alda luisa corsini

Due brocche a forma di piede accanto alla ragazza del VI secolo che aveva subito una doppia amputazione

Un paio di caraffe dalla forma di scarpe sono state trovate presso la sepoltura di una ragazza del IV secolo, che aveva subìto l'amputazione di entrambi i piedi.

Cosa sono? Due brocche a forma di piede accanto …

La ragazza con i piedi di ceramica emerge dal terreno come una figura sospesa tra corpo e simbolo. Non camminava più, e tuttavia qualcuno le restituì, nel gesto funerario, una forma di integrità. Nella tomba 140 di Pleidelsheim, nella Germania sud-occidentale, recipienti modellati a forma di scarpa furono deposti accanto alle estremità mancanti delle gambe.

Erano protesi, strumenti funzionali? Non è possibile escluderlo del tutto, ma a giudizio di uno studio appena uscito, la reintegrazione avrebbe potuto avere anche un carattere simbolico. Erano sostituti, segni tangibili di una corporeità ricostruita attraverso la materia. In quel gesto si concentra una concezione medievale profonda: il corpo non è solo anatomia, ma esperienza sensoriale, costruzione sociale, identità.

La ragazza fu inumata nel grande sepolcreto alamanno-franco di Pleidelsheim, nel Baden-Württemberg, indagato sistematicamente nel corso del XX secolo e pubblicato in modo organico da Ute Koch. Si tratta di un tipico Reihengräberfeld, cioè un cimitero a file ordinatamente disposte, databile tra VI e VII secolo d.C., che documenta una comunità dell’Europa merovingia in fase di strutturazione sociale. I Merovingi erano la dinastia franca che dominò la Gallia dal V al VIII secolo.

Originari dei territori tra Reno e Mosa, consolidarono il potere unendo popolazioni germaniche e residui della Gallia romana, adottandone in parte l’amministrazione e il cristianesimo. Mantenevano contatti con i mondi nordici attraverso scambi commerciali, matrimoni e alleanze militari, integrando culture germaniche e tradizioni romane. Il loro regno funge da ponte tra l’antichità tardiva e l’Europa medievale.


I due contenitori ceramici, che abbiamo inscritto in un cerchio

La tomba 140 si colloca cronologicamente nella seconda metà del VI secolo e rientra nel gruppo delle sepolture femminili. Il rito è quello dell’inumazione in fossa semplice, senza strutture monumentali evidenti, orientata secondo lo schema prevalente del campo funerario. Il corpo era deposto supino, con un corredo relativamente contenuto, coerente con un livello sociale intermedio all’interno della comunità.

Dal punto di vista antropologico, lo scheletro appartiene a una giovane adulta (18–20 anni). L’elemento più rilevante è la mancanza bilaterale dei piedi, associata alla perdita della porzione distale della tibia sinistra. Le superfici ossee non mostrano con certezza segni diagnostici univoci: ciò ha lasciato aperta la discussione tra amputazione traumatica, infezione o evento perimortem. In ogni caso, non si tratta di una deformazione congenita, ma di una perdita acquisita.

È proprio estrapolando questa scena che avviamo una riflessione sul recente studio pubblicato su Antiquity da Matthias Friedrich, dedicato all’archeologia dei regimi sensoriali nell’Europa medievale e della prima età moderna (2026). Il contributo rappresenta uno dei tentativi più sistematici di spostare l’attenzione dalla semplice classificazione degli oggetti alla loro capacità di strutturare percezioni, gerarchie e rapporti di potere.

Il punto di partenza è una constatazione metodologica: l’archeologia medievale europea ha a lungo trascurato il ruolo dei sensi. Se la storiografia artistica e letteraria aveva già indagato la dimensione sensoriale – soprattutto attraverso la lente aristotelica dei cinque sensi – l’archeologia si era concentrata prevalentemente su aspetti tipologici e funzionali. Friedrich propone invece di leggere la cultura materiale come un dispositivo attivo, capace di regolare, indirizzare o persino imporre modalità di percezione.

Il concetto chiave è quello di regime sensoriale. Non si tratta semplicemente di descrivere come una società percepisce il mondo, ma di comprendere come tale percezione venga normata e utilizzata all’interno di sistemi di potere. Il termine “regime” non è neutro: implica controllo, autorità, gerarchia. Applicato ai sensi, esso consente di analizzare come vista, udito, tatto, gusto e olfatto siano disciplinati e resi funzionali a strutture religiose, politiche e sociali.

La ragazza di Pleidelsheim diventa allora un caso emblematico. I suoi “piedi” di ceramica fungevano, secondo l’autore, da strumenti simbolici per ristabilire un ordine sensoriale del corpo. Nel Medioevo, la perdita di una parte del corpo implicava non solo una menomazione fisica, ma una frattura nell’identità morale e sociale. Chi aveva menomazioni o deformazioni, spesso era considerato un “segnato da Dio”, dal quale bisognava stare lontani. Restituire, anche solo simbolicamente, l’integrità corporea significava reinserire l’individuo in un sistema di valori condivisi. La percezione del corpo – e dunque la sua legittimità sociale – passava attraverso la materia.

Questa prospettiva si amplia attraverso altri casi analizzati nello studio. Le cosiddette brocche rompicapo medievali, come quella rinvenuta a Exeter, non erano semplici oggetti ludici. Decorate con immagini ambigue e talvolta irriverenti, coinvolgevano simultaneamente vista, tatto e gusto, mettendo in discussione – anche in chiave ironica – i regimi religiosi dominanti. Bere da queste brocche significava partecipare a un’esperienza multisensoriale complessa, che poteva trasformarsi in critica sociale e in dispositivo di dissenso.

Analogamente, le stufe in maiolica delle case tardo-medievali non erano soltanto dispositivi di riscaldamento. Le piastrelle decorate, spesso con immagini religiose o satiriche, creavano ambienti multisensoriali in cui il calore, la visione e la socialità si intrecciavano. In epoca di Riforma, queste superfici diventano veri e propri strumenti di propaganda, capaci di orientare percezioni e appartenenze religiose. Il calore stesso, elemento apparentemente neutro, diventa parte di un ambiente sensoriale controllato.

Un altro ambito significativo è quello delle protesi e degli strumenti ottici. Gli occhiali, inventati nell’Italia settentrionale nel XIII secolo, non solo correggevano la vista, ma assumevano un valore morale. Permettevano la lettura dei testi sacri, facilitando una forma di “visione doppia”: fisica e spirituale. Anche in questo caso, la tecnologia interviene sul corpo per adeguarlo a un regime sensoriale che è insieme cognitivo e religioso, rafforzando un’idea di conoscenza mediata dai sensi.

La dimensione sensoriale citata dallo studiosi emerge con particolare forza anche negli spazi urbani. Il quartiere ebraico della Vienna medievale, ad esempio, non era delimitato da mura continue, ma da una serie di barriere parziali e porte che regolavano accessi, suoni, visibilità. La separazione tra comunità cristiana ed ebraica non era solo spaziale, ma sensoriale: vedere, udire o attraversare determinati luoghi diventava un atto regolato, carico di implicazioni politiche e religiose. In questo senso, l’urbanistica stessa si configura come un dispositivo di controllo percettivo.

L’originalità dello studio di Matthias Friedrich risiede proprio in questa capacità di intrecciare teoria e dati archeologici. Attribuendo alla cultura materiale un ruolo attivo, egli mostra come gli oggetti siano agenti che contribuiscono a costruire l’esperienza del mondo. I sensi, lungi dall’essere universali e immutabili, risultano storicamente situati e socialmente regolati.
In questa prospettiva, anche i più minuti reperti – una brocca, una piastrella, un paio di occhiali, due vasi a forma di scarpa – acquisiscono una nuova densità interpretativa.

Riferimento bibliografico
Friedrich, Matthias, Archaeology and sensory regimes in medieval and early modern Europe, Antiquity, First View, 2026, pp. 1–20.

DOI: Archaeology and sensory regimes in medieval and …
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