noi_cattolici

Dio la creazione non la distruggerà

MARIA VALTORTA

[Senza data e senza alcun’altra premessa]

Possiamo noi, disgustati dal mondo in cui viviamo – così diverso, nella sua pesante e sovente feroce materialità, dal sogno e dal bisogno del nostro animo – credere, per resistere alla bufera delle realtà che ci percuotono distruggendo luci, sorrisi, speranze, fiducie nel futuro, che vi è un altro mondo dove tutto è diverso da ciò che è in questo in cui viviamo?
È lecito ancora, a noi che l’età avanzata e il logoramento del vivere ha fatti spogli di illusioni e speranze, e che procediamo, perché si deve farlo, stanchi, delusi, avviliti, nauseati, simili a pellegrini che sono obbligati a compiere un viaggio e che sanno che più procedono e più la via sarà aspra, sassosa, spinosa, brulla, avvelenata da aspidi e tossici, è lecito a noi che procediamo curvi sotto il peso dei nostri dolori, fra creature e cose ostili ed egoiste, cagione per sé stesse di dolore e di fatica, dati a fare ancor più pesante e amara l’esistenza di per sé stessa amara e pesante, è lecito a noi, per non abbandonarsi sconfortati e spezzati ai margini delle vie della vita, credere che vi è una società migliore dove gli spiriti stanchi della lunga battaglia trovano infine pace e riposo e dove l’essere stati onesti sarà riconosciuto come virtù degna di premio?

È saggio credere che nell’Universo, nel quale sembrano troppe volte trionfare leggi crudeli e ingiuste che per un capovolgimento dei valori favoriscano i malvagi a detrimento dei buoni, non è il tutto e il fine, ma su esso è un Ente che non ci voleva infelici, il Quale dal suo eterno “ora” provvede a compensare di quanto le forze misteriose del Male ci hanno privato?

È santo e salutare credere che questo Ente non distrugge ciò che ha creato, ma lo porta dopo il dolore a plaghe più serene e che perciò ciò che fu non è morto ma vive e ama in altre sfere, ama l’Inconoscibile che ormai conosce, e ama noi che ha preceduti nel cammino e superati in giustizia, sia che lungo o breve sia stato il suo giorno fra noi?

Sì, è possibile credere tutto ciò. È anzi evidente che si debba credere ciò, perché questo mondo lontano ci manda le prove del suo esistere e dalle sue plaghe soprannaturali scendono a noi, a farci pensosi sui misteri e le luci della seconda vita, esseri che non è errore chiamare nunzi di un mondo sconosciuto tutt’affatto diverso da quello in cui viviamo. Essi ci testimoniano che oltre il pesante e opaco regno della carne è il puro e luminoso regno degli spiriti, dal quale essi vengono e al quale essi tornano simili a stelle che per una notte trasmigrano per i prati siderei alti sul nostro capo. E veramente essi ci appaiono come creature stellari, nelle quali la materia non è muraglia messa a soffocare la luminosità dell’anima, ma è soltanto velo steso ad avvolgere il mistero che è lo spirito dell’uomo il quale, da dietro al velo, irraggia le sue potenze e sapienze con luci di bontà e con parole che fanno riflettere perché venienti da un’Intelligenza che direttamente forma e illumina l’io dei suoi prediletti. Parole, luci, sentimenti superiori all’età e formazione della creatura, onde chi le nota esclama: «Questa è: “cosa venuta di Cielo in Terra a miracol mostrare”».
Per questi esseri così superiori alla massa, troppo estranei alla Terra perché ci si possa illudere di averli a lungo fra noi, l’uomo può credere e dirsi: «Sì. Dio è. Ed è un mondo oltre la Terra. È il gioioso e puro mondo degli spiriti, della giustizia e dell’amore senza fine. È la stabile Vita oltre la fuggevole morte». Ed è dolce credere ciò per amore. È salutare crederlo per non sentirsi spezzare il cuore e sconvolgere la mente quando la diletta forma che era il nostro scopo di vivere, che abbiamo amato più della nostra stessa vita, ci ha lasciato sprigionando l’angelica fiamma che l’animava, che libera ritorna là donde a noi venne. All’amore che l’aveva mandata perché ci portasse il suo amore.

Alla Vita che l’aveva creata perché ne gioiamo per un tempo e poi perché ci servisse di guida alla meta splendendo su noi con le sue luci di stella dall’eterno mondo dell’oltre tomba, accarezzandoci l’anima ferita e parlandoci con palpiti di luce per dirci ancora le dolce parole che erano il miele della nostra vita d’uomini e che ora, perfette oltre le limitazioni dell’umanità, devono essere miele della nostra anima.
Tutti abbiamo, almeno una volta nella vita. Incontrato e conosciuto queste messaggere di Dio, queste straniere che passano e non sostano perché non è qui la loro dimora. Passano e vanno…È così breve la loro giornata! Quanto la vita di un fiore. Quasi non la sentiamo camminare al vostro fianco. Così leggero è il loro passare! Simile a volo di colomba. Senza dubbio noi e loro cerchiamo di comprenderci, di famigliarizzarci. Ma non ci riusciamo. Così misteriosa la loro vita a noi sconosciuta! Una nota è, realmente è, noi la sentiamo vibrare nell’aria, ma non possiamo dire di possederla. Essa è per se stessa. Vibra e si allontana proseguendo il suo cammino, immateriale, dolce, pura…così diversa da ogni altra cosa. Quando i nostri sensi l’avvertono e ne cominciano appena a conoscere il timbro e a goderne, essa è già lontana e si perde negli spazi. Così esse, le messaggere di Dio. Sembrano fra noi e già sono lontane. Pare che ci ascoltino e vivano la nostra vita. Ma veramente parlano e vivono con altri della loro stessa natura. Ci sorridono, così almeno ci pare. Ma in realtà sorridono a ciò che le ama e le chiama da zone ultraterrene. E sorridono al loro segreto. È la loro anima che sorride al suo segreto d’anima, mentre esse ci guardano con occhi dei predestinati.
Può un fiore vivere a lungo materializzandosi in marmo? Può una colomba fermare il suo volo nell’aria per farci sorridere alla grazia delle sue aperte ali? Può un raggio di luce essere senza fine? Non può. Sulla Terra non può. Qui tutto ha fine come ebbe principio. Ma altrove può. E il bel fiore di carne si spiritualizza in corolla eterna, e la colomba lascia nei nostri occhi arsi di pianto una scia di candore che dure, e la luce si fissa là donde venne e dove vivrà senza fine.
Ecco! Erano: non sono più. Invano abbiamo cercato di trattenerli. Essi se ne vanno. E pare che ci chiedano perdono di essere venuti per andare. Ma non possono, non possono fermarsi. Se avessimo saputo leggere i segni che ognuno porta con sé, avremmo già saputo che essi erano venuti per andare, perché essi portano la loro predestinazione scritta sulla loro anima ed essa balena fuori i suoi moniti. La loro bontà, la loro precocità, la loro purezza dovrebbe darci l’avviso su ciò che essi sono. Ma noi non sappiamo leggere i simboli ed è bene che non si sappia leggere … Possiamo, per il nostro analfabetismo dei segni, illuderci di non avere espresso dalla nostra famiglia una creatura sovrana e di avere il comune destino della maggior parte dei padri, delle madri, dei fratelli, e non la dolorosa regalità di parenti di un predestinato. Possiamo illuderci, e sognare un futuro che non sarà. Illuderci finché essi non se ne vanno col loro passo immateriale, col loro sorriso mite, con la loro precocità, con la loro dignità serena anche di fronte alla morte.
Essi sanno…Io ve lo dico: essi sanno. La loro anima sa. Noi ci sgomentiamo e perdiamo il dominio di noi stessi davanti all’impreveduto dolore che avanza. Essi no. La loro anima sa ed è pronta, ed è proprio l’ora della fine della materia quella nella quale la loro anima giganteggia, già semiliberata come è da ciò che è limitazione… Sulle soglie del mistero esse, le messaggere di Dio, ci danno la loro ultima parola di luce con la pace con cui valicano il confine fra la Terra e l’oltre terra.
Noi no. Noi non abbiamo pace e saggezza. Noi ci crediamo colpiti da un’ingiustizia atroce. Noi non con la gelosia e l’avarizia più grande, con la nostra gelosia e avarizia della carne e del sangue alziamo il pugno contro Chi facciamo colpevole di questa ingiustizia e gli ululiamo il nostro strazio iracondo e minacciosi, accusandolo del nostro male.

Gli gridiamo, mentre il dolore ci fa delirare: «Non ti era lecito! Questa creatura è mia! Io me la sono fatta. Io l’amavo perché era buona, perché era la mia gioia, perché era la mia vita. Ma anche fosse stata perfida, ma anche fosse stata il mio dolore, ma anche fosse stata la mia morte, Tu non me la dovevi levare. Perché io, non Tu, l’ho fatta», e dimentichiamo che forse a pochi passi da noi un altro simile nostro grida a Dio: «Ma perché lo hai fatto vivere questo mio figlio? Perché, permettendo che divenisse l’obbrobrio della società e la mia vergogna?», e non troviamo pace pensando che il nostro dolore si infiora degli omaggi che tutti danno alla creatura estinta perché era buona, perché era degna di ogni rispetto…Se sapessimo ragionare mentre la bufera ci strazia! Comprenderemmo allora le parole della saggezza antica quanto il mondo che, per bocca di tutti i pensatori, in tutte le religioni e gli evi, dice che la precoce dipartita di un giusto è sempre segno di dilezione divina e di perfezione raggiunta, e fra le lacrime troveremmo un sorriso…Ma non sappiamo comprendere!
Noi ci sentiamo derelitti, noi crediamo di averli perduti! Veramente l’uomo ha scaglie sulla vista spirituale ed è sordo alle voci dell’alto. Essi non sono perduti. La morte del giusto non è un annientamento, è un passaggio nella pace e nella libertà sconfinata. Noi non siamo derelitti, perché il giusto che muore passa da un amore relativo ad un amore perfetto. Dobbiamo crederlo perché è verità. Come è verità che essi sono qui con noi come prima, anzi più di prima, perché nulla è più di ostacolo per gli spiriti al loro volere essere con noi. In che dunque è la nostra derelizione se essi sono con noi e ci amano perfettamente? Cosa è mutato? Non ci baciano più sul volto, non ci carezzano dicendoci le più dolci parole. Ma baciano la nostra anima, ce la carezzano, le parlano.
Ah! Noi non sentiamo, non sappiamo sentire! Per sentire occorre mettersi nella loro stessa sfera, divenire spirituali, credere in ciò che è il loro mondo. Allora, facendo silenzio e pace in noi, noi sentiamo il volo lieve degli spiriti amati intorno al nostro spirito e comprendiamo le loro prole. Riusciamo a comprenderli e a pacificarci quando cessiamo di dire a noi stessi le inutili, fragorose lamentele che non mutano le cose e aumentano unicamente le separazioni fra noi e loro, fra noi e il loro mondo, fra noi e Dio nel Quale essi vivono.
Oh! Tacciamo mentre essi vengono a parlarci! Tacciamo e amiamo come siamo amati! E allora ricorderemo senza asprezze, e vedremo realmente le creature che abbiamo credute perdute e distrutte mentre non lo sono, ma anzi sono, ora, realmente in possesso della loro vera natura, di quella che noi non sapemmo intuire in loro mentre erano fra noi.
Io l’ho vista. Io l’ho vista per ciò che ella era.
Portava un dolce nome. Ma non era il suo. Come non era la sua vera veste che le conoscevamo. Come non era suo il destino che credevamo ella avesse. Il suo nome era un altro, perché un’altra da quella che la pensavamo era la sua vita.
Lia? No. Non era Lia che va cogliendo fiori per suo diletto e ornamento. Ma Rachele era. (Gen 29 e seg.) Rachele che “mai non si smaga”, che è sempre stata fissa in “lo vedere”.
Un volto dove il pudico ritegno della vergine pur mo’ formata metteva una dignità pensosa. Delle parole parche e soavi dove già vibrava il dolce fuoco del sentimento femmineo più eletto. Uno sguardo dal quale traluceva lo splendore dell’anima. La purezza della fanciulla, l’intelligenza della donna, la spiritualità dell’angelo erano in lei.
Io la guardavo passare. Anzi cercavo di incontrarla perché la sentivo diversa da noi. Io la studiavo. Mi sono sempre curvata attenta sulle anime che danno suoni ultraterreni. Io, non lo dico per ingraziarmi nessuno ma per confessare il mio sentimento, io mi inchinavo ammirata davanti alla creatura in cui splendeva ciò che noi siamo, secondo le parole della Sapienza di quel popolo dal quale ella aveva preso il nome: “Voi siete dèi e figli dell’Altissimo (Sal 82,6)”.

La ricordo in un radioso mattino di giugno.
Era biancovestita e velata come una di quelle vergini fanciulle tratte al martirio che vediamo effigiate nelle tele dei pittori o sulle vetrate delle cattedrali. L’angeletta tornava dalla chiesa.
Era il giorno della sua Prima Comunione. Camminava tra il padre e il fratello. Due uomini figli di uomini, anche se uno era ormai già volgente alla vecchiezza e l’altro fosse un fanciullo. Ma ciò che era nel suo volto superava l’innocenza del fanciullo e l’intemeratezza dell’adulto.
Ella era soprannaturale. La creatura umana era trasumanata in serafino. L’anima continuava il suo colloquio con Dio. Non disse parola in risposta alle nostre parole. Ma alzò un momento le palpebre che teneva calate e ci guardò con un sorriso mite, di una dignità che mi colpì e che ricordo ancora.
La volli baciare sulla fronte perché era un vivente ostensorio, un degno altare di Dio. Si lasciò baciare soffondendosi di un rosa più vivo perché le dissi nel farlo: «Dio sia sempre con te» e riabbassò il velo delle palpebre sugli occhi in cielo.
Altre volte l’ho vista: scolara, fanciulla, donnina di casa. E l’ho sempre ammirata. Ma la sua immagine di quel mattino è per me l’immagine di Lia nel suo tripudio celestiale.
L’ho vista più volte…E non l’ho vista l’ultima volta… È mio destino non vedere quelli che amo nelle loro ultime ore fra noi. Ma non rimpiango di non averla vista allora, perché io porto nel mio cuore il ricordo del suo volto. Io conosco il suo vero aspetto. L’ho conosciuto in quella mattina di giugno.
Lia, la liliale Lia che non coglierà fiori ma che era fiore, Lia ha per me il volto di Rachele che è beata e che non si dismaga dal contemplare amando ciò che la sua anima sempre aveva amato.
La conosco e comprendo le parole che il suo spirito canta, come il quel mattino ho compreso il canto della sua anima sotto l’apparente silenzio di labbra.
Ella viene nella sua luce e nel suo gaudio per portare il suo paradisiaco conforto e dice: «Non mi rimpiangete. Io non avrei potuto che soffrire quaggiù perché non ero di quaggiù e, tolto il vostro amore, tutto mi sarebbe stato ostile e cruccioso in questo mondo così feroce. Io sono in pace. Io sono in gaudio. Non piangete. Ieri ero con voi. Oggi, nel mio eterno oggi, io sono con voi. Non mi cercate dove non sono, non mi cercate nel limitato spazio di una tomba che è vuota di ciò che è vivo. Cercatemi là dove io sono. Là dove io vivo. Perché un angelo non cessa di essere e non muore ma vive nella sua vera dimora: in Dio. Alzate il vostro spirito e mi vedrete. Vedrete la parte immortale della vostra creatura. Essa brilla qui come una dolce stella ai limiti del cielo perché voi alziate i vostri cuori verso la nostra pace. Io vi attendo. Io vi amo. Non mi avete perduta. Vi ho soltanto preceduti, perché in questo ho voluto essere Lia: attiva a proteggervi con la potenza che hanno coloro che sono vissuti nel raggio di Dio e che in Dio vivono per l’eternità».

Quadernetti – senza data pag. 109 e segg.
210
Mario Francesco Colucci condivide questo
59