Clicks227
Fatima.

L'autenticità del PENTATEUCO

L'autenticità del PENTATEUCO [1]

P. Georges Habra
Estratto da CEP n°7/8

Riassunto
: La teoria "documentaria", oggi dominante, suppone che la Bibbia è stata compilata e ricomposta tardivamente, dopo la deportazione dei giudei a Babilonia. La scrittura "ebraica" in lettere quadrate ne darebbe la prova, poiché questi caratteri sono caldèi. Padre Habra mostra che tutte queste obiezioni mosse contro l'autenticità del Pentateuco, procedono da un pregiudizio, e lo mostra per analogia con l'autenticità di una composizione musicale. L'archeologia conferma del resto l'antichità del testo mosaico.

- "Sapete chi ha composto l' Eroica?"
- "Certamente! Beethoven, nel 1803 !"
- "O ingenuo! Se questo Beethoven è veramente esistito (giacché non è certo), egli ne ha fatto, forse, un'infima parte, benché gli eruditi siano ben lontani dall'accordarsi per decidere quale esattamente. Il vero autore è un musicista anonimo e mediocre che noi chiameremo l'editore, quello che ha fatto comparire questa sinfonia nella sua forma attuale, all'inizio del nostro secolo, a cui è riuscita la prodezza, a forza di plagi, di attribuirla a un genio quale Beethoven, a meno che non abbia, l'infame, puramente e semplicemente inventato Beethoven (è un'ipotesi, in ogni caso, che non si può scartare del tutto).
Giacché, vediamo: i due formidabili accordi dell'inizio, rappresentanti da soli un'introduzione a parte intera, sono di Haydn. Il famoso tema eroico che segue, è stato rubato a Mozart. Per corroborare la nostra affermazione, d'altronde, vedete se questo tema non rassomoglia, appunto, a quello dell'entrata di "Bastien e Bastienne" di Mozart. Poi l'esposizione, con i suoi lunghi crescendo e decrescendo così tipici di un Rossini, è certamente stata concepita da lui!
E lo sviluppo che seguirà, con i suoi lunghi accordi sugli ottoni, è certamente l'opera di Richard Wagner. Primo momento di calma dopo questa esplosione di energia, e il secondo tema lirico con l'ineguagliabile calore sul contrappunto dei violoncelli, è di Brahms; e così via fino alla fine del primo movimento, che sarà di nuovo allacciato da Haydn sui due stessi accordi dell'inizio.
Il secondo movimento è intitolato "Marcia Funebre"? Non si scappa! É Chopin, grande specialista di questa forma, che ha concepito il tema musicale. Più oltre, la lunga fuga, che esprimerà tutta la tristezza universale, è Bach. É una fuga, dunque è Bach! C.Q.F.D.
Passiamo su ciò che segue, che dev'essere pieno di interpolazioni di questo inqualificabile editore (che noi chiameremo, visto che non lo conosciamo, E), che del resto ha infettato tutta la sinfonia con le sue soppressioni, glosse, alterazioni, ripetizioni... Giacché solo gli imbecilli vedono in questa sinfonia un capolavoro dello spirito umano, di una prodigiosa bellezza e unità: uno studio più attento mostrerà chiaramente tutte le incoerenze di questo editore poco ispirato che, malgrado i suoi progressi nell'arte del plagio, non riesce a cammuffare i suoi rabberciamenti e le sue contraddizioni.
Veniamo all'ultimo movimento. Qui, c' è una cavalcata sicuramente scritta da Von Suppè, celebre protagonista della cosa. Meyerbeer ha senza dubbio composto la parte ardente-maestosa che segue (ah! quei corni!). E il sublime passaggio in cui si vuol farci credere che Beethoven ricorda l'essere mortale (lungo dialogo incrociato, tra i violini e i corni, precedenti l'esplosione finale), chi, credete, l'abbia scritto? (Domanda da 1000 dollari) Risposta: "Albinoni il melanconico"... Avete vinto...
-----------
- "Che le prende?.. mi direte. Promettete di parlare del Pentateuco, ed eccovi imbarcato su Beethoven!"
-"Ma sì, è del Pentateuco che io parlo. Giacché quel che ho immaginato sulla Sinfonia Eroica, e che è talmente assurdo che non può che provocare l'ilarità generale e delle risate inestinguibili, è bel bello arrivato; è un'immagine, ben al di qua della realtà, delle elucubrazioni degli esegeti moderni dell'ultimo secolo sul Pentateuco (e, in certa misura, su ben altri libri della Scrittura).
In effetti la realtà, di cui quest'immagine non è che l'ombra, è molto più ricca.
Ecco, molto schematicamente, la teoria di Graf-Wellhausen (dal nome dei 2 personaggi che l'hanno inventata e collaudata), che riunisce la grande maggioranza degli esegeti moderni. Ma se dico "riunisce", non bisogna credere che siano tutti d'accordo su tutti i punti della teoria: non c'è un solo punto, un solo passaggio della Scrittura, sui quali i partigiani della teoria non divergano, ognuno ritenendo la propria opinione "scientifica", di modo che vi è una quantità infinita di tesi "scientifiche" che si neutralizzano l'un l'altra e si scontrano con gran fracasso. Non solo, ma la teoria stessa, come ha spazzato via quelle che l'hanno preceduta, pur se "scientifiche", sarà un giorno inevitabilmente spazzata via da un'altra (ci sono già dei segni che l'annunciano): è questione di tempo.
Secondo questa teoria dunque, il Pentateuco, cioè i primi 5 libri della Bibbia (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio), attribuiti unanimemente, per questi libri e per tutta la Scrittura e la tradizione, a Mosè, non sono l'opera di Mosè, ma un'opera eteroclita, i cui multipli motivi sono stati composti, ciascuno separatamente, da un autore, o un gruppo di autori differenti, in ogni caso anonimi (l'esegesi moderna non ne ha mai potuto nominare nessuno, salvo ipoteticamente), molti secoli, talvolta anche un millennio, dopo il preteso Mosè.
Uno di questi autori, gli esegeti lo chiamano nel loro gergo "lo Jahwista" o "Jéhovista" (designato dalla sigla J), perché egli designerebbe Dio sistematicamente con la parola "Iahvé" o "Jéhovah", s arebbe di Giuda, e vissuto nella prima metà del 9° secolo a.C.
Un secondo, essi lo chiamano l' "Elohista" (sigla E), perché impiegherebbe sistematicamente la parola "Elohim" per designare Dio. Sarebbe del regno del Nord, dell'ottavo secolo a.C.
Un terzo, chiamato il "Deuteronomista" (sigla D), avrebbe composto il Deuteronomio al tempo di Josia (622 a.C.).
Un quarto, designato dalla sigla P (dal tedesco "Priestercodex"), a cui si attribuisce il preteso Codice Sacerdotale, di spirito disperatamente legalista e genealogista, sarebbe forse Esdra, in ogni caso un autore che è vissuto dopo l'esilio (5° secolo a.C).
É nell'ambiente di P che è esistito il famoso scriba che avrebbe dato al Pentateuco la sua forma definitiva, quella che noi conosciamo. Questo scriba è un curioso amalgama di puntiglioso rigore, rabbinico, e di lassismo, d'improbità sfrontata. Talvolta, in effetti, egli copia servilmente, anche quando non ci capisce niente, i documenti summenzionati, e talaltra si permette delle libertà veramente eccessive: interpola, sintetizza, interpreta, deforma, raggrinza, ma è talmente stupido e maldestro che si tradisce sovente e non arriva a mascherare le contraddizioni più flagranti. Questo scriba ripugnante, disonesto, imbecille, urta particolarmente gli esegeti moderni, noti per la loro probità intellettuale e la loro intelligenza brillante... Ogni volta che l'analisi di questi esegeti non trova ostacolo, significa che egli ha copiato bene le sue sorgenti; ma appena cade in qualche intoppo, la colpa è dello scriba.
Con la teoria che abbiamo qui esposto, la sfida è lanciata, nessun compromesso è possibile. O, come dice l'ineffabile Julius Wellhausen, "il periodo più recente, nelle sue caratteristiche interne ed esterne, si è inconsciamente proiettato nell'antichità dai capelli bianchi e vi si riflette come un'immagine glorificata[2]", oppure i sostenitori di simili teorie sono... i più prodigiosi paranoici mai esistiti! Il seguito della nostra investigazione dovrà deciderlo.
Una regola fondamentale contro la quale pecca questa teoria, così come la farsa che abbiamo inventato sulla "Sinfonia Eroica", è che qualsiasi opera di genio, in qualsiasi campo, dal momento che è impregnata di genio è forzatamente marcata dal sigillo dell'unità. Allorché si presume l'esistenza di più autori nella sua genesi, si è sulla via di attribuirle una certa cacofonia, e, dunque, di toglierle le caratteristiche di bellezza e di unità che sono essenziali ad ogni opera di genio.
Ciò è talmente vero, che S. Atanasio dimostra l'esistenza di un solo Dio per l'armonia che si dispiega nella creazione: "Vedendo nel corpo l'armonia delle membra, dice, cioè che l'occhio non è in conflitto con l'udito, la mano non è in dissenso con il piede, ma ciascun membro compie la sua funzione senza sedizione, noi comprendiamo da ciò che vi è necessariamente un'anima nel corpo, di cui essa dirige le membra, benché noi non la vediamo.
Similmente, nell'ordine e nell'armonia del tutto, si pensa necessariamente a Dio che regge tutto; e a un Dio solo, non a molti. E l'ordine stesso dell'organizzazione di tutte le cose, così come la loro armonia nella concordia, mostra che vi è un solo logos, e non vari, che regge e governa questa armonia. Giacché, se ve ne fossero molti per governare la creazione, un tale ordine in tutte le cose non sarebbe mantenuto, ma sarebbero al contrario in uno stato di disordine; a causa del numero (di chi comanda), ciascuno trarrebbe tutte le cose secondo la sua volontà lottando contro gli altri... Similmente a colui che sente da lontano una lira composta da corde multiple e differenti, e ammira l'armonia del loro accordo -cioè che la corda grave non produce da sola il suo suono, nè l'acuta da sola, nè la mediana da sola, ma tutte risuonano all'unisono in un equilibrio stabile- e conclude da ciò che la lira forzatamente non si muove da sola, che non è suonata da molti, ma che vi è un solo musicista (anche se non lo vede) che con la sua scienza tempera il suono di ciasuna corda secondo un accordo armonioso, così ne consegue che vi è un solo governatore e re di tutta la creazione[3]".

Gli esegeti moderni non ci chiedono solo di credere che vari autori hanno collaborato, a una stessa data, per produrre un capolavoro, ma, quel che è peggio, che essi l'hanno prodotto progressivamente in epoche separate da intervalli di vari secoli! É come chiederci di credere che "Santa Cecilia" non è stata dipinta da Raffaello, ma da un pittore anonimo del 20° secolo, che ha preso il drappeggio dell'abito a Michelangelo, lo sguardo al cielo a Ingres, la mano sinistra a Modigliani, la destra a Vermeer, ecc., non senza farvi egli stesso dei ritocchi di dubbio gusto!
-"Ma infine, potreste replicarmi, i musicisti che suonano la Sinfonia Eroica non coopoerano tutti a produrre lo stesso capolavoro, e non si pensa oggi che Fidia si è fatto aiutare da altri nelle sculture del Partenone?"
Innanzitutto, non è certo che Fidia si sia fatto aiutare da chicchessia in quelle sculture, giacché, se Lisippo ha potuto produrre da solo migliaia di sculture, perché Fidia non poteva produrne centinaia? Ma anche se si fosse fatto aiutare, sarebbe certamente stato in una maniera strumentale e subalterna, come quando un muratore dà i primi colpi di martello a un blocco di pietra per prepararlo ad essere scolpito. E per l'orchestra, chi non vede che i musicisti vi cooperano in una maniera puramente strumentale, e che non hanno alcun merito nella concezione della sinfonia? Essi giocano esattamente lo stesso ruolo di uno scriba che copia l'Odissea su una pergamena.
É d'altronde un fatto di esperienza: mostratemi, in questi ultimi 3 o 4 secoli, un solo capolavoro -in letteratura, scultura, architettura, pittura, ecc.- che sia stato composto da molti. Ma che dico! in questi ultimi secoli? anche nei millenni: non ne troverete nessuno. Ed è proprio perché non ne troverete nessuno là dove noi siamo sufficientemente documentati che, per sostenere la vostra tesi, andate a cercare altrove i vostri esempi. Ma se nessun capolavoro è stato composto da più autori nelle epoche che noi conosciamo bene, sarà lo stesso per le epoche che non conosciamo affatto, e a maggior ragione quando il capolavoro è del calibro dell'Iliade. "Fino al presente non si è ancora visto, dice La Bruyère, un capolavoro intellettuale che sia l'opera di molti: Omero ha fatto l'Iliade, Virgilio l'Eneide, Tito Livio le sue Decadi, e l'Oratore romano i suoi Discorsi[4]".
Ora, se il Pentateuco non è un capolavoro, io non vedo cosa potrebbe esserlo. Cos'è il marchio esterno di un capolavoro, se non il fatto che è immortale, che attraversa i secoli e i millenni restando sempre vivo, che è letto dai popoli più diversi e lontani nel tempo, nella mentalità e nello spazio, che è una sorgente potente e feconda di idee e di civiltà?
Paul de Koch può, nel 19° secolo, essere letto per 10 anni più di questo o quel capolavoro: ma ciò non durerà, giacché la posterità è inesorabile, essa distingue immediatamente che la causa del suo successo non aveva alcun rapporto con il valore intrinseco dell'opera, il quale è nullo. Ma il capolavoro è, presto o tardi, vendicato.
Qui, i leitmotivs sono la caduta dell'uomo e gli sforzi instancabili di Dio per salvarlo malgrado l'ostinazione dell'uomo a resistergli. Come nella sinfonia beethoveniana, questi leitmotivs formano la trama di tutta l'opera, si trasformano uno nell'altro, zigzagano, esplodono, si metamorfizzano, ma sempre riconoscibili, talvolta indomabili, talvolta tragici e funebri, per esplodere nella gioia e nel trionfo.
Se dunque noi non ci accontentiamo di essere degli spettatori esterni -il che è la funzione dell'analisi- ma entriamo, con l'intuizione, nell'opera, identificandoci il più possibile con il suo lampo creatore, sposandola in tutta la sua potenza e le sue sinuosità, non astrattamente, lo ripeto, ma concretamente, con tutte le potenze del nostro essere, allora, se è un capolavoro, tutto è armonia, le anomalie e contraddizioni apparenti non saranno più delle anomalie e delle contraddizioni, ma dei rilievi legati da una profonda unità.
Se, per contro, noi soffriamo di penuria di intuizioni, allora tutto ci sarà oscuro, mal costruito, mal legato, dissonante, incoerente (si veda la maniera in cui Voltaire ha interpretato Pascal nelle sue "Lettere Inglesi"), e un elefante in un magazzino di fini porcellane farà meno danni di noi.
"Sarebbe un affare semplice, dice Oswald T. Allis (uno dei rari esegeti moderni a sostenere coraggiosamente l'autenticità mosaica del Pentateuco, e lo ha fatto fino al titolo del suo libro), rompere un globo di cristallo in mille frammenti e poi riempire un volume di una descrizione elaborata e di una discussione delle differenze sensibili tra i frammenti così ottenuti, e sostenere che questi frammenti devono provenire tutti da globi differenti. La sola confutazione concludente sarebbe il dimostrare che, quando sono rimessi insieme, essi formano di nuovo un sol globo.
Dopo tutto quel che è stato detto, è l'unità e l'armonia dei racconti biblici quali si trovano nella Scrittura la migliore confutazione della teoria secondo la quale questi racconti di una forte armonia interna sono il risultato della combinazione di varie sorgenti più o meno dissimili e contraddittorie".[5]

Prendiamo per esempio la parola "Iahvè" e "Elohim". Come in tutte le lingue, questi sinonimi si distinguono per una sfumatura: "Elohim" designa Dio più come Creatore, mentre "Iahvè" lo designa più come Redentore.
Così il serpente, nel dialogo con Eva, si guarda bene dall'impiegare la parola "Iahvè", ed impiega quattro volte "Elohim". Per contro, il narratore sacro (cap. 2-3 di Genesi) impiega il composto "Iahvè Elohim" venti volte (più che in tutto il resto dell'Antico Testamento!), molto intenzionalmente, per mostrare l'identità del Dio della Creazione con quello della Redenzione.
Ugualmente, il testo: "Elohim parlò a Mosè e gli disse: Io Sono IHWH! Sono apparso ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe come El Shaddaï, e col mio nome di IHWH non sono stato da essi conosciuto[6]", ben lungi dall'implicare che il tetragramma IHWH non era conosciuto dai patriarchi, come affermano certi esegeti nel loro delirio, per trarne delle aberranti conclusioni, significa molto semplicemente che non è all'epoca dei patriarchi che Dio ha mostrato il suo braccio redentore, ma sotto Mosè, liberando gli israeliti dalla servitù d'Egitto e dando loro la Terra Promessa, come dice lo stesso testo qualche versetto dopo: "Io Sono IHWH. Io vi farò uscire dalla dominazione degli egiziani e vi libererò dalla schiavitù, e vi riscatterò con braccio teso e con grandi castighi, e vi adotterò per mio popolo e sarò il vostro Dio. Voi saprete che Io Sono IHWH vostro Dio, che vi ho fatto uscire dall'oppressione degli egiziani, e vi farò entrare nel paese che ho giurato a mano alzata di dare ad Abramo, a Isacco e Giacobbe, e ve lo darò in possesso: Io Sono IHWH !"
In altri casi, la variazione nell'uso delle due parole è comandata dal desiderio di evitare la monotonia, preoccupazione permanente, non dico del genio, ma di qualsiasi buon scrivano.
Invece di seguire questi princìpi così elementari e dettati dal semplice buon senso, gli esegeti moderni sono andati a scavare più filoni nel testo, che sarebbero dovuti a degli autori differenti. La loro sconfitta è tuttavia flagrante.
Giacché, anche seguendoli su questo terreno, si trova talvolta, purtroppo per loro, la parola "IHWH" nel filone "Elohim", e la parola "Elohim" nel filone "IHWH", talora nella stessa frase!
E, quel che più conta, le due parole, lungi dall'escludersi, sono unite in un composto che ritorna, come abbiamo detto, 20 volte nel corso di 2 capitoli!
Ecco un altro esempio dell'incapacità totale degli esegeti moderni di entrare nel genio di uno scrivano. Essenzialmente monotoni e noiosi, al punto che ci vuole un coraggio sovrumano per percorrere la loro prosa, essi sono ciechi in tutto ciò che è bellezza, varietà, unità nella diversità, sintesi, ricchezza e profondità.
Prenderemo S. Basilio come esempio: accanto a uno spirito che si eleva alle più sublimi contemplazioni, troviamo in lui il logico che analizza a fondo una particella, il legislatore, il poeta, infine il ritualista che ha profondamente marcato, con la sua liturgia, il rito bizantino. La divergenza evidente di queste caratteristiche del suo genio, non ha impedito che in lui si riunissero per comporre un'armonia delle più rare, giacché il genio ha questo di suo, che unisce in una sintesi superiore delle qualità che si escludono negli uomini ordinari. E non si è trovato ancora nessuno, che io sappia, per attribuire ciascuna delle seguenti opere a un autore differente: "Contro Eunone", "Le Disposizioni Ascetiche", "La Divina Liturgia di S. Basilio", il "Trattato dello Spirito Santo", ecc., o di attribuire, nel tal capitolo del "Trattato dello Spirito Santo", una frase a un logico della scuola di Aristotele (sigla L), un'altra a un ritualista inveterato, quasi rabbinico (sigla R), un'altra a un legalista (sigla L1), un'altra ancora a un platoniano (sigla P), ecc..
É tuttavia quello che gli esegeti moderni hanno fatto per il Pentateuco!
Se essere legislatore ed essere mistico fossero cose incompatibili, a maggior ragione lo sarebbero essere pittore, ingegnere, architetto, scultore, poeta: e come allora Michelangelo è stato tutto questo insieme? E quante capacità sono state cumulate da ciascuno dei seguenti gèni: Leonardo da Vinci, Napoleone, Pascal, ecc., capacità che gli esegeti moderni avrebbero (se questi gèni fossero vissuti nella notte dei tempi) accuratamente scelto, senza nessun umore, per attribuirne la paternità a persone diverse, che la loro paranoia avrebbe inventato e proiettato nello spazio e nel tempo?
Ma ecco che c'è di peggio: lungo tutto il Pentateuco è ripetuto che Dio dà queste leggi a Mosè, che Mosè le scrisse e le trasmise al popolo di Israele, ecc...
E gli esegeti moderni, sfrontatamente ribattono: "No, non è Mosè che ha scritto il Pentateuco!" Non si potrebbe trovare smentita più formale. Vediamo dunque chi è il mentitore, se l'autore del Pentateuco o questi esegeti.
É risaputo che lo stile di uno scrivano lo rivela tutto intero: se le sue idee prendessero per divisa l'ipocrisia, la sua ipocrisia, per un conoscitore, trapelerà attraverso il suo stile, qualunque sia la sua maschera. Il fatto è che c'è l'inconscio, che non chiede il nostro parere per affermare la sua esistenza, e ci gioca dei tiri.
Leggiamo per esempio "I fiori del male": abbiamo qui, in un modo che più trasparente non si può, tutto Baudelaire, cattolico alla rovescia, campo di battaglia costante tra la carne e lo spirito, soccombente sovente alla prima senza compiacersene e provando al contrario un'amarezza profonda, ben resa da certe fotografie di Nadar e di Carjat. Oltre a un uomo che soffre terribilmente e non ha niente dell'impostore, noi tocchiamo con dito, per così dire, in quest'opera, la densità e la profondità del pensiero, la sua bellezza plastica.
Quand'anche l'uomo è disperatamente astratto, poco portato all'espansività ed alle confidenze, come Kant, questo ermetismo e questa secchezza mettono la loro impronta nello stile e ci rivelano l'autore.
Posto ciò, applichiamo il principio al Pentateuco. Quale più grande esigenza morale e odio del peccato di quella che si rivela lungo tutta l'opera, dalla prima caduta al diluvio, fino alla rivolta costante contro Dio nel deserto? Quale idillio più candido, più toccante, e di maggior freschezza di quello di Isacco e Rebecca, di Giacobbe e Rachele?
Quale maggiore espansività, delicatezza e bellezza di sentimenti che la storia di Giuseppe? Dove trovare un senso più profondo del divino e del sacro che nell'apparizione del roveto ardente e dell'incontro di Mosè sul Sinai?
Quale senso più rigoroso che l'adorazione all'unico Dio, unito a una così profonda benevolenza per la debolezza umana, che nelle parti legislative così disprezzate dai critici?
Come, allora, un autore che dà prova di un tale amore della verità, della sincerità, e che è di una tale sublimità, può essere un impostore e un ciarlatano (poiché attribuisce a Mosè ciò che è una pura invenzione da parte sua?). Giacché infine non si può essere insieme innocente e furbo, sincero e mentitore, divino e ciarlatano !
Ecco d'altronde ciò che confessa uno studioso che ogni tanto dice la verità, ma non esclusivamente: "Gli eruditi biblici sono stati traviati dall'analogia con il mondo greco-romano antico per esagerare, al di là di qualsiasi analogia, la possibilità di una pietosa frode nella fabbricazione di rapporti scritti e di documenti. Quasi ogni libro e ogni passaggio dell'Antico Testamento sono stati stigmatizzati da almeno un erudito come essere dei falsi letterari. Di conseguenza, non si può troppo sottolineare che non esistono quasi, nell'antico vicino-Oriente, dei segni in favore dei falsi, documentari o letterari. Alcuni falsi antichi, in Egitto, sono conosciuti: delle iscrizioni che pretendono di risalire a dei tempi molto più antichi, come la sedicente stele di Bentresh e il decreto di Dioser, su una falesia presso Elefantina. Tuttavia, si è trovato che le due (iscrizioni) appartengono al periodo tolemaico, cioè a un tempo in cui l'etica dell'Oriente antico era scomparsa per sempre[7]".
Alle testimonianze del Pentateuco in sè, si aggiungono quelle -varie centinaia- del resto dell'Antico Testamento. I profeti di tutte le epoche parlano costantemente dei tempi lontani di Mosè, della Legge e della liberazione dall'Egitto, come pure dei miracoli. Se gli autori del Pentateuco, secondo la teoria moderna (o modernista), erano contemporanei di questi profeti, come spiegare allora che questi, con la loro nota prontezza a versare fino all'ultima goccia di sangue per la minima virgola della Parola di Dio, abbiano digerito così facilmente l'apparizione di questi falsi?
Manifestamente, solo un esegeta moderno, pronto a vendere lo stesso Dio per 100 franchi, può immaginare una simile eventualità. Del resto, poiché la parte legislativa (P) è posteriore a questi profeti, forzatamente il popolo al quale si indirizzavano non conosceva l'esistenza della Legge.
Ci si spieghi allora come essi condannavano con tanta veemenza un popolo per delle prevaricazioni contro una legge che non sarebbe esistita!
Un'altra prova della falsità della teoria moderna è il Pentateuco samaritano. Si sa che Sargon II, dopo la presa di Samaria, deportò i suoi abitanti e vi impiantò degli assiri. Attaccati dai leoni, i nuovi venuti credettero, nella loro superstizione, che era perché non avevano reso un culto al dio del paese...
Così Sargon II inviò loro un sacerdote, preso tra i deportati, per istruirli nella religione del paese. Da quest'ultimo, essi ricevettero il Pentateuco (con l'esclusione degli altri Libri dell'Antico Testamento che facevano di Gerusalemme il centro del culto, e che furono ricusati per questo, al momento del grande scisma, dal regno del Nord) e adottarono il culto del Dio d'Israele senza rinunciare -cosa strana!- alla loro idolatria. Frustrati dai giudei di qualsiasi cooperazione nella ricostruzione del Tempio, divennero i loro nemici inconciliabili, ed inventarono il mito del monte Garizim come centro del culto voluto da Mosè, ma non patteggiarono più che sporadicamente con l'idolatria. Li si conosce fino ad oggi sotto il nome di "Samaritani". Essi osservano molto letteralmente la Legge mosaica e sono in possesso di copie antiche del loro Pentateuco, che ha la particolarità di conservare la scrittura ebraica primitiva, e non le lettere aramèe adottate dai giudei dopo il primo esilio.
Ora, se vi fosse stato un filone P aggiunto al Pentateuco nel V° sec. a.C., sotto Esdra, i Samaritani, animati da un odio tanto implacabile contro Esdra e il nuovo Tempio, e ròsi da un così terribile complesso di inferiorità nei confronti dei giudei, non avrebbero mancato di denunciarlo. Pur tuttavia non solo non denunciano niente, ma -a parte la corruzione da essi introdotta in merito a Garizim in Dt 27- i due Pentateuco sono sostanzialmente identici.
É dunque che Esdra non ha modificato niente al Pentateuco ricevuto 250 anni prima dai samaritani, e che rappresenta certamente una tradizione ben più antica. Di più, l'esegeta moderno dovrà, con un'impudenza senza pari, smentire il Cristo e i suoi apostoli, che ripetono instancabilmente che il Pentateuco è stato dato da Mosè, e che menzionano "la Legge" sempre prima dei "Profeti".

***************
Proviamo ora a controllare le asserzioni del Pentateuco con le scoperte archeologiche. Giacché, se è un falso, scritto centinaia di anni dopo Mosè, e, per certe parti, dopo un migliaio, gli errori e gli anacronismi si riveleranno numerosi. Quale che sia il preteso immobilismo dell'Oriente e per quanto abile sia l'autore, egli si intrappolerà in ogni pagina, soprattutto perchè il suo libro non è astratto, non gioca con delle idee pure, ma sposa la vita concreta nei suoi minimi dettagli.
Questo autore si dà per storico, dunque avente rapporto con degli avvenimenti così importanti perché si trovino loro dei testimoni contemporanei (opere, steli, città intere scoperte dagli scavi, piramidi, ecc...) che possono infliggere al nostro falsario una sferzante smentita.
Ora, mai per nessun libro al mondo come per il Pentateuco (e gli altri libri della Bibbia) si sono avuti, a memoria d'uomo, tanti ricercatori e investigatori di ogni sorta, i più venuti espressamente con l'intenzione di smentire la Scrittura, e tutti armati dell'arsenale più sofisticato della scienza: paleografi, assirologi, egittologi, scavatori, ebraicisti, etc, tutti impegnati da ben due secoli nella fatica di scrutare il minimo vestigio che riguardi -da vicino o da lontano- la Bibbia, di verificare, confrontare, opporre...
Voltaire un tempo gridava trionfalmente: "I giudei non seppero leggere e scrivere che durante la loro schiavitù fra i caldèi, visto che le loro lettere furono inizialmente caldèe e in seguito siriache; noi non abbiamo mai conosciuto alfabeto puramente ebraico[8]".
Ora, l'archeologia ha mostrato l'esistenza di una lingua ebraica alfabetica ancora anteriore ai tempi di Mosè! Ma si continua a ripetere quà e là, con sfrontatezza, l'antico ritornello che imparavamo a scuola, che cioè furono i fenici a inventare l'alfabeto all'inizio del primo millennio a.C.!
Nel 1930, a Ain Shemús, Elihu Grant "scoprì un pezzo di terracotta con un'iscrizione a inchiostro, in caratteri ebraici antichi, datante almeno del 14° secolo a.C. Mostrando la grande antichità della scrittura in Palestina, e situando l'uso della scrittura ebraica a un periodo anteriore a Mosè, questa scoperta naturalmente fece scalpore[9]". Ma la più sensazionale delle scoperte fu quella, fatta alla stessa epoca, a Ras-Shamra (l'antica Ugarit), di un alfabeto di 27 caratteri in scrittura cuneiforme, ben anteriore ai fenici.
Ecco come Albright, nel 1946, riassumeva lo stato della questione: "L'alfabeto fenicio era già noto ai cananei dall'età del bronzo recente[10], come sappiamo da una mezza dozzina di iscrizioni (di cui due di una certa lunghezza) appartenenti al periodo tra il 1600 e 1200 a.C. Questo, a partire da tre o quattro iscrizioni tutte scoperte in Palestina, sembra essere lo stesso alfabeto, ed è conosciuto da un'età ancora anteriore (tra il 1700 e 1500 a.C.) Che questo alfabeto sia stato conosciuto dai nomadi e dai cananei sedentari, è certo per delle iscrizioni del primo periodo del Sinai, che va dal 1800 a 1600 a.C. Che esso abbia continuato ad essere impiegato dai nomadi (o che sia stato reintrodotto fra loro) è certo dal fatto che le forme dei caratteri alfabetici impiegati dagli arabi del nord e del sud nel 7° secolo a.C. risalgono a dei prototipi anteriori al 1400 a.C. Inoltre, sappiamo ora che, oltre alla prima scrittura da cui è uscito il fenicio, i cananei, circa 1400 anni a.C., facevano uso, in scrittura, del cuneiforme accadico, dell'alfabeto cuneiforme di Ugarit, e dei geroglifici egiziani. Non possiamo dunque essere troppo sorpresi di trovare che le scoperte archeologiche, nell'esatta misura della loro portata, confermano quasi sempre la tradizione israelita[11]".
Egli dà altre precisazioni riguardo all'ebraico in un lavoro più recente: "Da indicazioni dei nomi dei luoghi, è ora certo che gli abitanti dell'ovest della Palestina e del sud della Fenicia parlavano una forma di ebraico già in tempi molto anteriori dell'inizio del 3° millenio a.C., se non prima. Verso la metà del 2° millenio a.C., esistevano già almeno quattro dialetti distinti di ebraico, di cui tre possono essere schizzati a partire da indicazioni tratte da iscrizioni, mentre il quarto, il primo ebraico, dev'essere ricostruito a partire dall'ebraico biblico, usando i metodi comparativi moderni di linguistica. Ma tutti questi dialetti erano legati molto intimamente, differendo tra loro meno di quanto non differiscano tra loro un numero corrispondente di dialetti moderni, arabi o tedeschi[12]".
Questo per la lingua. Quanto al contenuto del Pentateuco, archeologia l'ha costantemente confermato. Così, i patriarchi sono rappresentati nella Genesi come dediti a una vita semi-nomade. Essi hanno dei centri poco abitati nei quali tornano costantemente: Sichem, Dôta, Véthel, Ebron, Bersabea.
Essi circolavano lentamente lungo la cresta montagnosa centrale, molto boscosa ma con buoni pascoli, fino al nord del Négev. Mai si avvenuravano verso il deserto o le pianure della costa.
Ora, le condizioni di vita, 1000 o 1500 anni più tardi, cioè all'epoca in cui gli esegeti moderni situano gli autori del Pentateuco, erano talmente cambiate che sarebbe stato semplicemente impossibile evocare con una così impressionante verità questa vita dei patriarchi: già dall'inizio del 12° secolo a.C., la cresta montagnosa era occupata da una popolazione sedentaria cananea.
Ugualmente, l'origine mesopotamica dei patriarchi è corroborata in maniera eclatante. Innanzitutto, si sono ritrovati i nomi degli antenati di Abramo: Seroug, Nakhor, Térakh, etc., come pure i nomi dei luoghi nella regione di Haran.
In seguito, gli archivi scoperti a Nuzi, a sud-est di Ninive, e altri, mostrano costantemente l'identità dei costumi mesopotamici con quelli dei patriarchi. Per esempio, in merito al timore di Abramo che il suo erede non sia suo figlio, era d'uso per una coppia senza figli adottarne uno, il quale si sarebbe curato di loro vegliando affinché avessero dignitosi funerali: in cambio, avrebbe ereditato le loro proprietà. Il contratto era annullato, almeno in parte, in caso di nascita di un figlio.
Invitiamo il lettore a leggere attentamente Genesi 14. Vi si vedono quattro re, il cui capo sembra essere Chedorlaomer, re di Elam, venuti dall'altra riva dell'Eufrate, a combattere una battaglia contro cinque re nella valle di Siddim, o del mar di Sale (l'attuale mar Morto). Prima di ciò, venendo dall'attuale Hauran, essi battono "i Refaim ad Astarot-Karnaim, gli Zuzim a Am, gli Emim a Save-Kiriataim". Ora, questa via era considerata da quasi tutti gli archeologi, compreso Albright, "come la miglior prova del carattere essenzialmente leggendario del racconto[13]", fino al giorno in cui... Albright in persona, nel 1929, scoprì tutta una linea di "tells" lungo questa via, datanti del terzo millenio a.C. e dell'inizio del secondo; esplorò le località summenzionate dal testo biblico, e provò che erano state occupate proprio in quell'epoca! Questa strada, all'epoca in cui i critici pongono la composizione della Genesi, aveva cessato di essere impiegata da secoli e secoli, tanto che il falsario non avrebbe neanche potuto sospettarne l'esistenza.
Le cinque città e cinque re alleati sono Sodoma, Gomorra, Adma, Zeboim e Bela (Zoar), in una regione di cui è detto: "Lot levò gli occhi e vide che tutta la valle del Giordano era un luogo irrigato da ogni parte -prima che Dio distruggesse Sodoma e Gomorra- come il paradiso di Dio, come il paese d'Egitto[14]..."
Ora, l'archeologia ha rivelato che questa valle della "Pentapoli[15]" era molto fertile e densamente abitata all'epoca di Abramo, e che un cataclisma immenso, nella stessa epoca, l'ha resa deserta: "i fatti archeologici", dice Nelson Glueck, "coincidono perfettamente con questa tradizione letteraria. Circa nel 1900 a.C., c'è stata una distruzione così totale di grandi fortezze e di costruzioni della regione -nei confini che abbiamo esaminato- che la civiltà particolare che essi rappresentavano non è mai risuscitata[16]". Mai un autore dell'ottavo o del nòno secolo a.C., cioè dell'epoca in cui la regione era la meno abitata, avrebbe potuto, neanche per sogno, immaginare una simile situazione!
Veniamo alla Legge mosaica. Da quando si è scoperto nel 1902 il codice di Hammurabi (che si può vedere al Louvre), il trionfalismo degli esegeti della scuola di Wellhausen ha perso un po' della sua arroganza. Contrariamente alla loro tesi, cioè che le leggi mosaiche rifletterebbero dei costumi e delle condizioni di vita posteriori all'esilio, queste leggi, al contrario, si sono avverate essere piuttosto apparentate a quelle di Hammurabi e di altri popoli del secondo millenio a.C. (scoperte poco dopo il codice): ittiti, assiri, etc.
Riguardo al Deuteronomio, Albright fa questa importante osservazione: "il Codice civile presupposto dal Deuteronomio appartiene a una fase anteriore allo sviluppo del potere reale, alla grande espansione dell' 8° e 7° secolo, e di conseguenza al crollo dell'antica organizzazione basata sulla tribù e il clan, la quale è stata progressivamente rimpiazzata, durante il periodo reale, da un sistema di divisioni territoriali e di corporazioni commerciali. Le autorità sono ancora scelte localmente, in luogo di essere designate dal re[17]".
La stessa scuola ha sempre sostenuto che la Tenda di Riunione, nel deserto, non era che una fantasia dell'esilio, immaginata dopo il Tempio di Salomone e quello, ideale, di Ezechiele.
Ora, "molti ìndici, prosegue lo stesso autore, designano per la Tenda di Riunione uno sfondo di deserto... Mentre il cedro e l'ulivo furono impiegati per il tempio di Salomone, solo l'acacia è menzionata nel racconto della costruzione del Tabernacolo. L'uso predominante del pelo di capra per il tessuto della tenda, e di pelli di pecora e di agnelli (ôrôt elîm, ôrôt tehashîm, Esodo 25. etc.), poggia sicuramente su una buona tradizione. Messa da parte ogni altra considerazione, la divergenza, nell'insieme, tra il piano della Tenda e quello del Tempio di Salomone e del Tempio ideale di Ezechiele, resta inesplicabile se dobbiamo supporre che il Tabernacolo è un'invenzione dei sacerdoti dell'esilio...
Tra gli eruditi biblici di oggi, è diffusa l'idea che il candelabro a sette braccia del Tabernacolo (Esodo 25, 37) rifletta il periodo babilonese, o anche persiano. Tuttavia, purtroppo per questa concezione a priori, è precisamente nella prima età del ferro[18], mai più tardi, che noi troviamo delle lampade di terracotta con 7 posti e il bordo della lampada pinzato sette volte[19]
".
Contro l'autenticità del Pentateuco, si fanno ancora delle obiezioni di questo genere:
1 - "Ma allora, Mosè ha scritto il racconto della sua morte?"
- Riconoscete almeno che, se ci fosse stato un falsario nell'affare, sarebbe stato tanto furbo da non far scrivere a Mosè il racconto della sua morte; di modo che niente dimostra meglio l'autenticità del Pentateuco quanto questo particolare! Anche se vi sono dei grandi spiriti (per esempio, Origène) che credono che Mosè ha scritto -profeticamente- il racconto della propria morte, non si è obbligati ad andare fin là. Il racconto potrebbe benissimo essere stato aggiunto, a guisa di post-scriptum, da Giosuè o da qualche altro profeta ispirato, senza che l'autenticità del Pentateuco ne sia minimamente intaccata. Alla morte di Léon Bloy, sua moglie ha aggiunto al "Journal" dello scrittore alcune pagine per raccontare i suoi ultimi istanti.
Chi dunque a causa di esse oserebbe negare l'autenticità del "Journal" anche se la signora Bloy non le aveva firmate? Perché allora avere due pesi e due misure?
2 - Ma in Genesi 36, è scritto: "Questi sono i re che regnarono a Edom prima che regnasse un re su Israele". Dunque l'autore di questa frase sapeva che vi era una monarchia in Israele e questo non può essere Mosè! - Questa obiezione parte dal pregiudizio che la profezia non è possibile!
Ora, la regalità è stata formalmente predetta da Mosè; per esempio: "Io ti renderò molto, molto fecondo; ti farò diventare nazioni e da te usciranno dei re[20]" (parola di Dio ad Abramo). Vedere anche Deuter. 17.
3 - E la menzione di Dan, in Gen. 14, dove è detto che Abramo inseguì il nemico "fino a Dan", allorché sappiamo che il nome Dan non è stato applicato che dopo la conquista della Terra promessa: "Essi chiamarono la città Dan, dal nome del loro padre, che era nato da Israele; ma prima il nome della città era Lais[21]!" - Risposta: o c'è un'altra Dan, a sud di Gerusalemme secondo alcuni archeologi (Garstang, Pétrie, etc.), o è una modernizzazione del nome fatta dall'editore sacro del Pentateuco per rendere la geografia comprensibile al lettore[22]. In questo caso, l'antico nome "Lais" è stato modernizzato in "Dan".
Si può dire la stessa cosa dei nomi egiziani della storia di Giuseppe: "É stato segnalato da lungo tempo da degli egittologi che i nomi egiziani in questa storia sono di epoca tardiva e non possono essere datati prima del 10° secolo a.C al massimo. Concluderne tuttavia che la storia di Giuseppe è di conseguenza leggendaria, o anche un'invenzione romantica di epoca più recente, sarà altrettanto disdicevole quanto dedurre, dalla modernizzazione ancor più recente dei nomi nella versione dei Settanta, che la storia di Giuseppe è una compilazione degli scribi alessandrini[23]!"
4 - Infine: -"Come Mosè può parlare di se stesso in terza persona?" - E come ha fatto de Gaulle nelle sue "Memorie"? E Thucydide? E Giuseppe? E Cesare?...

[1] - Estratto da "La Foi en Dieu incarnè", T.I, pp.134-151
[2] - Prolégomenes a l'Histoire d'Israël, VIII, 2.
[3] - Discorsi contro i gentili (P.G. XXV, 76-77)
[4] - Les Caractères, I.
[5] - I 5 Libri di Mosè: VII.
[6] - Es. 6, 2-3.
[7] - W.F. Albright: De l'Age de pierre au Christianisme, I, D (20 ed.)
[8] - Examen important de Milord Bolingbroke, IV.
[9] - W.F. Albright, archéologie de la Palestine et la Bible, III, 3, (éd. 1933).
[10] - Cioè, per Albright, 1600-1200 a.C.
[11] - De l'Age de pierre au Christianisme, I, D.
[12] - Découvertes Récentes dans les Pays Bibliques, XII, 1955.
[13] - Albright, archéologie de la Palestine et la Bible, II, 2.
[14] - Genesi 13, 10.
[15] - Sapienza 10, 6.
[16] - L'autre Côté du Jourdain, V, 1.
[17] - archéologie de la Palestine et la Bible, III, 3.
[18] - Per Albright, questa corrisponde al 1200-900 a.C.
[19] - archéologie de la Palestine et la Bible, III, 3.
[20] - Genesi 17, 6.
[21] - Giudici. 18, 29.
[22] - Ndlr. Gli storici commentano ogni giorno simili anacronismi, e volontariamente: pensiamo a S. Pietroburgo o a Koenigsberg, per esempio.
[23] - Albright, archéologie de la Palestine et la Bible, III, 2.

Bibbia & Scienza (bibbiaescienza.altervista.org)