Michi Gini condivide questo

...È un richiamo che suona come un atto di verità, soprattutto in un Occidente che ama presentarsi come garante dei diritti fondamentali ma che, nella realtà, li calpesta non appena vengono meno potere o denaro. Perché sappiamo bene che troppo spesso la giustizia non difende i deboli: si piega ai forti. Nei sistemi segnati dalla corruzione – e Leone non ha esitato a indicare, davanti a rappresentanti delle istituzioni giudiziarie vaticane, italiane e americane, queste necessità – chi non è “amico” del Pubblico Ministero o di qualche alto dirigente delle Forze dell’Ordine rischia di non ottenere mai tutela, neppure quando subisce le più gravi ingiustizie. In questi contesti che pure si definiscono democratici, la giustizia smette di essere presidio di libertà e diventa strumento di oppressione: un’arma per silenziare chi denuncia, o un mezzo per consolidare interessi privati e persino frodare lo Stato...
...Gli scandali che emergono in questi mesi lo dimostrano: l’inchiesta di Caltanissetta, che ha coinvolto anche Giuseppe Pignatone, ex presidente del Tribunale vaticano, rivela una volta di più le zone d’ombra in cui la giustizia si trasforma in potere autoreferenziale, gestito come patrimonio personale. E ciò che avviene quando a cadere in queste dinamiche sono uomini che indossano una toga è ancor più grave, perché mina alla radice la fiducia di un popolo nelle istituzioni.
Sant’Agostino ammoniva che «la giustizia non è tale se non è nello stesso tempo prudente, forte e temperante». Se manca l’armonia delle virtù, la giustizia degenera in arbitrio. E allora non resta che prendere sul serio l’avvertimento di Leone XIV: la giustizia deve tornare a essere virtù prima ancora che procedura, servizio prima ancora che istituzione, difesa del debole prima ancora che bilanciamento di poteri.
Solo così potrà dirsi davvero giustizia. Il resto, direbbe Agostino, non è che maschera e inganno: «Uno Stato senza giustizia non è che una grande banda di ladri». A richiamarlo è stato lo stesso Leone XIV.

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