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L'esistenza di una lingua sacra in tutte le religioni e l'importanza del latino nella Chiesa Cattolica

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“Domenica 7 marzo, Paolo VI ha celebrato la Messa vespertina nella chiesa di Ognissanti, in italiano” ( 1). In quel giorno, prima domenica di Quaresima del1965, per la prima volta, la Messa non era più celebrata in latino, ma in lingua volgare. Commenta Mons. Bugnini, principale artefice della riforma liturgica: “Quel 7 marzo divenne una data storica della riforma liturgica ed una sua pietra miliare. Era un primo frutto tangibile del Concilio ancora in pieno svolgimento, l'inizio di un processo di accostamento della liturgia alle assemblee partecipanti, del suo cambiamento di aspetto, dopo secoli di intangibile uniformità” (2). Fu solo, quattro anni dopo, il 30 novembre 1969, prima domenica d'Avvento, che fu introdotto un nuovo rito (Novus Ordo Missæ), “impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della santa Messa” (3) per i Cardinali Ottaviani e Bacci, “ammirazione delle altre chiese e comunità cristiane”, per Mons. Bugnini… (4). Molti pensano ingenuamente che il nuovo rito, quello di Paolo VI, sia semplicemente la traduzione in lingua volgare di quello precedente.
Si tratta in realtà di due testi quasi totalmente diversi: la Messa codificata da S. Pio V (5) è il risultato dell'evoluzione e del continuo arricchimento del rito romano, dai tempi delle catacombe fino ad oggi; il rito di Paolo VI è stato invece creato a tavolino dai liturgisti del “Consilium ad exequendam constitutionem de Sacra Liturgia” in collaborazione con i rappresentanti delle “chiese” protestanti (6), nello spirito ecumenista del Vaticano II.
Alcuni movimenti di salvaguardia del latino e del canto gregoriano, pur perfettamente consci della diversità esistente tra rito tradizionale tradotto e rito moderno, si accontentarono di difendere l'uso della lingua latina nella liturgia, chiedendo ed ottenendo (raramente) delle Messe in latino, tutte col nuovo rito, avendo Paolo VI sostituito il nuovo al vecchio (non accostato come si crede erroneamente ignorando i suoi pronunciamenti) perché "ammettere celebrazioni con vecchio rito avrebbe comportato svalutare l'opera del Concilio", secondo quanto riportato dal suo amico Jean Guitton.
Di fronte a questa attitudine, i veri fedeli della tradizione reagirono violentemente. Fu il povero Don Bellucco, ad esempio, che, pur essendo eccellente latinista, fece notare come si potesse bestemmiare anche in latino…
Per sottolineare vieppiù questo rifiuto e questa giusta reazione, alcuni utilizzano frasi paradossali, del genere: “preferisco la Messa di S. Pio V in bantù, che la nuova Messa in latino”. Questa espressione è un po' infelice; se poi si giunge a dire che non ha nessuna importanza il fatto che la Messa (e gli altri riti liturgici) siano celebrati in latino o in volgare, si va (inconsapevolmente?) contro la legge e l'insegnamento della Chiesa. Vediamo perché: ha dichiarato, infatti, Pio XII: “Sarebbe tuttavia superfluo il ricordare ancora una volta che la Chiesa ha serie ragioni per conservare fermamente nel rito latino (7) l'obbligo per il sacerdote celebrante di usare la lingua latina, come pure di esigere, quando il canto gregoriano accompagna il Santo Sacrificio, che questo si eseguisca nella lingua della Chiesa” (8). Vediamo pertanto assieme quali sono le serie ragioni di cui parla Pio XII.
I. Necessità di una lingua sacra
Non esiste religione che non distingua ciò che è sacro da ciò che è profano. Ciò che è sacro è, per l'appunto, consacrato a Dio, riservato a Lui, e sottratto, di conseguenza, all'uso profano. Nel culto divino, specialmente, vi sono luoghi sacri (le chiese), riti sacri, oggetti sacri, paramenti sacri. La lingua non fa eccezione. Già “in seno al paganesimo, gli antichi romani avevano capito l'immobilità della preghiera pubblica. Quintiliano ci informa che
i versetti cantati dai sacerdoti sàlii risalivano ad una così alta antichità che li si capiva con difficoltà, e tuttavia la maestà della religione non aveva permesso che fossero cambiati.
Abbiamo visto che gli ebrei, prima del cristianesimo, nelle loro assemblee religiose, leggevano la legge e le preghiere del culto in lingua ebraica, benché questa lingua non fosse più capita dal popolo. Non è forse rifiutare l'evidenza - conclude Dom Guéranger, abate di Solesmes - non riconoscere, in tutti questi fatti l'espressione di una legge di natura in accordo col genio della religione?” (9).
Le religioni pagane, come la Religione rivelata dell'antico testamento, si sono comportate come farà in seguito la Chiesa Cattolica: hanno utilizzato nella liturgia una lingua sacra, ritirata dall'uso profano, immutabile. La storia delle chiese orientali (generalmente scismatiche) che hanno seguito piuttosto l'uso della lingua volgare nella liturgia, non smentisce la nostra affermazione ma, piuttosto, la conferma involontariamente.
Difatti, pur non adottando, come la Chiesa di rito latino, il principio della lingua sacra, le Chiese orientali hanno subìto il medesimo, universale fenomeno della sacralizzazione della lingua liturgica. La lingua copta, l'armena, l'etiopica, la slavonica “appena hanno sentito il contatto dei misteri dell'altare, sono diventate immobili ed imperiture” (9) per cui, anche le Chiese orientali “celebrano, al pari di noi, il servizio divino in una lingua che non è più capita dal popolo” ( 9). Al contatto dell'altare, queste lingue si sono “sacralizzate”.
Appare pertanto evidente che sopprimere l'uso di una lingua sacra dalla liturgia equivale a profanarla, andando in questo modo contro la natura e l'indole stessa della religione.
II. La provvidenza ha preparato per la Chiesa tre lingue sacre
Ma non tutte le lingue sono egualmente sacre. Sempre Dom Guéranger, autorità indiscussa in campo liturgico, constata, al seguito dei Padri della Chiesa e dei mistici medioevali, l'esistenza di “lingue sacre e separate dalle altre da una scelta divina, per servire da intermediario tra il Cielo e la terra” (10).
Se è indubitabile il fatto che la Chiesa abbraccia ed accoglie tutti i popoli, è altrettanto certo che la Provvidenza ha voluto prima rivelarsi al solo popolo ebraico, per poi fissare la sede del vicario di Cristo nella città di Roma.
Il cristianesimo, per libera scelta di Dio, è erede della tradizione ebraica, greca e latina. Così, pure, scriveva già nel IV secolo sant'Ilario di Poitiers “è principalmente in queste tre lingue (ebraica, greca e latina) che il mistero della volontà di Dio è manifestato; ed il ministero di Pilato fu di scrivere anticipatamente in queste tre lingue che il Signore Gesù Cristo è il Re dei Giudei” (10). Ebraico (siriaco), greco e latino sono le tre lingue
dell'iscrizione della Croce; sono altresì le tre lingue della Sacra Scrittura; “sono state le sole di cui ci si sia serviti all'altare” nei primi quattro secoli (11) “il che dona loro una dignità liturgica particolarissima e conferma meravigliosamente il principio delle lingue sacre e non volgari nella liturgia” (11).
Che sia il latino pertanto una “lingua sacra” è cosa così indubitabile che persino Paolo VI, il giorno stesso in cui lo eliminava dalla liturgia, lo ha esplicitamente riconosciuto (17 marzo 1965) (1).

III. Il latino unisce alla Chiesa di Roma.
“La lingua propria della Chiesa Romana è la latina” (S. Pio X, Tra le sollicitudini, 22/11/1903) (12)- “Gesù Cristo scelse per sé e consacrò la sola città romana. È qui che volle restasse in perpetuo la sede del suo Vicario” (Leone XIII) ( 13). Non a caso, quindi, ma per “mirabile disposizione di Cristo” (Papa Gelasio) ( 14), san Pietro scelse Roma come sede episcopale del Principe degli Apostoli.
La Chiesa è dunque Romana. La provvidenza che ha scelto Roma, ha scelto anche per la Chiesa la sua lingua, la lingua latina. “Il Signore - disse il cardinal Ottaviani - ha dato un mezzo provvidenziale per mantenere la tradizione e la verità Cattolica; le ha fornito un linguaggio che è tutto speciale, la lingua latina. Il destino di Roma (…) era anche preparato con un elemento che sembrerebbe accidentale ma che è importantissimo: una lingua, la lingua latina…” (15).
L'uso della lingua latina unisce quindi le diocesi che ne fanno uso, nel mondo intero, alla Chiesa Romana ed alla sede dell'Apostolo Pietro. Certo l'uso della lingua latina non è obbligatorio per tutta la Chiesa Universale, ma solo per quella occidentale: le Chiese orientali cattoliche manifestano altrimenti che col latino il loro legame con Roma.
Tuttavia, vi è un fatto indiscutibile che emerge dalla storia dello scisma orientale. Le nazioni slave ove era stata adottata la lingua slava nella liturgia, seguirono quasi completamente lo scisma. Al contrario, le nazioni slave che conservarono la lingua latina, restarono unite a Roma (Cecoslovacchia, Croazia, Slavonia e, soprattutto, la Polonia). Per questo Dom Guéranger elogia l'azione di papa san Gregorio VII al proposito: « Il duca di Boemia, Vratislao, gli aveva chiesto di poter concedere ai suoi popoli, anch'essi di razza slava, la dispensa che Giovanni VII aveva accordato per la Moravia. Gregorio rifiutò con fermezza e, senza accusare il suo predecessore, né ritornare su di un fatto compiuto, proclamò i princìpi della Chiesa sulle lingue liturgiche: “Quanto a ciò che avete chiesto scrisse a questo prìncipe in una lettera dell'anno 1080 - desiderando il nostro consenso per fare celebrare nel vostro paese l'ufficio divino in lingua slava, sappiate che non possiamo accedere in alcun modo alla vostra domanda. (…) Non è una scusa dire che alcuni uomini religiosi (S. Cirillo e S. Metodio) hanno subìto con condiscendenza i desideri di un popolo semplice, o non hanno giudicato a proposito portarvi rimedio; la Chiesa primitiva stessa ha dissimulato molte cose che i santi Padri hanno corretto dopo averle sottomesse ad un serio esame. Per cui, con l'autorità del Beato Pietro, vi proibiamo di mettere in pratica quanto ci domandano i vostri con imprudenza e, per l'onore di Dio onnipotente vi ingiungiamo di opporvi con tutte le vostre forze, a questa vana temerità”. In poche parole, san Gregorio VII enunciava con piena energia il pensiero della Chiesa, che è sempre stato quello di non esporre il mistero senza veli agli occhi del volgo; scusava la concessione fatta prima di lui e proclamava quel principio, così frequentemente applicato, che le necessità che si sono presentate agli inizi della Chiesa non possono prudentemente diventare una legge per i secoli seguenti…
La fede cristiana regnava in Boemia; vi si era stabilita e mantenuta con la liturgia latina; introdurre in questa Chiesa l'uso della lingua volgare equivaleva a farla indietreggiare alle condizioni dell'infanzia. Spingendo le frontiere della lingua latina fino alla Boemia, san Gregorio VII la faceva avanzare fino alla Polonia, la quale, restando latina, veniva consacrata come baluardo cattolico dell'Europa verso l'Asia » ( 16).
La pseudo-riforma protestante confermerà, come vedremo, il medesimo principio: l'abbandono della comunione con Roma coinciderà con la sostituzione, nel culto protestante, del latino con la lingua nazionale (continua...).

Note
(1) Itinéraires n.93 mai 1965, p.154.
(2) A NNIBALE BUGNINI, La riforma liturgica (1948-
1975) , CLV Edizioni Liturgiche, Roma 1983, p. 109.
(3) Lettera dei Cardinali Ottaviani e Bacci.
(4) In Notitiæ 92, aprile 1974, p.126. Citato da
C ELIER, La dimension œcumenique de la Reforme liturgique, Fideliter 1987 p.7.
(5) Dall'introduzione del “Novus Ordo Missæ”
(1969) sono state usate le espressioni più disparate per
designare il Messale precedente: Messa di sempre, di S.
Pio V, Tridentina, antica, in latino, ecc. A rigor di termini una sola espressione è corretta: Messale Romano, Rito romano.
(6) La collaborazione attiva, voluta da Paolo VI, di osservatori non cattolici (cioè eretici) alla riforma liturgica è ampiamente documentata da: G REGOIRE
C ELIER, La dimension œcumenique de la Reforme liturgique, ed. Fideliter 1987, pp. 26-30.
(7) Nell'unica Chiesa Cattolica difatti si distinguono la Chiesa Latina e la Chiesa Orientale, che hanno riti e leggi diversi (cfr. Codice di diritto canonico, can.1).
(8) Pio XII, Discorso: Vous nous avez demandé, ai
partecipanti del primo Congresso di liturgia pastorale,
22 sett. 1956. INSEGNAMENTI PONTIFICI - La liturgia, ed.
Paoline 1959, n. 821 (13, 18).
(9) D OM PROSPER G UÉRANGER, Institutions
Liturgiques (1840-1851) - Extraits établis par Jean
Vaquié, DPF. Chiré-en-Montreuil, 1977, pp. 249-250.
(10) G UÉRANGER, op. cit. p. 241.
(11) G UÉRANGER, op. cit. p. 240
Dom Guéranger ammette, ovviamente, che nei primi secoli siriaco, latino e greco erano lingue vive, e pertanto intellegibili dal popolo. “Solo il tempo - fa notare - può fare di una lingua volgare una lingua sacra: l'uomo non inventa le lingue a priori...” (p. 248).
Tuttavia “molti popoli, durante questi tre secoli, furono chiamati alla luce del Vangelo; ma poiché bisogna ammettere che non possedessero una traduzione della Sacra Scrittura nelle proprie lingue, sosteniamo che neppure celebrarono la liturgia in lingua volgare...” (p. 248)… Fin dal principio, quindi, queste tre lingue sono considerate diverse dalle altre, come “consacrate” a Dio.
(12) INSEGNAMENTI PONTIFICI, op. cit. p. 229 (18).
(13) A. A. S., 31 (1899) 645.
(14) IOACHIM SALAVERRI S.J., De Ecclesia Christi, n.
446; in “Sacræ Theologiæ Summa” vol. I, B.A.C.,
Madrid 1962.
(15) Omelia tenuta il giorno 13-IV-1969 nella
Chiesa di S. Girolamo della Carità in Roma. Documenti
di “Una Voce” n.1 a cura di “Una Voce”, c.so Vittorio
Emanuele II, 21 Roma.
(16) D OM G UÉRANGER, op. cit. pp. 254-255.