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Don Dolindo Ruotolo: commento alla rivolta di Mattatia e profezie sul Papa restauratore del futuro

Andate di fretta? Leggete solo le sezioni marcate in grassetto in cui il santo e dotto sacerdote don Dolindo Ruotolo (morto nel 1970) nel contesto del commento del secondo capitolo del I libo dei Maccabei (rivolta di Mattatia contro gli infedeli) PARLA PROFETICAMENTE DEL PAPA SANTO E RESTAURATORE che verrà nel prossimo futuro. Quando? Solo Dio lo sa, noi speriamo presto

Ma mi auguro che non andiate di fretta e possiate trovare il tempo per leggere queste poche ma densissime pagine su uno degli episodi veterotestamentari forse più attuali per noi dopo i vergognosi atti idolatrici perpetrati in vaticano in altri luoghi del mondo in occasione del Sinodo per l'Amazzonia. I punti di contatto e gli spunti di riflessione sono numerosissimi. Davvero vale al pena prendersi una ventina di minuti per questa edificante lettura.

PS: Ho in passato pubblicato qualche articolo circa le profezie inerenti al papa santo e al grande monarca che Dio susciterà per restaurare la Chiesa e la società civile nei tempi della riedificazione del mondo (Trionfo del Cuore Immacolato); ve li segnalo, in modo che possiate leggere qualcosa se siete interessati:


Profezie sull'avvento del Papa Santo e del Grande Monarca

Il Papa Santo ed il grande Monarca, i Santi e Profeti che li hanno profetizzati – Di Guido Vignelli

Profezie ad Anguera, misteri sul futuro: "Un uomo giusto aiuterà la Chiesa... contribuirà al Trionfo"

"Verranno il Papa santo e il grande Monarca" – Venerabile bartolomeo Holzhauser


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MATTATIA E I SUOI FIGLI PIANGONO SULLA MISERIA E L’OBBROBRIO A CUI ERA RIDOTTA LA NAZIONE.


Mattatia era un sacerdote della classe di Ioarib, che era la prima delle ventiquattro che facevano turno di servizio nel tempio. La classe di Ioarib risiedeva in Gerusalemme, ed era di quella città. Mattatia era figlio di Giovanni, e discendente di Asmone, dal quale tutta la sua famiglia prese il nome di Asmonei. Aveva cinque figli, ognuno dei quali aveva un soprannome, il cui significato è alquanto incerto per alcuni di essi. Il primo, Giovanni, era soprannominato Gaddi, che può significare donato per felicità; il secondo, Simone, era chiamato Tassi, che significa fervente, zelante; il terzo era Giuda, chiamato Maccabeo, ossia martello, martellatore. Il quarto Eleazaro, era nominato Auaran, perforatore, e il quinto Gionata, era chiamato Affus, che può significare astuto o anche ultimo nato.

Questi soprannomi erano stati imposti o nella nascita, come pare sia quello di Giovanni e di Gionata, o per l’indole o per le particolari attitudini. Psicologicamente questi soprannomi ci rivelano una famiglia unita da grande affetto e da piena armonia di sentimenti; solo in una famiglia perfettamente affiatata e compatta si considerano con particolare affetto i figli e le loro gesta. Il padre li riguardava come sua felicità, e per questo al primogenito pose per soprannome Gaddi; li seguiva amorosamente, e per questo all’ultimo nato pose nome Affus, come vezzeggiativo affettuoso. Considerava il fervore di Simone e lo chiamò Tassi, la fortezza di Giuda e lo chiamò Maccabeo, l’acutezza di Eleazaro e lo chiamò Auaran, il perforatore.

Essendo sacerdote di una classe che era riguardata come la più nobile di tutte, aveva maggiormente il senso della propria dignità e della dignità del suo popolo, e soffriva maggiormente nel vederne lo scempio. Il Sacro Testo riporta in cinque distici il suo accorato lamento, il che ci fa capire che egli doveva spesso piangere innanzi a Dio con i suoi figli sullo stato della nazione, fino al punto da fare del suo pianto un’elegia.

Si era ritirato a Modin, sua città natale, per sfuggire alla tirannia dei despoti di Gerusalemme, ma doveva andare nella santa città per i suoi turni di servizio, sperando sempre di rialzare, con la preghiera e i sacrifici, l’anima della nazione. Quando vide lo scempio sacrilego che era stato fatto del tempio medesimo per ordine di Antioco, il suo dolore esplose più cocentemente e, radunati intorno a sé i figli, esclamò: Misero me! Perché io sono venuto al mondo, per vedere lo scempio del mio popolo, e lo scempio della città santa, per stare qui ozioso, mentre essa è data in mano ai nemici? Andava a Gerusalemme ma non poteva esercitarvi alcun ministero, era ozioso nella Casa di Dio, anzi non vi poteva neppure entrare, perché le cose sante erano nelle mani degli stranieri.

Questa constatazione e questo ricordo tristissimo gli strapparono lacrime di amarezza, e continuò in versi il suo discorso, come spontaneamente solevano fare gli Ebrei nei grandi dolori, e come soleva fare egli stesso nella sua preghiera, per i grandi mali che affliggevano il suo popolo: Il suo tempio – esclamò singhiozzando –, è come un uomo disonorato, deriso e disprezzato; i suoi vasi preziosi sono stati portati via in cattività, perché rubati e portati in pezzi nella Siria, i suoi anziani sono stati trucidati per le piazze, o – come dice il Testo greco –, i suoi pargoli sono stati trucidati nei luoghi pubblici, senza tener conto che erano inermi, deboli ed indifesi, i suoi giovani sono caduti sotto la spada dei nemici, sopraffatti dalla loro violenza e dalla loro crudeltà.

Il pensiero dei giovani caduti in guerra suscitava in lui il rammarico atroce per le sventure continue della sua patria, e perciò, generalizzando il suo lamento, soggiunse: Quale nazione non s’è impossessata del suo regno, e non ha avuto parte delle sue spoglie? Tutta la sua magnificenza le è stata tolta. Quella che era libera è diventata schiava. Ed ecco che la nostra santità, cioè il tempio, la nostra bellezza, ossia la città con i suoi edifici, e la nostra gloria, cioè la nostra nazione intera e l’anima nostra furono devastate, e le genti le hanno profanate.

Ripeté Mattatia piangendo il gemito dell’anima sua, che era diventato come il canto elegiaco del suo cuore e, rivolto ai suoi figli, esclamò: Perché dunque noi viviamo ancora? Dicendo questo, si lacerò le vesti per la fierezza del dolore insieme ai suoi figli, si coprì con loro di cilizio e piansero a lungo, sconsolatamente, perché non avevano nulla da fare, ma il loro animo nel pianto si accese di zelo, ed era pronto ad esplodere alla prima occasione.

IL PIANTO DELLA CHIESA SULL’APOSTASIA DEI POPOLI

Il pianto di Mattatia e dei suoi figli è tipo del pianto del Sacerdozio e dei fedeli, quando la Chiesa è insidiata e sopraffatta dallo spirito pagano o dai suoi nemici. La Chiesa non è un partito, è una società perfetta che tende alla conoscenza ed alla glorificazione di Dio e al suo eterno possesso; essa, quindi, riguarda la sua compagine spirituale molto più gelosamente di quanto una nazione possa riguardare la propria indipendenza politica. Essa piange amaramente quando si fa scempio del suo popolo, traviandolo dalla verità e dal bene, e quando si fa scempio del suo centro, Roma, scompaginando la sua spirituale influenza sui popoli per la loro salvezza.

Vengono momenti tristi per lei, nei quali il suo Sacerdozio rimane ozioso, perché le sue città sono in balia dei nemici. È il momento che abbiamo attraversato nella conflagrazione dei popoli, conseguenza dei loro peccati e della loro apostasia. La Chiesa non aveva nulla da fare nello scompiglio tragico dei popoli, perché i loro capi avevano preteso di poter disporre essi della sua santa eredità, affidata a lei per diritto divino, ed avevano profanato il suo sacro patrimonio di verità, derubandola del suo potere sulle anime, sottratte alla sua santa, materna e salutare influenza.

La profanazione del tempio di Gerusalemme fu superata dalla profanazione delle anime, avvelenate da false dottrine; lo scempio degli anziani e dei giovani trucidati fu superato dallo scempio dei fedeli e della gioventù sottratta alle sue cure. Era libera di diritto divino e fu resa schiava, impotente ad operare fra i popoli resi folli dalla novella idolatria che li trascinava all’abisso. Pianse per la devastazione della santità, a causa dei costumi rilassati, per la profanazione della bellezza dell’anima, a causa dei peccati e delle turpitudini; per la sua gloria profanata, a causa del Sacerdozio avvilito, e non poche volte trascinato alla deriva dalle correnti del pensiero e dei costumi naturalizzati e paganizzati.

Mattatia disse: Perché, dunque, noi viviamo ancora?, e si lacerò le vesti, coprendosi di cilizio e piangendo. Noi possiamo dire ugualmente: “Perché viviamo ancora se viviamo disordinatamente ed in peccato? A che serve una vita schiava delle colpe, materializzata nelle sue aspirazioni, e abbrutita dalle sue deviazioni? Se le anime non vivono di Dio e per Dio nella Chiesa Cattolica, la loro vita è inutile, e la veste santa della sposa del re viene da essi stessi lacerata. Invece di essere coperte della gloria della grazia, sono ammantate di obbrobrio come da un triste cilizio, e gemono senza speranza, perché da libere che erano, sono schiave della colpa e di satana”.

Umiliamoci innanzi a Dio, piangiamo per implorare la sua misericordia, vestiamoci degli abiti di penitenza per espiare le nostre colpe e per dominare la nostra miseria, e speriamo dal Signore la resurrezione dell’anima nostra.

LA RISCOSSA DI MATTATIA CONTRO L’IDOLATRIA

I messaggeri del re Antioco, avendo saputo che un gruppo ardente di fedeli alla Legge si era rifugiato in Modin, andarono là per vincerne la resistenza e costringerli all’apostasia. Molti del popolo, più facili ad essere dominati dal timore e dalla forza, acconsentirono e si unirono con loro nel sacrificare agl’idoli; Mattatia, nel suo grande zelo, dovette intervenire per rimproverarli, come può rilevarsi dal contesto, perché attrasse subito l’attenzione di quei perfidi messaggeri.

Cercarono di prenderlo con le buone prima d’irrompere contro di lui, e cercarono allettarlo con la speranza di onori e di ricchezze. Tu sei il primo, il più illustre e il più grande di questa città – esclamarono – ed hai una corona di figli e di fratelli; vieni, dunque, tu per primo e fa’ quello che il re comanda, come hanno fatto tutti i popoli, gli uomini di Giuda e quelli che sono rimasti in Gerusalemme, e tu con i tuoi figli sarai con gli amici del re, cioè sarai riguardato con particolare riguardo e avrai grandi onori, oltre all’abbondanza d’oro, di argento e di grandi doni.

Mattatia rispose a gran voce perché tutti lo avessero ascoltato e avessero preso coraggio dal suo esempio: Quand’anche tutte le genti obbedissero al re Antioco in ciò che egli comanda contro la Legge di Dio, e tutti si allontanassero dalla legge dei loro padri e si assoggettassero ai comandi di lui, io, i miei figli e i miei fratelli obbediremo alla legge dei nostri padri. Ci guardi Dio e tolga da noi simile scelleratezza di obbedire a comandi tanto perversi; tu ci proponi dei vantaggi temporali, e credi allettarci con gli onori e le ricchezze, ma anche dal tuo punto di vista non è utile per noi lo abbandonare la legge e i comandamenti di Dio, poiché questo delitto sarebbe per noi l’obbrobrio più grande, e ci attirerebbe castighi che ci ridurrebbero al nulla.

Mattatia espresse il suo pensiero sinteticamente, rispondendo direttamente ai suoi interlocutori e ribattendo le loro idee e le loro proposte; egli, però, era mosso nella sua ripulsa non tanto dall’utilità quanto dall’amore verso Dio e la sua Legge, e perciò conchiuse con grande fierezza, dettata dal suo amore: Noi non ascolteremo le parole del re Antioco, e non faremo sacrifici, violando i comandamenti della nostra Legge per battere un’altra strada. Era il guanto di sfida gettato al tiranno, guanto che solo la fede vera e profonda è capace di gettare in faccia a quelli che s’impongono con la violenza e con la morte. Era la fiera difesa dell’amore di Dio e della dignità della persona umana, che, senza obbedire a Dio ed alla sua Legge, miseramente si abbrutisce.

Di fronte alla nobiltà di un’anima che affronta la tirannide e la confonde, ci sono sempre i vili che strisciano e che sperano di raccogliere vantaggi dalla loro servile viltà. Un giudeo stava nella piazza timido e avvilito, temendo da un momento all’altro di essere interrogato dai messaggeri di Antioco. Le promesse che essi fecero a Mattatia lo allettarono, il loro sguardo furibondo su di lui dopo la sua fiera risposta lo sgomentarono; gli sembrò che Mattatia avesse parlato imprudentemente da stolto e, in questo apprezzamento, si sentì più bassamente servile, perciò si presentò sotto gli occhi di tutti per sacrificare agl’idoli sull’altare che era nella città di Modin secondo l’editto del re.

Volle ostentare la sua apostasia – come è chiaro dal contesto – e, psicologicamente, questo mostrava in lui la paura che aveva delle rappresaglie dei messaggeri di Antioco; volle quasi placare l’ira di quei brutti ceffi ed ostentò un sicuro coraggio nella sua decisione che viceversa ne tradiva l’avvilimento ed il timore. Mattatia lo vide e ne ebbe dolore, perché da sacerdote esperto di anime ne sondò tutta la miseria; lo segui con lo sguardo attento nel suo gesto empio e si sentì acceso di sdegno; si ricordò del precetto del Deuteronomio che ingiungeva di uccidere chi avesse sacrificato agl’idoli (cf Dt 13, 7ss) e, lanciatosi contro quell’uomo, lo trucidò sull’altare stesso.

A quel gesto, il messo del re Antioco dovette intervenire, e Mattatia uccise anche lui e rovesciò l’altare infame. Uccidendo il giudeo si servì del diritto che gli dava la legge, e mostrò lo zelo che ebbe Pincas allorché uccise Zambri, figlio di Salom o Salu che, in presenza di tutto, il popolo peccò con una cattiva donna Madianita (cf Num 25, 6ss).

Dopo aver compiuto quell’atto di giustizia, Mattatia, per lo stesso ardore di zelo che tutto lo comprendeva, levò la voce nella città, invitando a seguirlo quanti avevano zelo per la Legge e volevano mantenere l’alleanza fatta con Dio. Molti che amavano la Legge e la giustizia seguirono il suo invito, e insieme con le mogli e i figli, si ritirarono nel deserto occidentale del Mar Morto, mentre egli e i suoi figli si erano ritirati già sui monti per sfuggire alle pressioni del persecutore, e per preparare la riscossa della nazione. Nel deserto, dove s’erano ritirati quelli del popolo, fedeli alla Legge, non mancavano pascoli e caverne naturali per potervisi nascondere. Mancavano loro, però, delle cose più necessarie, pur avendo portato con loro almeno parte del bestiame; avevano una fede ferma, e non guardavano che alla gloria di Dio.

L’esodo di mille uomini, quanti erano quelli che seguirono il consiglio di Mattatia, non poteva passare inosservato, e fu riferito agli uomini del re e dell’esercito che stavano di guarnigione a Gerusalemme, affinché avessero preso i provvedimenti del caso. Mille persone, di fronte a tutto un popolo erano ben poca cosa, e questo ci fa capire in quale stato di decadimento si trovasse la nazione ebrea. Era una frazione trascurabile, ma i tiranni intuirono che potevano costituire un esempio pericoloso, e ne andarono in cerca, stabilendo di dar loro battaglia in giorno di sabato. Speravano che essi, zelanti osservatori della Legge, non avrebbero opposto resistenza in giorno di sabato.

Si avvicinarono con cautela alle caverne dove si erano rifugiati e, prima di attaccarli, li esortarono alla resa e alla piena obbedienza ai comandi di Antioco. Eroicamente, essi non solo si rifiutarono di obbedire, ma non si difesero, e si lasciarono tutti massacrare. Avrebbero potuto senza dubbio difendersi in giorno di sabato, perché la Legge di Dio non li obbligava a rimanere passivi in giorno festivo di fronte alla violenza, ma essi giudicarono di dover morire, perché i loro persecutori erano venuti ad aggredirli in giorno di sabato, proprio per poter dire di averli costretti a violare quel santo giorno. Vollero morire e furono invitti martiri del giorno festivo dei quali noi dovremmo ricordarci di più in questi tempi di così facili profanazioni del giorno del Signore.

Mattatia e i suoi amici appresero la notizia della strage con immenso dolore, fecero gran lutto su quegli eroici martiri, e stabilirono di resistere con le armi a qualunque altro assalto fosse fatto da parte dei nemici in giorno di sabato. Il sangue dei martiri, come sempre suole avvenire, scosse la fede dei più fervorosi e rianimò quelli che si erano scoraggiati. A Mattatia si unirono perciò gli Asidei, i pii, uomini pieni d’amore e di zelo per la Legge, e tutti quelli che fuggivano la persecuzione. Formarono un esercito, diedero addosso con furia ai peccatori ed agl’iniqui, cioè ai pagani ed agli Ebrei rinnegati, e questi, sconfitti e sbaragliati, fuggirono cercando di mettersi in salvo presso i Gentili.

Riportata la vittoria, Mattatia andò intorno con i suoi amici per purificare la città dalle sopraffazioni degl’idolatri; atterrarono gli altari e circoncisero i bambini ancora incirconcisi, spingendosi fino ai confini d’Israele, e instaurando dovunque il dominio della santa Legge di Dio. Agirono con tanta fortezza che i Gentili non osarono loro resistere e, per quel momento almeno, si trovarono fiaccati.

LA RISCOSSA DELLA CHIESA PER L’AZIONE DEL PAPA

La riscossa di Mattatia è tipo e figura profetica della riscossa della Chiesa, allorquando, sopraffatta dai nemici di Dio, sembrerà quasi estinta.

Sorgerà il Papa ripieno di zelo e di amore, dono di Dio alla Chiesa e al mondo, Mattatia, e si troverà di fronte ai cristiani rinnegati ed ai perversi che eleveranno altari agl’idoli della terra ed alle passioni, presumendo di scalzare dalle fondamenta lo spirito cristiano.

Questo Papa colpirà a morte l’apostasia con la spada della sua ardentissima fede e del suo illuminato zelo, irromperà contro i perversi, atterrerà gli altari dell’empietà smascherandone con voce potente le insidie, e raccoglierà il fiore dei cristiani, iniziando così la conversione del mondo alla vera fede ed al bene.

Ci saranno i martiri, senza dubbio, ma il loro sangue sarà seme di nuovi e fervorosi cristiani; si uniranno al Papa dell’Amore tutte le anime pie, e sopra tutte quelle consacrate a Dio; formeranno un sol blocco, sgomineranno gli empi e ristabiliranno nel mondo i diritti della Legge di Dio. Di questo salutare movimento di riscossa, noi vediamo già l’alba in tutte quelle iniziative che concorrono al ristabilimento della regalità di Gesù Cristo nel mondo.
Dobbiamo esserne parte attiva e combattente, operando con amore e con zelo per sconvolgere i piani dell’empietà e distruggere il diabolico fascino del paganesimo redivivo.


Non può concepirsi un semplice iscritto a queste organizzazioni combattenti, come non potrebbe concepirsi in guerra un soldato solo con l’uniforme e col numero di matricola. La nostra attività non è semplicemente un’organizzazione, ma è un frutto dello zelo e dell’amore a Dio, e per questo sono inconcepibili quelle organizzazioni cattoliche fondate più sulla tessera che sullo spirito. Non basta avere degl’iscritti che pagano le quote, occorre avere degli zelanti della Legge di Dio, che amino mantenere l’alleanza con Lui, conservando nel cuore la sua grazia e glorificando il suo santissimo Nome. Domandiamo al Signore la grazia di rinnovarci soprannaturalmente nella vita e di essere fedeli difensori della sua gloria innanzi a tutte le genti.

LA MORTE E IL TESTAMENTO DI MATTATIA

Mattatia, sia per l’età, sia per le fatiche e i dolori sofferti, si senti prossimo alla morte, e volle lasciare ai suoi figli l’eredità del suo zelo per la gloria di Dio e l’indipendenza della nazione. Chiamatili pertanto intorno a sé, disse loro: Adesso domina la superbia, ed è un tempo di castigo, di rovina, di sdegno e di furore; di castigo per la persecuzione degli empi; di rovina, per il sovvertimento di ogni ordine e per la manomissione della Legge di Dio; di sdegno e di furore, perché il Signore è adirato contro il suo popolo. In un tempo così calamitoso, soggiunse Mattatia, o figli, siate zelatori della Legge, e date le vostre vite per il testamento dei vostri padri; zelatori della Legge nel promuoverne l’osservanza, ed eroi, pronti al martirio, per mantenere l’alleanza fatta con Dio.

Proponeva loro un ideale nobilissimo, e per incoraggiarli attrasse la loro attenzione sull’esempio dei patriarchi; ricordò loro Abramo, fedele nella prova terribile dell’immolazione del suo figlio Isacco (cf Gen capitolo 22), e pieno di speranza nella situazione più disperata che mai si fosse presentata ad uomo mortale. Ricordò loro Giuseppe che nelle sue tribolazioni conservò la fiducia in Dio e divenne perciò signore dell’Egitto. Ricordò lo zelo di Pincas, la fedeltà di Giosuè, la sincerità di Caleb, la mansuetudine di Davide, l’ardore di Elia, l’eroismo di Anania e Azaria nell’esporsi al tormento della fornace, insieme all’altro loro compagno Misael, e la loro liberazione per la fede che ebbero in Dio; ricordò loro la semplicità di Daniele nell’affidarsi alla potenza divina, e la sua liberazione dalle fauci dei leoni, per dire loro che dovevano confidare in Dio solo, e non temere del persecutore, che era un verme e la cui gloria era sterco.

Che cosa avrebbe potuto egli fare di fronte a Dio? Oggi era levato in alto e domani non sarebbe stato più, perché sarebbe morto ritornando nella sua polvere, e tutti i suoi disegni sarebbero andati in fumo. Al motivo principale e soprannaturale della fiducia in Dio, per essere forti e agire virilmente per la Legge, Mattatia aggiunse anche il motivo del tornaconto loro, poiché per la Legge sarebbero stati gloriosi, sia innanzi a Dio che li avrebbe premiati, sia innanzi agli uomini che li avrebbero glorificati come eroi.

Detto questo, costituì Simone suo secondogenito come capo civile della nazione per la sua prudenza ed accortezza nel governare, e Giuda come capo militare per il suo valore e la fortezza; li esortò a radunare intorno ai loro vessilli quanti osservavano la Legge, ed a continuare la riscossa nazionale contro gli empi. Poi li benedisse, e andò a riunirsi ai suoi padri, cioè morì andando nel Limbo dov’erano gli altri patriarchi in attesa della redenzione.

LA FIDUCIA IN DIO NELLE LOTTE PER LA SUA GLORIA

L’esortazione di Mattatia ai suoi figli caratterizza l’anima sua, tutta piena di fiducia in Dio, e manifesta quale deve essere l’anima della Chiesa nelle sue lotte supreme contro l’empietà che la opprime. La sua fiducia deve essere riposta in Dio solo, poiché qualunque fiducia riposta negli uomini segnerebbe per lei il fallimento più completo.

La caratteristica del Pontefice che la guiderà alla vittoria ed al trionfo sarà proprio questa; la sua via sarà una via di dolore, e si troverà tra difficoltà insormontabili, ma confidando in Dio le supererà, e ridonerà alla Chiesa la più completa indipendenza e libertà. Come Abramo, spererà contro la speranza, e nel fallimento delle sue iniziative continuerà a confidare in Dio. Come Giuseppe, sarà prima umiliato fino alla polvere e poi esaltato come sovrano del mondo, in Dio e per Dio. Come Pincas, sarà santamente fermo e forte contro i malvagi, violatori dell’onore di Dio; come Giosuè, vincerà con la fede anche gli eserciti levati in guerra contro di lui; come Caleb, renderà testimonianza delle vie di Dio, perché sarà anima contemplativa della vera terra promessa, che è il Cielo; sarà mansueto come Davide, impetuoso come Elia nel suo zelo, affidato a Dio nei pericoli gravi, come Elia e come Daniele.

Non si spaventerà delle parole degli uomini peccatori dominanti la terra, e considererà la loro gloria come sterco, e la loro potenza come quella di un verme, anzi come polvere che per poco si solleva e poi ritorna nella terra. Egli riunirà tutte le anime fedeli in un sol corpo compatto, rivendicherà i diritti della Chiesa fra le genti, e dominerà nell’amore tutti i popoli, riconducendoli a Dio.


Affrettiamo con le nostre preghiere questi grandi momenti di Dio. Non possiamo negare di trovarci dolorosamente in un mondo che affoga nel naturalismo, e che si barcamena tra i flutti delle tempeste umane più per salvare le apparenze che per tutelare i diritti della verità e della giustizia. È necessario una mano forte che raccolga le sparse e sopite energie degli spiriti, e levi in alto il vessillo della fede, per fare una guerra radicale e a fondo contro tutte le forme dell’empietà, rinnovando nelle anime la sensibilità per la Legge di Dio, e il desiderio degli eterni beni.

È necessario un cuore saldo, pieno di fede, pieno di amore a Dio e tutto acceso di carità verso le anime, che abbia il coraggio di abbattere gli altari innalzati agl’idoli del pensiero materialistico, miscredente o ateo, e sappia, con la voce potente della sua fede, ridonare alle anime la fede, ai cuori il respiro della speranza e dell’amore e a tutte le genti la pace nel regno di Gesù Cristo.
Da da pensare come già don Dolindo ai suoi tempi interpretava la realtà dell'apostasia della società e dei cristiani come adesso. Forse è stato sempre così dal 1950 o noi ce ne siamo accorti solo in questi ultimi anni
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Avete letto? "..Sorgerà il Papa ripieno di zelo e di amore, dono di Dio alla Chiesa e al mondo, Mattatia, e si troverà di fronte ai cristiani rinnegati ed ai perversi che eleveranno altari agl’idoli della terra" e non solo in senso lato..
Da rabbrividire...
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