dire e fare provocava ai loro contemporanei. Oggi per banalizzare il carisma profetico si vuole vederlo in persone perfettamente inserite nella società moderna che trovano nuovi mezzi, nuove parole per essere più in sintonia con il mondo, e fuori dagli schemi tradizionali e ortodossi della dottrina cattolica, cristiana.
Vediamo i profeti dell’antichità, ma anche le gesta eroiche di certi santi, come eventi straordinari e fuori dalla normalità della vita. Siamo portati a dire che agirono in tempi passati, che oggi le loro azioni non avrebbero senso: siamo un popolo adulto e viviamo in una società evoluta e civile dove tutti hanno i loro diritti, tutti agiscono in base alla loro libera coscienza. Viviamo nell’Occidente democratico, e la Chiesa medievale è un brutto ricordo, non c’è bisogno di quegli esempi troppo integralisti e anacronistici.
Ne siamo sicuri che non abbiamo più bisogno di profeti? Siamo sicuri che anche in questi tempi non ci siano stati profeti alla vecchia maniera?
Il profeta è un uomo che si mette contro tutto e tutti pur di annunciare ciò che Dio gli comanda. Non ha nemmeno paura di violare il comandamento divino o la prassi rituale del culto, perché è Dio a dargli questa deroga alla Santa Legge.
Esempio?
1 Re 18, 20-40. L’episodio biblico si svolge nel monte Carmelo, in cui Elia sfida i 450 profeti di Baal per dimostrare chi è il vero Dio e riportare il popolo alla vera Fede e ad abbandonare il sincretismo che si era diffuso tra il popolo.
Secondo la Legge (vedi in Deuteronomio), i sacrifici dovevano essere offerti esclusivamente nell'unico luogo scelto da Dio, ovvero il Tempio di Gerusalemme.
Allora, perché Elia sacrifica sul Monte Carmelo?
Anche se al tempo di Elia, molti studiosi sostengono che la legge sulla centralizzazione del sacrificio (il "Codice Deuteronomico") sia stata applicata con rigore solo più tardi, durante le riforme di re Ezechia e soprattutto di re Giosia (VII secolo a.C.) e l'uso di "alti luoghi" (bamot) o altari locali dedicati al Signore era ancora una pratica tollerata, specialmente se guidata da un profeta di Dio, rimane il fatto che il luogo per il culto stabilito da Dio era il Tempio di Gerusalemme.
Ma Elia vista l’emergenza, lo stato di necessità applica una deroga al comando divino di svolgere il culto esclusivamente a Gerusalemme.
Nella tradizione ebraica, si parla spesso di una disposizione temporanea (Horayat Sha'ah). In momenti di estrema crisi spirituale — come l'apostasia di massa verso Baal promossa da Acab e Gezabele — un profeta può agire oltre la lettera della Legge per salvarne lo spirito.
L'obiettivo di Elia non era stabilire un nuovo santuario, ma dimostrare l'esistenza dell'unico Dio.
Il miracolo del fuoco che scende dal cielo viene interpretato come la "firma" di Dio, che convalida l'operato del profeta e la deroga geografica per il luogo del sacrificio.
Elia compie, dunque, una deroga profetica per uno stato di emergenza. Così come fece Mons. Lefebvre, il quale non voleva creare una nuova Chiesa, ma salvare la tradizione liturgica e dottrinale della Chiesa di sempre.
Vediamo, ora, un altro caso e andiamo su Isaia 20.
Qui assistiamo ad un vero e proprio scandalo. Avete presente l’episodio? Forse nelle nuove traduzioni edulcorate, non si percepisce la gravità e lo scandalo provocato dal profeta Isaia.
Is. 20, 3 Il Signore poi disse: «Come il mio servo Isaia è andato spoglio e scalzo per tre anni, come segno e simbolo per l'Egitto e per l'Etiopia, 4 così il re di Assiria condurrà i prigionieri d'Egitto e i deportati dell'Etiopia, giovani e vecchi, spogli e scalzi e con le natiche scoperte, vergogna per l'Egitto.
Isaia per tre anni girava nudo per le strade, è scritto così, non seminudo come riporta qualche testo, nonostante che la Legge biblica lo vieta esplicitamente ed è molto rigorosa riguardo alla nudità: fin dall'episodio di Adamo ed Eva, la nudità è associata alla vergogna e al peccato, alla possessione diabolica e il Levitico prescrive regole strette per coprirsi, specialmente per i sacerdoti.
Nella Bibbia, i profeti non usano solo le parole, ma il proprio corpo come un simbolo vivente. Questo si chiama azione simbolica (oth).
Dio chiede a Isaia di sacrificare la propria dignità per un bene superiore: la sopravvivenza spirituale e politica del popolo.
Il profeta diventa un "segno di contraddizione". Per obbedire a Dio (l'autore della Legge), Isaia deve violare la decenza prevista dalla Legge stessa. Vedere un nobile consigliere del re come Isaia camminare nudo per le strade di Gerusalemme è un scandaloso paradosso, eppure Dio lo spinge a questo segno profetico.
Abbiamo visto Elia violare la legge sul culto per ribadire la fede nell’unico vero Dio, minacciata dal sincretismo. Ora vediamo Isaia violare il comando del pudore, per mettere in guardia il popolo e le istituzioni da una rovinosa alleanza politica, che porterà solo morte e distruzione.
Queste azioni, seppur scandalose sono convincenti e intelligenti, in quanto non si fermano al legalismo della legge, ma sono volte a far rispettare la volontà divina, ne osservano quindi lo spirito della legge, non la norma fine a se stessa.
I profeti non sono dei "senza legge", non sono anomici ἄνομος (anomos) ma sono "uomini dello Spirito" che richiamano il popolo al fatto che la Legge è stata data per servire Dio e la vita, non per diventare un idolo di carta.
I profeti agiscono secondo una scala di priorità. Se la norma formale (sacrificare solo a Gerusalemme) entra in conflitto con il primo comandamento ("Non avrai altro Dio all'infuori di me"), la fedeltà all'Unico Dio prevale sulla centralizzazione del culto.
Elia sacrifica sul Carmelo perché la sopravvivenza del monoteismo è più importante della geografia del tempio.
Isaia si denuda perché la salvezza del resto d'Israele è più importante della sua dignità sociale e del relativo comando.
I profeti agiscono contro ogni senso comune, contro ogni potere politico, contro ogni potere religioso, pur di obbedire a Dio.
L'uso del corpo o di azioni “illegali” serve a rompere l'ipocrisia del formalismo religioso. Anche il popolo spesso osserva i riti esterni (sacrifici, digiuni) mentre il cuore è lontano da Dio. Ricordiamo il richiamo di Dio alla retta intenzione di ogni azione:
"Misericordia io voglio e non sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti." (Osea 6,6)
Questo versetto, citato spesso anche da Gesù, riassume il concetto del messaggio profetico: la norma fine a se stessa è vuota se non produce una relazione autentica. La legge ha senso se serve Dio, ma se ci pieghiamo al legalismo, all’obbedienza gerarchica per allontanarci scientemente dal volere divino, tradiamo Dio stesso. L’obbedienza alla legge, alla gerarchia, diventa una beffa fatta a Dio. Idolatria. L’obbedienza fideista è condannata dalla Chiesa, proprio perché non è una obbedienza ragionata con la finalità di servire Dio, ma l’uomo di potere.
Mons. Lefebvre al pari di Isaia si è spogliato delle sue “vesti”, della sua dignità di vescovo della Chiesa cattolica per non tradire lo Spirito Santo e il mandato profetico affidatogli. Il simbolo espresso da Isaia, lo possiamo tradurre alla luce del gesto di Lefebvre, egli parla alla Chiesa e la avverte che rimarrà nuda, cioè senza dignità, se si allea con il mondo.
Oggi è lampante, chiaro e sotto gli occhi di tutti, quanto la Chiesa sia nuda, senza dignità, svergognata, deturpata da scandali e tradimenti, da cattive teologie.
Altri esempi di "disobbedienza profetica" li vediamo in Osea che sposa una prostituta (Gomer) azione vietata, a significare l'amore di Dio per un Israele "infedele" e idolatra.
In Ezechiele (Ez.4) Quando cuoce il pane usando escrementi come combustibile (azione vietata) a simboleggiare l'impurità rituale e la carestia che il popolo subirà in esilio.
Queste azioni non sono capricci, ma comunicazione estrema. Il profeta mette in gioco la propria reputazione e purezza legale per scuotere le coscienze.
È ciò che ha fatto Lefebvre come un grido disperato per richiamare le istituzioni della Chiesa ed avvertirle a cosa andavano incontro se perseveravano orgogliosamente in quella rivoluzione modernista.
Il vero Spirito Profetico, come quello di Lefebvre va contro il mondo e la chiesa per riportarlo a Dio.
Il falso Spirito Profetico che è adattamento al mondo, va contro la dottrina per compiacere il mondo come fu fatto da Paolo VI e i modernisti. In questo caso, non si sta seguendo lo Spirito Santo, ma lo Zeitgeist, lo spirito del tempo, il mondo.
Fu usato il falso “profetismo”, la "libertà" conciliare per eliminare ciò che è scomodo della fede, - il sacrificio, la coerenza morale, la croce - trasformando la religione in un servizio di benessere psicologico o sociale. La Chiesa come Istituzione "liquida", per non apparire legalista o "medievale", si trasforma in una ONG del “volemose-bbene” così l'istituzione perde la sua forza veramente profetica e dirompente. Non è più il "sale della terra", perché il sale è diventato insipido, non serve più a niente. Se non cura le ferite fetide e putride di una umanità in balia dei propri vizi, chiamando Male il male, a che serve la Chiesa?
I profeti come Elia o Isaia agivano in una dimensione verticale: la loro bussola era il Trascendente. Il cedimento attuale, profetizzato da Lefebvre, consiste nel fatto che la gerarchia ecclesiastica ha ruotato la bussola in senso orizzontale.
Conseguenza: La religione non è più una sfida che eleva l'uomo verso l'Assoluto, ma una consulenza sociologica che cerca di rendere il mondo un posto più confortevole. L'errore eclatante della chiesa è lo scambiare il "venire incontro all'uomo" (misericordia) con il "confermare l'uomo nei suoi errori" (compiacenza).
Il profeta, per definizione, è una figura scomoda che crea divisione per rivelare la verità. Oggi il valore supremo sembra essere il consenso o l'inclusività a ogni costo.
Mentre san Paolo affrontava sa Pietro a viso aperto per una questione di verità, (Galati 2, 11.14) oggi spesso si preferisce il silenzio diplomatico per evitare il conflitto mediatico. Se San Paolo usò troppa durezza con San Pietro, oggi si assiste al contrario, di troppa mollezza da parte dei cardinali, che dovrebbero essere quelle figure che, con rispetto, ma fermezza siano in grado di consigliare il pontefice e fermarlo nel caso dica o faccia errori che mettano la Chiesa in confusione.
Cardinali intenti a compiacere un papa per fare carriera, non è certo un bel esempio, un pontefice che ignora quei pochi che chiedono spiegazioni delle sue azioni e pronunciamenti, ponendogli dei formali “dubia” è un pessimo esempio.
Oggi in una società laicizzata, il rischio è quello di capovolgere il senso profetico della Chiesa con la scusa della libertà responsabile dell’uomo, si disobbedisce così alla norma divina nella sua essenza spirituale, per ingraziarsi il plauso del mondo. Questo hanno fatto i modernisti, (anti)papa compreso.
Accostare la figura di Mons. Marcel Lefebvre (1905-1991) agli antichi profeti significa leggere la sua "disobbedienza" non come una ribellione politica, ma come un atto di fedeltà a ciò che egli riteneva essere il deposito della fede immutabile.
1. La "Disobbedienza per Fedeltà"
Proprio come Elia sul Carmelo sentiva di dover violare la "norma politica" dei re d'Israele per salvare l'altare del vero Dio, Lefebvre sosteneva che la sua disobbedienza a Roma fosse necessaria per salvare il Sacerdozio e la Messa di sempre.
Il punto di rottura (1988), le consacrazioni episcopali di Écône senza mandato pontificio furono l'atto di rottura definitiva, ma necessario. Lefebvre le definì un "operazione sopravvivenza" (Opération Survie).
La Logica Profetica di questo gesto è simile a quella dei profeti biblici. Egli non intendeva creare una "nuova chiesa", ma credeva che l'istituzione ufficiale fosse entrata in uno stato di "apostasia silenziosa". In quest'ottica, il profeta deve disobbedire all'autorità terrena per obbedire alla Verità eterna. Non crea una nuova chiesa come gli eretici, ma custodisce la Chiesa.
Se la Chiesa aveva bisogno di una revisione, di certo non aveva bisogno di una rivoluzione. La critica di Lefebvre si concentrava simbolicamente anche sulla "Rivoluzione Liturgica" del 1969. Il Novus Ordo non era solo un cambio di lingua (dal latino alle lingue volgari), ma un indebolimento del senso del sacrificio a favore di un aspetto puramente "conviviale" e assembleare.
Lefebvre vedeva nell'ecumenismo e nella libertà religiosa del Concilio Vaticano II un cedimento allo spirito del mondo laicizzato, proprio quel processo di "orizzontalizzazione" che ha portato all’attuale crisi, sempre più profonda, vedendo l’attuale deriva sinodale.
Come non vedere oggi, la crisi di vocazioni, la confusione dottrinale e lo svuotamento delle chiese, come la realizzazione della profezia di Lefebvre?
Se il fine della religione è la salvezza delle anime, e i frutti attuali sembrano scarseggiare, la sua critica alla "modernizzazione" risulta corretta.
Nonostante la scomunica (poi revocata da Benedetto XVI per i vescovi della Fraternità San Pio X), molte delle sue preoccupazioni sono oggi al centro del dibattito interno alla Chiesa stessa, ed è paradossale che ci sia chi spinge per riforme ancora più spinte di quelle del concilio.
Il Profeta agisce per la conversione a Dio, oggi la chiesa agisce per compiacere il mondo, edulcorando la religione.
Il vero profeta rompe con il conformismo (lo Zeitgeist). Rompe con l'ipocrisia istituzionale. Rompe con l'idolatria dell'io. La conversione è fuoco, non acquetta cheta. Il profeta è scomodo perché incendia le coscienze, egli stesso va contro lo Zeitgeist, contro il potere qualsiasi esso sia, e anche contro il proprio io e i propri interessi. Che cosa ci ha guadagnato Lefebvre? Nulla, anzi, sofferenza e persecuzione, secondo il mondo, ma ha guadagnato il regno di Dio.
Sia che lo si consideri un "profeta della Tradizione" o un "vescovo ribelle", la sua figura rimane un segno di contraddizione. Il cedimento della Chiesa attuale è il risultato di quella "rivoluzione" conciliare, Lefebvre ha agito come una "sentinella" che ha gridato nel deserto mentre la città veniva occupata.
La crisi della Chiesa è profondissima, per risolverla ci vuole la volontà "politica" di risolvere il problema, il guaio è che le istituzioni cattoliche, non vedono la radice del problema, e sembrano riproporre come soluzione ciò che l'ha causata, cioè quell'apertura al mondo tanto magnificata nel concilio vaticano II.
Il circuito autoreferenziale di certo clero che insiste sull'errore sperando in un risultato diverso, e vuole riproporre ulteriore "apertura" non è una cura, ma un aggravamento della patologia, che si chiama sottomissione della Chiesa allo spirito del secolo.
Questa dinamica può essere analizzata attraverso tre punti che spiegano perché le istituzioni sembrano "cieche" davanti alla radice del problema:
1. L'ideologia del "Progresso Irreversibile"
La chiesa conciliare è rimasta prigioniera di un'idea di progresso lineare: l'idea che il mondo moderno sia in continua evoluzione positiva e che la Chiesa debba "rincorrere" per non restare esclusa.
L'illusione è pensare che se i banchi si svuotano sia perché non siamo abbastanza moderni. Mentre la realtà profetica è Elia che non cercò di rendere il culto a YHWH più simile a quello di Baal per attirare i giovani del suo tempo; fece l'esatto opposto, marcando una differenza abissale e "scandalosa".
2. Il "Complesso di Inferiorità" verso il Secolo
Il cedimento nasce da un senso di colpa storico. La Chiesa sembra scusarsi di esistere e di possedere la verità assoluta.
L'effetto che scaturisce da questo atteggiamento è una Chiesa che smette di essere "Luce delle nazioni" (Lumen Gentium paradosso) per diventare uno specchio delle nazioni. Se il mondo parla di diritti individuali, la Chiesa parla di diritti; se il mondo parla di ecologia, la Chiesa parla di ecologia. Se il mondo parla di gender, patriarcato, e amenità varie, la chiesa scimmiotta il mondo, usando le stesse tematiche, lo stesso linguaggio, perseguendo gli stessi obbiettivi.
Il risultato: Il mondo non ha bisogno di una "copia" di se stesso; ha bisogno di un'alternativa. Quando l'istituzione offre ciò che il mondo già offre (ma in modo meno efficiente), diventa irrilevante.
3. La "Soluzione" che alimenta il Problema
La chiesa ripropone la causa dei suoi mali come rimedio — si vede bene nelle proposte di riforme strutturali (più democrazia interna, abolizione del celibato, sdoganamento di morali secolari):
L'argomentazione istituzionale: "Dobbiamo abbattere le barriere per far entrare le persone".
L'effetto reale: Si abbattono i muri maestri e l'edificio crolla. Se togli il sacro, il mistero e la richiesta di una conversione radicale (la "porta stretta"), non stai aprendo la Chiesa, la stai sciogliendo nel mondo.
Succede come ai tempi di Sant'Atanasio (che fu scomunicato e perseguitato per aver difeso la divinità di Cristo contro tutti, mentre la maggioranza dei vescovi era ariana), la Verità può trovarsi custodita in una minoranza "disobbediente" alle gerarchie del momento ma obbediente alla Tradizione di sempre, obbediente a Dio.
Oggi, manca la volontà "politica" di risolvere il problema, manca perché richiederebbe un atto di umiltà immenso: ammettere che l'esperimento dell'apertura incondizionata al mondo del concilio ha fallito.
Questa crisi funge da "setaccio": separa chi cerca un'istituzione sociale da chi cerca Dio. Chi vuole conformare Dio al mondo, da chi si vuole convertire a Dio. Il concilio vaticano II ha sposato una visione storica che non è biblica, una visione del mondo sempre in progresso lineare e inarrestabile che proviene dall’illuminismo e dal positivismo ottocentesco.
Quando l'istituzione ecclesiastica ha fatto propria questa visione, ha smesso di guardare al mondo come a un "campo di battaglia spirituale" (dove bene e male crescono insieme fino alla mietitura) e ha iniziato a guardarlo come a un maestro di civiltà a cui allinearsi.
Ecco le tre conseguenze fatali di questo "inseguimento":
1. La Chiesa come "Ritardataria" cronica
Se accetti l'idea che il mondo stia procedendo verso un "meglio" definito dai valori secolari (diritti civili soggettivi, tecnocrazia, relativismo), la Chiesa apparirà sempre come un'istituzione "in ritardo di 200 anni" (come disse il cardinale Martini), con il risultato di avere una Chiesa che cerca affannosamente di farsi accettare dalla modernità stessa, chiedendo scusa per il suo bagaglio dogmatico.
Il termine Aggiornamento, cuore del Vaticano II, tanto abusato è stato tradotto come "Adeguamento". Volevano rendere il messaggio di sempre comprensibile all'uomo di oggi (senza cambiare il messaggio), hanno finito per cambiare il messaggio evangelico affinché non offenda l'uomo di oggi.
È qui che si innesta la critica di Lefebvre: se la liturgia e il dogma devono essere "aggiornati" secondo i gusti di un mondo che cambia ogni dieci anni, la Chiesa perde la sua funzione di àncora e diventa una boa che fluttua a seconda delle maree, e si perde la visione Escatologica, una barca sballottata da ogni vento mondano.
I profeti biblici sapevano che la storia non è un progresso lineare, ma è orientata verso il Giudizio.
· La visione dei padri: La Chiesa è l'Arca che salva dal diluvio del mondo.
· La visione post-conciliare criticata: La Chiesa è un cantiere che aiuta il mondo a costruire la sua utopia terrena.
· In questo spostamento, la salvezza dell'anima (la dimensione verticale) viene sacrificata per la "promozione umana" (la dimensione orizzontale).
Il guaio è che certo clero non vede che proprio questo "rincorrere il mondo" è la causa della loro emorragia. Un giovane non entra in una Chiesa per trovarci lo stesso dibattito politico che trova sui social o la stessa musica che ascolta in discoteca; ci entra perché cerca l'Assoluto, ciò che non cambia, ciò che sfida il tempo.
Quando l'istituzione toglie il sacro per essere "vicina", di fatto si allontana dalla sua missione unica. In questo senso, la "disobbedienza" di chi resta fedele al rito antico o al dogma fermo è l'unica vera forma di resistenza politica al nichilismo moderno.
Il progresso lineare e inarrestabile non è di origine biblica, ma deriva dall'Illuminismo e dal Positivismo ottocentesco, si può affermare che sia un concetto Hegeliano.
Se l'Illuminismo ha fornito la fiducia nel progresso tecnico e il Positivismo quella nel progresso scientifico, è Georg Wilhelm Friedrich Hegel ad aver fornito la struttura metafisica a questa idea, trasformandola in una vera e propria "teologia laicizzata".
Affermare che la deriva attuale della Chiesa abbia una matrice hegeliana è corretto per tre ragioni fondamentali:
1. La Storia come "Dio che si realizza"
Per Hegel, la storia non è un insieme di eventi casuali o un campo di battaglia tra il bene e il male (visione spirituale), ma è lo sviluppo dello Spirito Assoluto (Weltgeist).
Per loro ciò che accade nella storia è necessario e "giusto" perché rappresenta una tappa dell'evoluzione della Ragione.
Molti teologi progressisti hanno adottato questa visione, pensando che i cambiamenti sociali (anche quelli contrari al dogma) siano "segni dei tempi" attraverso cui lo Spirito parla. In pratica, si finisce per adorare la Storia al posto di Dio.
2. Il superamento dialettico (Sintesi)
La celebre triade Tesi-Antitesi-Sintesi è lo strumento con cui Hegel spiega il progresso.
L'errore teologico è questo: Nella visione tradizionale, la Verità è immutabile (Tesi). Per un hegeliano (anche inconscio), la Verità deve scontrarsi con il mondo moderno (Antitesi) per generare una "nuova verità" (Sintesi).
Questo giustifica la rivoluzione liturgica e dottrinale. Non si tratta più di conservare il deposito della fede, ma di "evolverlo". Se la Chiesa di ieri diceva A e il mondo di oggi dice B, la Chiesa di domani deve dire C. Ma in teologia, questo significa che A non era la Verità assoluta.
3. "Il reale è razionale"
Il celebre aforisma di Hegel giustifica l'adeguamento al presente. Se il mondo moderno è strutturato in un certo modo, la Chiesa deve adeguarvisi, perché il presente è l'ultima e più perfetta manifestazione dello Spirito.
Il contrasto con i Profeti, per esempio Elia e Isaia, gridavano contro il "reale" del loro tempo in nome di una Verità trascendente. Il pensiero hegeliano, invece, spinge le istituzioni a canonizzare il presente.
Il "Veleno" nell'Istituzione chiesa, che usa come rimedio ciò che l'ha malata — è tipicamente hegeliano. Se credi che la storia sia guidata dallo Spirito verso il meglio, non potrai mai ammettere di aver sbagliato strada 60 anni fa. Ammettere l'errore del Vaticano II, nell'interpretazione della rottura, ma anche nell’interpretazione della continuità, significherebbe per molti ammettere che la Storia può fallire, il che distruggerebbe l'intera impalcatura mentale del cattolicesimo liberale.
Mons. Lefebvre, rifiutando la dialettica hegeliana, si è posto fuori dal "flusso della storia" per restare nella "stabilità dell'eterno".
Quando la Chiesa smette di essere "segno di contraddizione" per diventare "motore di progresso", smette di essere la Chiesa di Cristo e diventa una filiale della filosofia tedesca dell'Ottocento.
Ormai questa "ubriacatura hegeliana" (l'idea che il nuovo sia sempre meglio del vecchio) è così radicata nel clero da rendere impossibile un ritorno alla sana metafisica tomista e tradizionale.
1. La critica di Augusto Del Noce
Il filosofo Augusto Del Noce (uno dei più grandi critici della modernità) ha parlato spesso del "suicidio della rivoluzione" e della penetrazione del pensiero di Hegel nel cattolicesimo. Egli spiegava come la Chiesa, nel tentativo di dialogare con il marxismo (che è figlio di Hegel), fosse rimasta "inebriata" dalla dialettica, finendo per sostituire la Trascendenza con la Storia. Cornelio Fabro, in particolare, è stato il gigante che ha smascherato l'incompatibilità tra il tomismo (metafisica dell'essere) e l'hegelismo (metafisica del divenire).
Come un ubriaco non vede più la realtà oggettiva ma una visione distorta e in movimento, così il teologo "hegelizzato" non vede più il dogma fermo, ma tutto in continua evoluzione.
Søren Kierkegaard fu il primo a scagliarsi contro l' "ebbrezza" del sistema hegeliano. Egli derideva i professori di Copenaghen che costruivano "castelli filosofici" (il Sistema) mentre vivevano in "baracche" (la realtà quotidiana), dimenticando l'individuo davanti a Dio.
L'effetto dell'alcol (Hegel): Ti fa credere di essere onnipotente e che tutto ciò che accade sia parte di un piano superiore "necessario".
Il risveglio (La realtà): Ci si ritrova con le chiese vuote, la perdita dell'identità e la dissoluzione del sacro.
I padri conciliari o i periti teologici che, tra gli anni '60 e '70, erano convinti che la Chiesa sarebbe rinata fondendosi con le istanze del mondo, con quell'ottimismo euforico (tipico dell'ebbrezza) ha impedito loro di vedere i pericoli che Lefebvre e altri stavano segnalando.
Per un'istituzione che fonda la sua autorità sulla continuità e sull'assistenza dello Spirito Santo, ammettere un errore di tale portata non è solo un atto burocratico, ma un vero trauma d'identità. Ecco perché preferiscono continuare a "bere", a ubriacarsi (proseguire con le riforme, la sinodalità esasperata, l'adeguamento al mondo) piuttosto che affrontare il dolore del risveglio, con il gran mal di testa che segue ad una colossale sbronza.
Ammettere che Lefebvre avesse ragione sulla "protestantizzazione" della Messa o sulla perdita del sacro significherebbe invalidare le carriere di migliaia di teologi, vescovi e intellettuali che hanno costruito la loro intera vita sulla "Nuova Primavera" della Chiesa. Affrontare il mal di testa post sbronza significa auto-sconfessarsi. Preferiscono la lenta decadenza alla brusca ammissione di colpa.
C'è la paura che, tornando alla "porta stretta" del Vangelo e della Tradizione, anziché seguire il mondo la Chiesa si riduca a una piccola minoranza insignificante agli occhi dei media e della politica. Tuttavia, come abbiamo visto con i Profeti, Dio ha sempre lavorato con il "piccolo resto" (che NON è quello di minutella!)
3. La trappola della coerenza hegeliana
Come dicevamo, se sei convinto che la Storia sia Dio, non puoi tornare indietro. Tornare alla Tradizione sarebbe, per un hegeliano, un "regresso" inammissibile. Quindi si va avanti, anche se la strada porta al precipizio, chiamando il precipizio "nuovo orizzonte".
La soluzione profetica: Il "Grande Digiuno"
Per guarire da un'ubriacatura, la medicina è il digiuno e il silenzio. I profeti venivano dal deserto. Forse la Chiesa non guarirà finché non finirà la scorta di "cocktail ideologici" e si ritroverà nel deserto, costretta a riscoprire che l'unica cosa che conta non è essere "rilevanti" per il mondo, ma essere fedeli all'Eterno.
In fondo, la posizione di Mons. Lefebvre è stata quella di chi ha iniziato il "detox" in anticipo, accettando di soffrire il mal di testa della solitudine e della scomunica per mantenere la lucidità della fede.
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"L'errore teologico è questo: Nella visione tradizionale, la Verità è immutabile (Tesi). Per un hegeliano (anche inconscio), la Verità deve scontrarsi con il mondo moderno (Antitesi) per generare una "nuova verità" (Sintesi)." ------------- Sì, quanto è drammaticamente sfuggito alla maggioranza degli ecclesiastici e dei laici che li hanno seguiti è che la MEDESIMA TRADIZIONE indica l'IDENTICA esperienza che i Cristiani lungo i secoli fanno di Cristo PRESENTE nella Chiesa. La "nuova sintesi", dunque, non si pone mai sui contenuti della tradizione (come invece è stato) ma su una modalità di presentarli che tiene conto di differenti epoche e luoghi. La teologia fa il suo sforzo solo in questo senso ma, nelle sostanze, è e deve essere estremamente conservativa. Il fatto che non lo sia stata indica almeno un indifferentismo pratico riguardo all'esperienza di Cristo se non un disperato ateismo.