Chi era davvero Giovanni XXIII?
Scriveva Padre Innocenzo Colosio OP: «La tanto decantata bontà naturale o bonarietà del Roncalli fu sempre sorretta, accompagnata e corretta da tutte le altre virtù, specialmente dalla vera prudenza e dalla vera fortezza? Questo è il vero problema teologico di fondo per giudicare della santità di Papa Giovanni.
Egli, volendo a tutti i costi essere benevolo, simpatico, gradito, non ha forse instaurato un metodo di governo che ha snervato la disciplina ecclesiastica, per cui, insieme a molte altre cause, ci troviamo ora immersi in un immane caos ideologico, morale, liturgico, sociale? Per me la risposta è positiva, e quindi l’accusa è gravissima»[1].
Nella profezia dello pseudo-Malachia, prive di valore reale ma almeno con un’accidentale carica suggestiva, Giovanni XXIII è indicato come pastor et nauta e mai definizione si attaglia in modo più efficace alla figura roncalliana. Se la crisi del modernismo non inizia con Roncalli (come ovviamente non inizia con Bergoglio), certamente trova il 28 ottobre 1958 il suo punto di svolta.
Se le mura della Chiesa e della Rocca petrina erano state indebolite da mille assalti nei secoli precedenti, quel giorno per la prima volta nella storia la Rocca petrina fu sbrecciata in maniera significativa, stabile e (umanamente parlando) irreversibile.
La voce ancora romana del cardinale protodiacono Canali scandiva il nome dell’Eletto Angelo Giuseppe in una piazza avvolta dalle tenebre, sinistro presagio della grande notte che stava per avvolgere la Chiesa intera.
Se con una certa miopia lo scrittore Henry Furst, marito di Orsola Nemi, sulle pagine de Il Borghese si rallegrava che un uomo che aveva fatto la guerra entrasse nelle stanze vaticane, facendone uscire l’aria viziata, altrettanto unanimi erano i plausi della stampa laico-democratica e cattolica per il nuovo eletto di cui si magnificavano le origini contadine, l’estraneità rispetto alla macchina e alle logiche curiali, il diuturno servizio reso alla Santa Sede attraverso le nunziature in Bulgaria, Turchia e Francia, nonché il suo soggiorno sulla cattedra di San Marco in Venezia con spiccata attitudine ai tempi nuovi. Si stavano già gettando le basi per creazione iconica di una dei più inscalfibili miti pop(olari) dell’epoca contemporanea, quello del Papa buono.
Il Papa buono, così iniziarono subito a chiamarlo i rotocalchi dopo i primi mesi della sua permanenza sulla cattedra di Pietro, poi i bambini, le mamme, le suore e via via tutto l’orbe terraqueo. L’espressione presupponeva una radicale alterità rispetto ai suoi predecessori, inclini al rigore, alla condanna, alla nettezza dottrinale, all’austerità di governo, alla suprema consapevolezza dell’unicità storica ed umana del proprio potere monarchico.
Al normale esercizio del potere papale, confermato almeno formalmente dai suoi atti e dal suo stile di governo, si aggiungeva quella nota di una stemperata bonomia, di una cordiale e compassionevole attenzione verso i bisogni dell’umanità tutta intera che tutto avviluppava e relativizzava in una sorta di melassa filantropica. Si mostrava sin da subito la natura di Giano bifronte del regno roncalliano, per usare la ficcante immagine usata da Franco Bellegrandi.
Eletto da un conclave composto da due correnti tra loro ostili, curiali (tra loro divisi tra varie candidature) e anticuriali riformisti, godette della mediazione del cardinali francesi Gerlier e Feltin, riuscendo a sconfiggere i cardinali curiali Agagianian e Aloisi Masella[2]. Per quanto eletto come candidato di mediazione e transizione, marciò invece spedito in direzione rivoluzionaria, introducendo prima il rubesto Montini nel Sacro Collegio, poi iniziando un percorso di rivoluzione col camauro e flabelli, ancora oggi oggetto di studi da parte degli storici.
Nel suo regno vanno distinte due linee guida fondamentali: anzitutto quella carismatica, poi quella di «magistero» indiretto, fatta di gesti eclatanti ed istrionici, tali da imprimersi nella mente dell’uomo comune: visite a carceri e ospedali per l’infanzia, breve discorso per l’apertura dell’Assise vaticana (11 ottobre 1962), pellegrinaggio ferroviario a Loreto e Assisi con massiccio concorso di popolo.
Come annotava il neomodernista Raniero La Valle, conciliare divenne nel linguaggio comune e generale sinonimo di novità, svecchiamento, innovazione, libertà, apertura, caduta di steccati e coesistenza pacifica, innervata da una distensione dottrinale.
In questo clima invece l’esercizio «magisteriale ordinario» di Giovanni XXIII divenne belletto estetizzante e orpello verbale: le sette encicliche giovannee, tranne Pacem in terris, (Ad petri sedem, Sacerdotti nostri primordia, Grata recordatio, Princeps pastorum, Mater et magistra, Aeterna Dei, Paenitentiam agere) sono posate rimasticature del magistero precedente, sia nella ripresa delle tematiche sociali che in quelle devozionali e più squisitamente ecclesiali.
È con Pacem in terris, pubblicata in pieno clima conciliare l’11 aprile 1963 che si mostra il vero volto roncalliano.
Annota con franchezza padre Colosio: «Poco prima che fosse divulgata l’ Enciclica Pacem in Terris (detta da molti Falcem in terris, ndr) su L’Osservatore Romano uscirono i famosi Punti fermi, in cui veniva stigmatizzata qualsiasi collaborazione con movimenti ideologicamente fondati su dottrine erronee, per l’ovvia ragione profilattica che simile collaborazione per una specie di fatale osmosi implica a lungo andare anche l’assorbimento delle dottrine che ne stanno alla base.
Ma questa classica e inderogabile norma, fatta sempre valere dai Papi precedenti e specialmente da Pio XII, riaffermata anche sotto gli occhi di Giovanni XXIII, doveva essere radicalmente smentita dalla sua Enciclica al n. 55, di cui ecco le precise liberalizzanti affermazioni:
Va altresì tenuto presente che non si possono neppure identificare false dottrine filosofiche sulla natura, l’origine e il destino dell’universo e dell’uomo, con movimenti storici a finalità economiche, sociali, culturali, e politiche, anche se questi movimenti sono stati originati da quelle dottrine e da esse hanno tratto e traggono tuttora ispirazione. Giacché le dottrine una volta elaborate e definite, rimangono sempre le stesse; mentre i movimenti suddetti agendo sulle situazioni storiche incessantemente evolventesi, non possono non subirne gli influssi e quindi non possono non andare soggetti a mutamenti anche profondi.
Inoltre chi può negare che in quei movimenti, nella misura in cui sono conformi alla retta ragione e si fanno interpreti delle giuste aspirazioni della persona umana, vi siano elementi positivi e meritevoli di approvazione? Pertanto può verificarsi che un avvicinamento o un incontro di ordine pratico, ieri ritenuto non opportuno o non fecondo, oggi invece sia o lo possa divenire domani».
Proprio in questa chiave, tra le varie correnti eteredosse che influirono alla formazione della sapientia cordis di Giovanni XXIII, tanto elogiata dal successore Giovanni Paolo I, va certamente ascritto il maritainismo come forma di modernismo sociale.
Al provvidenzialismo cristiano si sostituisce l’affabulazione fantasiosa su un’umanità in una progressiva crescita di coscienza e affrancamento del pensiero che si riverberebbe, sul piano politico, nell’acquisizione dei nuovi diritti, nella cessazione della funzione «ministeriale» dello Stato nei confronti della Religione, nella progressiva aconfessionalizzazione delle istituzioni e nel suffragio universale, coniugato alla democrazia politica, come unico mezzo per l’esercizio del potere e la ricerca dei bene comune.
A questo percorso rivoluzionario, storicamente realizzatosi, vanno associati i pensatori cattolico-liberali come cantori entusiastici della fine dell’età teodosiana, come illusi domatori della tigre della Modernità. Non a caso da Lammenais a Montalambert, da Dupanloup ai democristiani francesi Lemire e Naudet, a Angelo Giuseppe Roncalli e Giovan Battista Montini, dal Sillonismo all’Americanismo, il cattolicesimo liberale ha portato le pietre al cantiere per la costruzione di una Civitas hominis naturalistica e democratica, tecnocratica e libertina.
Come suggello di un pontificato improntato a questi principii, il conferimento privato nel marzo 1963 del premio Balzan per la Pace, Giovanni XXIII tenne in francese un discorso in cui rivendicava alla santa Sede un ruolo di pacifismo attivo, volto a superare qualsiasi forma di neutralità passiva.
Ormai logorato dal male che l’avrebbe condotto di lì a poco al giudizio di Dio e alla tomba, Giovanni XXIII riceveva pubblicamente dalle mani del presidente della Repubblica Antonio Segni il premio stesso il 10 maggio 1963, affacciandosi poi al balcone del Quirinale insieme al presidente democristiano. Al suggello teologico si aggiungeva quello iconico per quella che allora era chiamata da gran parte dei commentatori la repubblica conciliare.
Alla morte avvenuta il 3 giugno 1963, dopo un male severo ma rapido ed un’agonia solenne, scandita ancora dalle solennità formali dall’apparato tanatologico della corte pontificia, Giovanni XXIII appariva, come annotava rassegnato il Bellegrandi[3], sereno, soddisfatto del dovere compiuto, quasi irridente al grande apparecchio della corte pontificia, compiaciuto per aver condotto, con puri esercizi d’imperio, coperti dalla maschera del garbo e della bonomia, la nave della Chiesa verso lidi sconosciuti e irti di incognite insospettabili. Spetterò al suo successore designato seguire questo Duc in altum tutto modernistico e mondano, portandosi in acque ancora più oscure e insidiose.
>>> Golpe nella Chiesa. Documenti e cronache sulla sovversione: dalle prime macchinazioni al Papato di transizione, dal Gruppo del Reno fino al presente <<<
[1]P. I. Colosio OP, Rivista di Ascetica, marzo 1975.
[2]G. Zizola, Il conclave, storia e segreti, Roma, Newton & Compton, 1997, pp. 211-221.
[3]F. Bellegrandi, Nichitaroncalli. Controvita di un Papa, Edizioni internazionali di letteratura e scienze, Roma, 1994, p. 21.
Imm. di Pub. Dom. da: File:Roncalli Venezia1.png - Wikimedia Commons